<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom">
	<channel>
		<atom:link href="http://www.scubamonitor.it/blog/x5feed.php" rel="self" type="application/rss+xml" />
		<title><![CDATA[Scubamonitor Blog]]></title>
		<link>http://www.scubamonitor.it/blog/</link>
		<description><![CDATA[Scubamonitor blog è una rassegna della letteratura più recente, inerente alla biologia ed ecologia marina, pubblicata su riviste scientifiche. Si rivolge a tutte le persone, specialisti e non, interessate ad approfondire le loro conoscenze della vita negli ambienti marini.]]></description>
		<language>IT</language>
		<lastBuildDate>Wed, 11 Oct 2017 15:20:00 +0200</lastBuildDate>
		<generator>Incomedia WebSite X5 Evolution</generator>
		<item>
			<title><![CDATA[La misteriosa identità dei rospi di mare]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_j1d8z4hj"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/rospo-di-mare-img1-590.jpg"  title="" alt="" style="width:707px; height: 466px;" /><br></div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I rospi di mare (Chaunacidae), sono tra i pesci più strani osservati, occasionalmente, durante le spedizioni ROV dell’Okeanos Explorer, nel Pacifico centrale. Sono pesci di mari profondi, parenti dei pesci rana che i subacquei possono osservare in acque tropicali.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un esemplare di pesce rospo rosso (<i>Chaunacops species</i>) appartenente all’ordine Lofiformi, famiglia Chaunacidae, è stato recentemente visto a una profondità di 3.148 metri durante un’immersione con un ROV in un crinale di una montagna sottomarina, nelle Isole Hawaii. La sua identità resta un mistero.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questi pesci, e altri nel loro ordine (Lofiformi), hanno sulla testa un apparato per adescare prede e le aperture delle branchie situate in una posizione insolita. L’esca è un raggio modificato della pinna dorsale che viene spostata molto più avanti rispetto alla maggior parte dei pesci. Le diverse famiglie di lofiiformi hanno dimensioni, posizioni e forme diverse per questo richiamo. Le aperture delle branchie sono poste dietro le pinne pettorali anziché nella solita posizione, davanti a quelle pinne, e hanno aperture più piccole rispetto alla maggior parte dei pesci. Alcuni lofiformi possono rapidamente espellere l'acqua attraverso le strette aperture delle branchie, per creare una propulsione a getto che consente un rapido nuoto e fuga per questi pesci di norma sedentari.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I pesci rana (Antennariidae), maestri del camuffamento, vivono in acque poco profonde rispetto ai  rospi di mare (Chaunacidae). Sono soggetti popolari per i fotografi subacquei a causa delle forme e dei colori insoliti, e perché raramente si muovono. Essi presentano un’esca sul muso, spesso attaccata a un lungo gambo, che usano per attirare le loro piccole prede.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"> I rospi del mare sono caratterizzati da una piccola esca su un gambo corto, posizionata in una depressione sulla testa, tra i loro occhi. L'esca è arrotondata, con numerosi filamenti di piccole dimensioni, che la fanno sembrare una piccola chioma. </span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I rospi di mare vivono in profondità dove c'è poca o nessuna luce solare che consenta di vedere le loro esche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Come, i rospi di mare, usano il loro richiamo per attirare la preda? Non conosciamo la risposta, ma possiamo indovinare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I lofiformi di acque aperte (pelagiche), che vivono nell'oceano profondo, hanno esche su lunghi gambi che producono luce (bioluminescenza). Questi pesci certamente si servono dell’esca illuminata per attirare le prede. I rospi di mare sono stati descritti in alcune pubblicazioni come aventi esche bioluminescenti, ma non vi è alcuna prova di tutto questo e probabilmente è un’estrapolazione ingiustificata in base a ciò che conosciamo sui lofiformi batipelagici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ci sono prove che i pesci pipistrello (Ogcocephalidae), parenti stretti dei rospi di mare, che vivono negli stessi habitat, hanno ghiandole nelle loro esche che producono odori che attraggono prede. Sembra probabile che i rospi di mare siano simili ai pesci pipistrello nel modo in cui utilizzano i loro richiami. Tuttavia, non sappiamo quasi nulla sulla biologia dei rospi di mare ad eccezione di dove vivono, per cui il modo in cui le loro esche funzionano rimane per ora un mistero.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://oceanexplorer.noaa.gov/okeanos/explorations/ex1708/logs/sept12/welcome.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Okeanos Explorer', width: 180});" class="imCssLink">http://oceanexplorer.noaa.gov/okeanos/explorations/ex1708/logs/sept12/welcome.html</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 11 Oct 2017 13:20:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=j1d8z4hj</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/j1d8z4hj</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Moltitudini di tweet: come i social media possono contribuire a tenere sotto controllo la salute degli ecosistemi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Citizen_Science"><![CDATA[Citizen Science]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_zx88nkt2"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/tweet-map-file-20170811-1192-1pjtt3r.png"  title="" alt="" style="width:746px; height: 540px;" /><br><div>La mappa di calore nell’immagine mostra la distribuzione dei tweet in tutta la regione australiana della GBR<br></div><div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una recente ricerca pubblicata su <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479717306734" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Journal of Environmental Management ', width: 180});" class="imCssLink">Journal of Environmental Management</a> sostiene che le piattaforme social media, come Twitter e Instagram, potrebbero essere una ricca fonte di informazioni gratuite per gli scienziati incaricati di monitorare la salute delle barriere coralline e di altri beni ambientali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli ecosistemi sono sotto pressione in tutto il mondo;  monitorare  la loro salute è fondamentale. Ma il monitoraggio scientifico è molto costoso, richiede molta esperienza, strumenti sofisticati e analisi dettagliate, spesso in laboratori specializzati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo costo - e la necessità di educare e impegnare il pubblico - hanno contribuito ad alimentare l'ascesa della Citizen Science, in cui membri non specializzati del pubblico aiutano a fare osservazioni e compilare dati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La ricerca suggerisce che la ricchezza di informazioni pubblicate sui social media potrebbe essere sfruttata in modo simile. Pensare ad essa come scienza dei cittadini da parte di persone che non sanno nemmeno di essere cittadini scienziati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli smartphone e le connessioni mobili internet hanno reso molto più facile ai cittadini di raccogliere informazioni scientifiche. Esempi di applicazioni di monitoraggio ambientale includono WilddogScan, <a href="http://www.marinedebris.engr.uga.edu/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Marine Debris', width: 180});" class="imCssLink">Marine Debris Tracker</a>, <a href="http://oakmapper.org/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Oak Mapper', width: 180});" class="imCssLink">OakMapper</a> e <a href="https://www.learner.org/jnorth/monarch/" target="_blank" class="imCssLink">Journey North</a>, che controlla i movimenti delle farfalle Monarch.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel frattempo, piattaforme di social media come Facebook, Twitter, Instagram e Flickr ospitano enormi quantità di informazioni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche se non esplicitamente pubblicati per il monitoraggio ambientale, i post di social media da un luogo come la Grande Barriera Corallina possono contenere informazioni utili sulla salute (o altro) dell'ambiente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Twitter è una buona risorsa per questo tipo di "rilevamento umano", perché i dati sono liberamente disponibili e i post brevi sono relativamente facili da elaborare. Questo approccio potrebbe essere particolarmente promettente per luoghi popolari che vengono visitati da molte persone.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel loro progetto di ricerca, i ricercatori hanno scaricato quasi 300.000 tweet postati sulla Great Barrier Reef tra il 1 ° luglio 2016 e il 17 marzo 2017.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dopo aver filtrato le parole chiave rilevanti come "pesce", "corallo", "tartaruga" o "bleaching", sono stati ricavati 13.344 tweet potenzialmente utili. Circa il 61% di questi tweet aveva coordinate geografiche che consentivano l'analisi spaziale.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Twitter è conosciuta come luogo per condividere opinioni, percezioni e esperienze istantanee. È quindi ragionevole supporre che se qualcuno mette un tweet sulla barriera corallina di Cairns, sta parlando di una parte vicina della barriera corallina, in modo da poter utilizzare le coordinate geografiche del tweet come indicatori dell'ampia area geografica a cui si riferisce il post. Le immagini associate a tali tweet aiuterebbero a verificare questo presupposto.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’analisi fornisce diverse interessanti intuizioni. In primo luogo, le frequenze delle parole chiave evidenziano quali aspetti della Grande Barriera Corallina sono più citati, incluse attività come immersioni (876 menzioni di "dive" o "diving" e 300 di "scuba"), caratteristiche come "spiagge" (2.909 volte) e specie preferite come "corallo" (434) e "tartarughe" (378).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I tweet mostrano anche ciò di cui non si parla. Ad esempio, la parola "bleach (sbiancamento)" è apparsa in solo 94 tweet campionati. Inoltre, i risultati hanno evidenziato quali aspetti della Grande Barriera Corallina interessano maggiormente le persone, ad esempio la vela e lo snorkeling e quali elementi hanno avuto connotazioni negative (come il numero di tweet che esprimono preoccupazione per le popolazioni di dugongo).</span></div><div> </div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Chiaramente, questo pool di dati era abbastanza grande per intraprendere alcune analisi interessanti. Ma, in generale, i risultati sono molto più il riflesso delle esperienze delle persone che di aspetti specifici della salute dell'ambiente.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La qualità delle informazioni sui tweet per quanto riguarda incidenti di rilievo o cambiamenti potrebbe tuttavia essere migliorata nel tempo, ad esempio con l'aiuto di un sistema di hashtag indicati che inviti le persone a pubblicare le proprie osservazioni specifiche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sistemi di allarme simili e hashtags sono stati sviluppati per eventi estremi e situazioni di emergenza, ad esempio il Fire Service di New South Wales.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I tweet contengono spesso anche fotografie - come fanno Instagram e Flickr - che possono trasferire informazioni utili. Un sistema basato sull'immagine, in particolare nei casi in cui sulle foto è riportato il tempo e la posizione, aiuterebbero ad affrontare la mancanza di competenza della persona che ha inviato l'immagine, perché gli scienziati possono analizzare e interpretare le immagini grezze stesse.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La Grande Barriera Corallina è, naturalmente, già monitorata ampiamente. Ma il monitoraggio dei social media potrebbe essere particolarmente utile nei paesi in cui il monitoraggio più professionale è troppo costoso. Le destinazioni popolari del Pacifico o dell'Asia sudorientale, ad esempio, potrebbero sfruttare i social media per creare sistemi che contemporaneamente seguano le esperienze dei visitatori e la salute dell'ambiente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Mentre siamo solo all’inizio e sono necessarie ulteriori ricerche approfondite, le possibilità tecnologiche di Big Data, l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale renderanno quasi certamente i contenuti socialmente condivisi come fonte di dati utile per una vasta gamma di monitoraggi ambientali in futuro.</span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Materiali modificati da: <a href="https://theconversation.com/tweet-streams-how-social-media-can-help-keep-tabs-on-ecosystems-health-82368" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Conversation', width: 180});" class="imCssLink">https://theconversation.com/tweet-streams-how-social-media-can-help-keep-tabs-on-ecosystems-health-82368</a></span></div><div style="text-align: left;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 04 Oct 2017 14:30:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=zx88nkt2</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/zx88nkt2</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Pur prive di cervello, anche le meduse dormono]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_2l0f257l"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/cassiopea-LGoentoro_Jellyfish-Research-4193-NEWS-WEB.jpg"  title="" alt="" style="width:648px; height: 432px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">A prima vista, gli esseri umani sembrano avere poco in comune con Cassiopea (<i>Cotylorhiza tuberculata</i>), una medusa primitiva. Cassiopea è priva di cervello, senza spina dorsale e trascorre essenzialmente tutta la sua vita seduta, a testa in giù, sul fondo dell'oceano, pulsando con regolarità. Tuttavia, gli scienziati del <a href="http://www.caltech.edu/news/surprising-ancient-behavior-jellyfish-79701" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Caltech', width: 180});" class="imCssLink">California Institute of Technology (Caltech)</a> hanno ora scoperto che gli esseri umani e le meduse iniziano e finiscono le loro giornate con lo stesso comportamento: il sonno.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa constatazione, che le meduse dormono, implica che il sonno è un comportamento antico, rimasto in gran parte intatto, in millenni di evoluzione.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il lavoro pubblicato online nel numero di settembre di Current Biology, è frutto di una collaborazione tra tre laboratori di Caltech.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Può non sembrare sorprendente che le meduse dormano - dopo tutto, i mammiferi dormono e altri invertebrati, come i vermi e i moscerini della frutta, dormono", afferma uno degli autori dello studio. "Ma le meduse sono gli animali più antichi, dal punto di vista evolutivo, noti per essere in grado di dormire." Questa scoperta solleva molte altre questioni: è il sonno una proprietà dei neuroni? E forse una domanda ancora più inverosimile: le piante dormono?</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Perché si consideri che un organismo “dorme”, esso deve soddisfare tre criteri critici. In primo luogo, deve mostrare un periodo di attività ridotta o di quiescenza. In secondo luogo, l'organismo deve esibire una diminuzione della risposta agli stimoli diversamente provocati durante lo stato di riposo. Infine, l'organismo deve mostrare un aumento del sonno quando è privato del sonno.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Gli esseri umani quando dormono, sono inattivi, spesso riescono a dormire in presenza di rumori o altri disturbi ai quali altrimenti reagirebbero se fossero stati svegli, e probabilmente si addormentano durante il giorno se non hanno dormito abbastanza". dice un co-autore del laboratorio Gradinaru. "Potremmo sembrare estremamente diversi dalle meduse, ma entrambi esibiamo uno stato di sonno simile".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><b>Quindi, come si fa a provare che una medusa è addormentata?</b></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per dimostrare lo stato di quiete, le meduse sono state monitorate per tutte le 24 ore. Esse passavano attraverso periodi di inattività di notte, pulsando solo circa 39 volte al minuto, rispetto a circa 58 volte al minuto durante il giorno. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli animali hanno avuto un aumento della soglia di risveglio durante questo periodo di ridotta attività. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando private del sonno, le meduse hanno mostrato un incremento del sonno - proprio come gli esseri umani dopo una notte insonne. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche se questo lavoro dimostra che le meduse esibiscono un comportamento di sonno, i meccanismi genetici che sono alla base del sonno rimangono sconosciuti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sono infine stati testati gli effetti di composti che in altri animali sono noti per promuovere il sonno, come la melatonina. I ricercatori hanno scoperto che questi composti hanno influenzato il sonno della medusa nei modi previsti, suggerendo che il loro meccanismo di sonno sottostante è simile a quello di altri organismi, compresi gli esseri umani.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.caltech.edu/news/surprising-ancient-behavior-jellyfish-79701" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'California Institute of Technology (Caltech)', width: 180});" class="imCssLink">http://www.caltech.edu/news/surprising-ancient-behavior-jellyfish-79701</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 27 Sep 2017 12:07:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=2l0f257l</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/2l0f257l</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’affascinante rito dell’accoppiamento degli angeli di mare]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_5w1q802b"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/sea-angels.png"  title="" alt="" style="width:691px; height: 372px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un momento magico, catturato dal biologo marino Alexander Semenov, mostra l’eleganza degli angeli di mare durante il loro intimo momento del rito dell’accoppiamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli angeli di mare sono piccoli molluschi planctonici</span><span style="text-align: left;" class="fs16">,&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">dal corpo trasparente,</span><span style="text-align: left;" class="fs16">&nbsp;appartenenti alla famiglia Clionidae,&nbsp;</span><span class="fs16">noti scientificamente come <i>Clione limacina</i>. Il video mostra una coppia nelle acque di Novaya Zemlya, un arcipelago nell'Oceano Artico, nella Russia settentrionale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questi organismi sembrano galleggiare nell'aria, lentamente, agitando le ali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È difficile immaginare che il corpo etereo e traslucido di un angelo di mare si sia evoluto da un'antica lumaca. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli esemplari di <i>Clione limacina</i> sono ermafroditi proterandri, ovvero gli individui producono sia gameti maschili sia femminili ma i primi maturano prima di questi ultimi. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando due angeli di mare si incontrano in una distesa d'acqua infinita, essi fanno uscire gli organi della copulazione e, con l'aiuto di una ventosa, si attaccano alla parete del corpo del partner. Ciò assicura che rimangano insieme durante tutto il processo, che può durare ore.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’attaccamento lascia anche una piccola cicatrice. Questo marker permanente può dire agli scienziati quanti partner hanno avuto durante la vita (spesso di circa un anno o due). Di solito, non più di quattro partner.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una volta congiunti, gli angeli di mare sembrano danzare. Una danza di accoppiamento pacifica e affascinante.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando il momento più importante nella vita è terminato, la coppia comincia a ruotare in una spirale, descrivendo un raggio crescente per interrompere l’accoppiamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.azula.com/sea-angel-mating-dance-2485203929.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Azula', width: 180});" class="imCssLink">https://www.azula.com/sea-angel-mating-dance-2485203929.html</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 09:43:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=5w1q802b</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/5w1q802b</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I pesci palla e gli esseri umani condividono gli stessi geni per i denti]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_q2x45l5y"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Pufferfish350.jpg"  title="" alt="" style="width:661px; height: 423px;" /></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I denti degli umani si sono evoluti dagli stessi geni che rendono così strani i denti dei pesci palla.</span><div><span class="fs16">Uno studio, condotto presso l'Università di Sheffield, ha rivelato che il pesce palla ha un programma di ricostruzione dei denti sensibilmente simile a quello di altri vertebrati, inclusi gli esseri umani.</span></div><div><span class="fs16">Pubblicata nella rivista PNAS, la ricerca ha scoperto che tutti i vertebrati possiedono una potenziale forma di rigenerazione dentale. Tuttavia i pesci palla utilizzano le stesse cellule staminali per la rigenerazione dei denti degli esseri umani, ma sostituiscono solo alcuni denti con bande allungate che formano il loro caratteristico becco.</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli autori dello studio, che includono ricercatori del Museo di Storia Naturale di Londra e dell'Università di Tokyo, ritengono che la ricerca possa ora essere utilizzata per affrontare le questioni della perdita di denti negli esseri umani.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il becco del pesce palla, unico, è una delle forme più straordinarie della originalità evolutiva. Questa struttura bizzarra si è evoluta attraverso la modifica della sostituzione dentale.</span><div><span class="fs16">Il becco è composto da quattro "bande di denti" allungate che vengono sostituite continuamente. Tuttavia, invece di perdere i denti quando vengono sostituiti, il pesce palla fonde insieme diverse generazioni di denti, che danno origine al becco, consentendo loro di schiacciare prede incredibilmente dure.</span></div><div><span class="fs16"><b><br></b></span></div><div><span class="fs16"><b>Le origini comuni di capelli, piume e denticoli dermali degli squali</b></span></div><div><br></div><div><span class="fs16">In un ulteriore studio pubblicato nella rivista EvoDevo, il dottor Gareth Fraser e il suo team dell'Università di Sheffield hanno anche scoperto che i denticoli dermali dello squalo hanno le stesse origini evolutive delle scaglie dei rettili, delle piume degli uccelli e dei capelli umani.</span></div><div><span class="fs16">Gli squali appartengono a un gruppo più basale di vertebrati e le loro scaglie sono state osservate nel record fossile nel corso di 450 milioni di anni di evoluzione, quindi i ricercatori di Sheffield credono che ciò indichi che tutti i vertebrati, sia che vivano in terra o nel mare, condividono lo stesso programma di sviluppo  per la pelle, i denti e i capelli che sono rimasti relativamente invariati per tutta l'evoluzione dei vertebrati.</span><div><span class="fs16">Lo studio suggerisce che gli stessi geni sono essenziali nello sviluppo precoce di tutte le appendici cutanee, dalle piume e dai capelli alle scaglie degli squali. Anche se le strutture finali sono molto diverse, questo articolo rivela che le origini dello sviluppo sono tutte simili. L’evoluzione ha quindi usato questi fondamenti comuni come una base che può essere modificata nel tempo per produrre la vasta diversità delle strutture cutanee osservate nei vertebrati.</span></div><div><br></div><div><span class="fs13">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span class="fs13"><a href="https://www.sheffield.ac.uk/news/nr/pufferfish-beak-genes-humans-teeth-study-1.702292" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Sheffield University', width: 180});" class="imCssLink">https://www.sheffield.ac.uk/news/nr/pufferfish-beak-genes-humans-teeth-study-1.702292</a></span><br></div><div><br></div></div><div><br></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 12 Sep 2017 12:02:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=q2x45l5y</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/q2x45l5y</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuova specie di granchio con insolite escrescenze ha il suo nome scritto nelle stelle]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_52kas6du"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Pariphiculus-stellatus-2-blog.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 419px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una nuova specie di granchio con tubercoli a forma di stelle su tutto il corpo è stato raccolto nelle distese di corallo rosso a Taiwan e nelle scogliere delle Filippine. Questa sorprendente creatura si distingue per il suo carapace e i chelipedi ricoperti di sporgenze appuntite.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Curiosamente questi cambiano con l'età, diventando più corti, più smussati e fungiformi da assomigliare a escrescenze e granuli simili a verruche. Indipendentemente dal loro sesso, come i granchi crescono, anche i loro carapaci diventano proporzionalmente più rotondi e più ampi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le curiose protuberanze sui corpi hanno ricordato al team di ricerca delle stelle, quindi, al granchio è stato dato il nome di <i>Pariphiculus stellatus</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La colorazione di <i>P. stellatus</i> varia tra i diversi esemplari. Mentre di norma è arancione con macchie bianche, la loro tonalità può essere opaca, pallida o intensa. I punti bianchi possono coprire alcune delle sporgenze o estendersi su gran parte del corpo. La parte inferiore del corpo va dal bianco sporco al marrone chiaro.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un'altra rara specie di granchio, <i>Acanthodromia margarita</i>, è stata segnalata per la prima volta a Taiwan nello stesso studio, precedentemente conosciuta dal Mar Andamano nell'Oceano Indiano orientale, Giappone e Filippine. Il campione femminile raccolto è uno dei più grandi, rappresentativo della specie, finora noti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali modificati da;&nbsp;<a href="https://blog.pensoft.net/2017/08/29/new-species-of-crab-with-unusual-outgrowths-has-its-name-written-in-the-stars/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Pensoft', width: 180});" class="imCssLink">https://blog.pensoft.net/2017/08/29/new-species-of-crab-with-unusual-outgrowths-has-its-name-written-in-the-stars/</a></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Original source:Ng PKL, Jeng M-S (2017) Notes on two crabs (Crustacea, Brachyura, Dynomenidae and Iphiculidae) collected from red coral beds in northern Taiwan, including a new species of Pariphiculus Alcock, 1896. ZooKeys 694: 135-156. <a href="https://doi.org/10.3897/zookeys.694.14871" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Zookeys', width: 180});" class="imCssLink">https://doi.org/10.3897/zookeys.694.14871</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 09:01:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=52kas6du</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/52kas6du</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[È un verme tubicolo l’animale più longevo?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Vermi"><![CDATA[Vermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_03206k7y"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/vermi-tubicoli-170717100500_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I grandi vermi tubicoli  che vivono nelle fredde profondità del Golfo del Messico potrebbero essere tra gli animali a più lunga vita del pianeta. La specie di verme tubicolo <i>Escarpia laminata</i> vive dai 100 ai 200 anni, mentre la longevità di alcuni si estende anche fino ai tre secoli.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>Escarpia laminata</i> è un tipo di verme tubicolo che vive nelle infiltrazioni fredde, situate tra i 1000 ei 3300 metri, sul fondo dell'oceano, nel Golfo del Messico. Solfuro di idrogeno, metano e altri fluidi ricchi di idrocarburi fuoriescono da queste aperture. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Poiché poco si conosce di questa specie e della sua storia vitale, i ricercatori hanno deciso di stimarne la durata di vita. Il team ha anche voluto scoprire se sono così longevi come altri tipi di vermi tubicoli che vivono nelle infiltrazioni fredde di idrocarburi di acque meno profonde, come <i>Lamellibrachia luymesi</i> e <i>Seepiophila jonesi.</i></span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sono stati contrassegnati 356 vermi tubicoli in punti diversi, nel Golfo del Messico, e misurato la loro crescita nel corso di un anno. Questo metodo di modellare la crescita annuale è stato sviluppato per calcolare l'età di <i>Lamellibrachia luymesi</i>, che si è stimato vivere fino a 250 anni. Il modello di crescita individuale media è stato poi esteso per includere anche i tassi di mortalità e tassi di reclutamento per costruire una simulazione a livello di popolazione. Nel processo, potrebbero essere stimati l'età e i tassi di crescita dei singoli vermi tubicoli raccolti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli approcci individuali e a livello di popolazione indicano che i più grandi individui di <i>Escarpia laminata</i> vivono più di 250 anni. Un esemplare di <i>E. laminata</i> lungo cinquanta centimetri si ritiene abbia 202 anni. Questa specie vive pertanto molto più a lungo dei suoi parenti, <i>Lamellibrachia luymesi</i> e <i>Seepiophila jonesi</i>. Questa durata di vita va anche molto al di là di stime basate su leggi di scala universale, per la dimensione corporea e la temperatura ambiente di <i>Escarpia laminata</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati supportano la teoria della longevità che afferma che, in assenza di minacce esterne, la selezione naturale selezionerà per individui che mostrano segni di un invecchiamento più lento e che possono riprodursi continuamente nella loro vecchiaia.</span><div><span class="fs16">"A più di 250 anni, <i>Escarpia laminata</i> raggiunge una durata di vita che supera altri record di longevità", dice uno dei ricercatori. "Data l'incertezza associata alla stima delle età degli individui più lunghi, ci possono essere grandi vermi tubicoli di <i>Escarpia laminata</i>, vivi in natura, che vivono ancora più a lungo".</span></div><div><span class="fs16">Il vertebrato terrestre più longevo mai registrato è stata una tartaruga gigante delle Galapagos di 177 anni, mentre balenidi di 211 anni sono stati registrati come i mammiferi più longevi. La vongola oceanica (<i>Arctica islandica</i>) rimane il più vecchio animale non coloniale conosciuto, con un'età dedotta di 507 anni.</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="http://www.springer.com/gb/about-springer/media/research-news/all-english-research-news/is-this-gulf-of-mexico-tubeworm-the-longest-living-animal-in-the-world-/13306910" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Springer', width: 180});" class="imCssLink">http://www.springer.com/gb/about-springer/media/research-news/all-english-research-news/is-this-gulf-of-mexico-tubeworm-the-longest-living-animal-in-the-world-/13306910</a></span></div><div style="text-align: left;">The tubeworm species Escarpia laminata.&nbsp;<span class="fs13">Credit: Image courtesy of the Chemo III project, BOEM and NOAA OER</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 31 Aug 2017 12:28:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=03206k7y</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/03206k7y</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Lo spiaggiamento dei Re di aringhe]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Oceani"><![CDATA[Oceani]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_y7iltop7"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/regaleco_n.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 661px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19">Un nuovo spiaggiamento di Regaleco alimenta la tesi che spiaggino in seguito ai terremoti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ogni volta che un Re di aringhe o Regaleco viene trovato spiaggiato fa notizia e suscita discussioni. Il recente spiaggiamento di due grandi esemplari di <i>Regalecus</i> nel PASAHIMAPA Mangrove Park, nelle Filippine ha spinto alcuni a ipotizzare un collegamento con un recente terremoto nell’area. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Da tempo si pensa che i <i>Regalecus</i> spiaggino a seguito di terremoti. Nel 2011, poco prima del terremoto devastante del Tohoku in Giappone, gli scienziati dicono che 20 esemplari si sono arenati nelle spiagge della zona.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Alcuni scienziati ritengono che pesci di acque profonde come il Regaleco, che sono più vicini a faglie attive, potrebbero essere più sensibili ai cambiamenti chimici che si verificano nell'acqua oceanica quando si verificano i terremoti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">D'altra parte, alcuni esperti ritengono che i <i>Regalecus</i> probabilmente non vivano abbastanza vicino a queste linee di faglia per sentirne gli effetti e il presunto collegamento potrebbe essere solo una coincidenza. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Ci sono molti più terremoti e non ci sono mai <i>Regalecus</i> che arrivino in superficie ogni volta", dice l’ittiologo Prosanta Chakrabarty della Louisiana State University. "Essi risalgono quando non ci sono terremoti, quindi perché collegare gli eventi?"</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ad ogni modo, i <i>Regalecus</i> che si avvicinano alla superficie, e spiaggiano, sono probabilmente prossimi a morire. Nonostante questi eventi di spiaggiamento, gli scienziati hanno ancora bisogno di saperne di più sui <i>Regalecus</i> e che cosa provoca la loro morte. Questi pesci, a causa del loro aspetto simile a serpenti, sono ancora considerati come la probabile ispirazione per molti antichi racconti sui "serpenti marini".</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://news.nationalgeographic.com/2017/08/oarfish-earthquakes-deep-sea-spd/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'National Geographic', width: 180});" class="imCssLink">http://news.nationalgeographic.com/2017/08/oarfish-earthquakes-deep-sea-spd/</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Photo Credit: Tourism Office</span><br></div><span class="fs16">&nbsp;<br></span><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 22 Aug 2017 08:11:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=y7iltop7</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/y7iltop7</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Una nuova specie di squalo brilla nel buio, pesa circa 1 chilo e ha un naso enorme]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_2ih2x00u"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/shark-new-species.ngsversion.1501534827742.adapt.710.1-Thumbnail.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 408px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Come trovare un ago in un pagliaio, un gruppo di scienziati ha scoperto una nuova specie di squalo che misura meno di 30 cm e pesa meno di un chilo da adulto.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Questo squalo in miniatura, "luminescente", è un membro della famiglia degli squali lanterna (Squaliformes: Etmopteridae), che si trovava fortuitamente a 300 metri di profondità, nell'Oceano Pacifico, al largo delle isole Hawaii nordoccidentali. Ci sono voluti più di 17 anni per identificare questa nuova specie (<i>Etmopterus lailae</i>) fin da quando è stata scoperta, ma è valsa la pena di aspettare dato che questa sfuggente creatura doveva ancora essere osservata in natura.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Per identificare una nuova specie ci vogliono diversi anni dal momento in cui viene scoperta fino al momento in cui la notizia viene condivisa con la comunità scientifica. I risultati della scoperta di <i>Etmopterus lailae</i> sono stati pubblicati nella rivista Zootaxa.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">L’identificazione di&nbsp;<i>Etmopterus lailae</i> richiedeva una vasta lista di misure, una categorizzazione diligente e confronti approfonditi con altri esemplari del museo.</span><div><span class="fs12">"Le caratteristiche uniche di questa nuova specie la distinguono davvero dagli altri lanterna", dicono i ricercatori. "Prima di tutto, ha una strana forma della testa e un muso insolitamente grande e rigonfio (protuberante) dove sono localizzate le narici e gli organi olfattivi. Queste creature vivono in un ambiente di mare profondo, quasi privo di luce, per cui hanno bisogno di avere un grande fiuto per trovare cibo."</span></div><div><span class="fs12">Alcune delle altre caratteristiche distintive di <i>E. lailae</i> sono i suoi segni ai fianchi che si prolungano avanti e indietro nel ventre, una zona nuda priva di scaglie sul lato inferiore del muso, nonché differenze interne come il numero di vertebre e anche meno denti inferiori rispetto agli altri squali. Come gli altri squali lanterna, <i>Etmopterus lailae</i> è bioluminescente e i fianchi, sul fondo della pancia, si illuminano al buio. I segni sul ventre e sulla coda sono anche specifici di questa nuova specie.</span></div><div><span class="fs12">Ci sono una serie di ipotesi per cui gli squali lanterna brillano al buio, tra cui il riconoscimento del compagno, per assicurarsi che si accoppino alla specie giusta, come forma di camuffamento per proteggerli dai predatori del mare profondo e usare la bioluminescenza perché agisca come un richiamo per attirare piccoli pesci o gamberetti.</span></div><div><span class="fs12">Nel 2000, Kajiura e Wetherbee avevano già scoperto il <i>Trigonognathus kabeyai</i> o pescecane vipera nelle Hawaii, che fa parte anche della famiglia degli squali lanterna. La caratteristica distintiva del pescecane vipera è la sua bocca simile a quella dei serpenti, ricoperta di denti ricurvi come unghie, che li distingue dagli altri squali lanterna.</span><br></div><div><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;"><a href="http://www.fau.edu/newsdesk/articles/new-shark-species.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Florida Atlantic University', width: 180});" class="imCssLink">http://www.fau.edu/newsdesk/articles/new-shark-species.php</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px; text-align: justify;"><i>Etmopterus lailae</i> is a member of the Lanternshark family, which was serendipitously found 1,000 feet below the Pacific Ocean off the coast of the Northwestern Hawaiian Islands.</span></span><div><span class="fs10"><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">Credit: Florida Atlantic University</span></span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 16 Aug 2017 10:06:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=2ih2x00u</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/2ih2x00u</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il nuovo serpente marino giallo dalla insolita postura]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Rettili"><![CDATA[Rettili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_40ct2guz"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/yellow-snake-Bessesen_fig2b.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 419px;" /><br><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una nuova sottospecie di serpente marino dalla piccola struttura e la pelle completamente gialla (<i>Hydrophis platurus xanthos</i>), individuata in Costa Rica, è stata descritta da ricercatori statunitensi nella rivista open access ZooKeys.</span><div><span class="fs16">La sua caratteristica più straordinaria, però, si rivela solo durante la notte, quando i serpenti si nutrono opportunisticamente di piccoli pesci sospesi, a testa in giù, dalla superficie dell'acqua, assumendo una particolare postura sinusoidale di agguato.</span></div><div><span class="fs16">A differenza della specie correlata, il serpente marino dalla pancia gialla (<i>Hydrophis platurus</i>), la sottospecie di serpente marino giallo vive in un ambiente molto più ostile: le acque del golfo sono più calde, spesso turbolenti, e l'ossigeno disciolto in esse scende occasionalmente a livelli estremamente bassi. I due territori dei serpenti sono separati da circa 22 chilometri.</span></div><div><span class="fs16">Probabilmente, il nuovo rettile si è evoluto per cacciare di notte, mentre la sua colorazione più leggera gioca un ruolo nella regolazione termica.</span></div><div><span class="fs16">Considerata la serie di tratti distinti ben definiti, la nuova sottospecie potrebbe alla fine risultare una nuova specie. Al momento, tuttavia, gli autori rimangono cauti fino a quando non saranno disponibili ulteriori dati.</span></div><div><span class="fs16">Ancora più importante, gli scienziati chiedono che siano applicate misure di conservazione all’ habitat del serpente. Con la sua area geografica molto limitata di circa 320 km2, situata in una zona attualmente non protetta, il serpente di mare giallo è a grave rischio di estinzione. Collezionisti che prelevavano esemplari dal mare sono stati segnalati. Inoltre, i rettili vivono già nel limite superiore di tolleranza della temperatura della specie, che li rende particolarmente suscettibili ai cambiamenti climatici. </span></div><div><span class="fs16">Gli autori sperano che questa popolazione, unica a livello globale, possa continuare ad offrire, sia a scienziati che turisti sensibili alla conservazione, temi degni di osservazione e studio.</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span class="fs13"><a href="https://blog.pensoft.net/2017/07/31/the-new-yellow-sea-snake-assumes-an-unusual-ambush-posture/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Pensoft', width: 180});" class="imCssLink">https://blog.pensoft.net/2017/07/31/the-new-yellow-sea-snake-assumes-an-unusual-ambush-posture/</a></span></div><div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">PhotoCredit: Brooke L. Bessesen; CC-BY 4.0</span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Original source: Bessesen BL, Galbreath GJ (2017) A new subspecies of sea snake, Hydrophis platurus xanthos, from Golfo Dulce, Costa Rica. ZooKeys 686: 109-123. <a href="https://doi.org/10.3897/zookeys.686.12682" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ZooKeys', width: 180});" class="imCssLink">https://doi.org/10.3897/zookeys.686.12682</a></span></div><div style="text-align: left;"><br></div></div></div><div style="text-align: left;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 07 Aug 2017 10:37:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=40ct2guz</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/40ct2guz</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Meduse come patatine croccanti]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_mu9727n6"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/dry-jellyfish-Vandmand-750x400.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 397px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ci sono troppe meduse in mare e abbiamo sempre più bocche da sfamare sulla Terra. Quindi perché non mangiare le meduse?</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per migliaia di anni le meduse sono state un'alimentazione altamente appetibile in Asia, ma che non è mai riuscita decollare in Occidente. Forse questo ha qualcosa a che fare con la consistenza cartilaginosa che la medusa acquisisce dopo essere stata sottoposta alla tradizionale procedura di elaborazione in uso nei paesi asiatici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ora, un gastrofisico della University of Southern Denmark ha sviluppato un nuovo metodo per seccare le meduse ad uno stadio in cui perdono tutta la consistenza cartilaginosa e diventano croccanti e sottili come uno foglio di carta. Il lavoro è stato pubblicato su The International Journal of Gastronomy and Food Science.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il metodo non solo può rendere la medusa più appetibile agli occhi degli occidentali, ma può anche rendere il processo di lavorazione asiatico significativamente più veloce, aumentando così l'efficienza degli stabilimenti di trasformazione asiatici.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’attuale ricerca, che ha portato ora alle meduse croccanti, richiede una procedura solo di un paio di giorni.</span></div><div style="text-align: justify;"><div><span class="fs16">In breve, il metodo prevede l'immersione della medusa in alcool, lasciando che l'alcool estragga  l'acqua dalle meduse. Nel giro di un paio di giorni l'alcol sostituisce l'acqua nella medusa e nel successivo processo di evaporazione, si seccano completamente. Queste meduse croccanti non hanno un gusto troppo caratteristico, gli autori dello studio pensano che in realtà abbiano un buon gusto, che la sensazione in bocca e l'aspetto estetico in particolare, abbiano un potenziale gastronomico.</span></div><div><span class="fs16">Negli stabilimenti di trasformazione tradizionali, si utilizzano sale da cucina e allume per estrarre l'acqua dalle meduse. Gli stessi tipi di sali utilizzati per conciare le pelli, e forse questo non è così appropriato in un contesto di cottura. In secondo luogo, il processo richiede molto tempo. Le meduse devono costantemente essere spostate in nuovi serbatoi e ci vuole almeno un mese prima che siano pronte e che l'impianto possa ricevere una nuova spedizione.</span><br></div><div><span class="fs16">Ci sono sempre più meduse in mare, questo rappresenta un problema per i pescatori. Troppe meduse in una rete di pesca, rendono le reti troppo pesanti da issare a bordo e i pescatori sono costretti a svuotarle in mare, perdendo così anche il pesce pescato.</span><div><span class="fs16">Vantaggioso per tutti. Forse questo è il verdetto.</span></div><div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs16">Film con sottotitoli in inglese: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TiszLEbecK8&feature=youtu.be" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Video', width: 180});" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=TiszLEbecK8&amp;feature=youtu.be</a></span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;"><a href="https://goo.gl/AWXBmG" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Southern Denmark', width: 180});" class="imCssLink">https://goo.gl/AWXBmG</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Journal Reference: M.T. Pedersen, J.R. Brewer, L. Duelund, P.L. Hansen. On the gastrophysics of jellyfish preparation. International Journal of Gastronomy and Food Science, 2017; 9: 34 DOI: 10.1016/j.ijgfs.2017.04.001</span><br></div><div><br></div></div></div><div><br></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 31 Jul 2017 10:47:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=mu9727n6</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/mu9727n6</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’originale rifugio di una nuova specie di granchio eremita ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_674n4520"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/paguro-2017-07-11-Sympagurus_dimorphus.jpg"  title="" alt="" style="width:702px; height: 522px;" /><br></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scoperta una nuova specie di paguro che, come altri granchi eremita della sua famiglia (Parapaguridae), non usa conchiglie di molluschi per dare riparo al suo vulnerabile corpo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il piccolo crostaceo trova la sua casa fra le morbide masse di polipi, cementate con la sabbia e altri  materiali, create dagli anemoni di mare che continuano a vivere sul dorso di questi granchi, in una incredibile simbiosi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">'Granchio eremita dagli occhi verdi' è il nome comune di questa nuova specie, recentemente scoperta nella costa occidentale del Sudafrica. A parte lo sguardo magnetico, la specie presenta un certo numero di tratti morfologici caratteristici e una inusuale preferenza per la casa che rendono questo crostaceo, unico. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il nuovo granchio eremita <i>Paragiopagurus atkinsonae</i>, è descritto nella rivista open access <a href="https://zookeys.pensoft.net/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Zookeys', width: 180});" class="imCssLink">ZooKeys</a>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il granchio eremita dagli occhi verdi misura solo 70 mm di lunghezza e mostra una colorazione arancione con sfumature bianco-panna. Fra le sue caratteristiche distintive vi è un rilevante dimorfismo sessuale, in cui i maschi crescono chelipedi molto più grandi rispetto alle femmine.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I parapaguridi iniziano nel modo consueto, occupando un minuscolo guscio di gasteropodi, che alla fine si depositerà in questo" amalgama" non calcificato creato dagli anemoni. Come il granchio eremita cresce, il suo guscio in tensione, o carcinoecia, cresce con esso.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Limitato ad una zona sorprendentemente piccola, senza alcuna ragione evidente, la nuova specie potrebbe semplicemente essere foriera di alcuni messaggi sulla conservazione, molto importanti.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="https://blog.pensoft.net/2017/07/12/behind-green-eyes-new-species-of-deep-water-hermit-crab-finds-itself-unusual-shelters/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Pensoft', width: 180});" class="imCssLink">https://blog.pensoft.net/2017/07/12/behind-green-eyes-new-species-of-deep-water-hermit-crab-finds-itself-unusual-shelters/</a></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Original source:&nbsp;</span><span class="fs13">Landschoff J, Lemaitre R (2017) Differentiation of three common deep-water hermit crabs (Crustacea, Decapoda, Anomura, Parapaguridae) from the South African demersal abundance surveys, including the description of a new species of Paragiopagurus Lemaitre, 1996. ZooKeys676: 21-45. https://doi.org/10.3897/zookeys.676.12987</span></div></div><div style="text-align: left;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 21 Jul 2017 10:49:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=674n4520</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/674n4520</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Parassiti marini:strategie diverse per individui differenti]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_y6j68cv4"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/rizocefali-170705164533_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 457px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I Rizocefali (Rhizocephala) sono parenti parassiti dei più familiari cirripedi filtratori e infettano e si nutrono di crostacei decapodi. I parassiti sono costituiti da una struttura esterna, a forma di sacco, che racchiude gli organi riproduttivi, e una massa informe che si ramifica nei tessuti dei loro sfortunati ospiti. Questa modalità di parassitismo è relativamente rara, rendendo difficile valutare la dimensione raggiunta da questo tipo di parassiti. Ora un team di ricerca dell'Università di Bergen, in Norvegia, ha utilizzato una tomografia microcomputererizzata (micro-CT) per determinare, in modo non invasivo, i volumi relativi di parassiti e ospitanti in questa relazione. I risultati rivelano che esiste una correlazione positiva tra le masse di parassita e l'ospite, cioè più grande è l’ospite maggiore è il parassita. Inoltre, il team ha applicato il metodo della micro-CT, per ottenere nuove conoscenze sul ciclo di vita del parassita, che aiutano a comprendere meglio la sua evoluzione. Lo studio è apparso nella rivista online PLOS ONE.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il Rizocefali appartengono alla classe dei parassiti che attaccano i sistemi riproduttivi dei loro ospiti, impedendone la riproduzione. Ciò, a sua volta, consente al parassita di sfruttare a proprio vantaggio l'energia, che l'ospite altrimenti investirebbe nella sua riproduzione, per promuovere la propria propagazione.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I cirripedi parassiti possono essere suddivisi in due gruppi, i Kentrogonida e gli Akentrogonida, che differiscono nelle loro strategie competitive. Il ciclo di vita dei Kentrogonida comprende uno stadio libero di larve, che infetta un nuovo ospite.  I Kentrogonida inoltre si riproducono più volte e rilasciano tipi di uova, morfologicamente distinti, nell'acqua circostante. Ciò aumenta la probabilità che la prole trovi nuovi ospiti in ambienti diversi. Le larve di Akentrogonida, d'altra parte, infettano i loro ospiti subito dopo la schiusa. Pertanto, è meno probabile che vengano catturate dai predatori, ma questo ha un prezzo: la brevità della fase larvale limita la loro distribuzione. I ricercatori hanno esaminato le dinamiche di popolazione di Kentrogonida e di una specie di Akentrogonide. I risultati hanno mostrato che l'Akentrogonide ha un alto tasso di riproduzione e produce un gran numero di uova relativamente piccole. Esso segue quindi quella che è conosciuta come la strategia r.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Al contrario, il Kentrogonide produce meno progenie, che origina da uova che sono più grandi di quelle delle specie Akentrogonide e richiedono quindi un maggiore investimento parentale. Questo schema di allocazione delle risorse è conforme alla cosiddetta strategia K.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Da studi molecolari di filogenetica si sa che i Kentrogonidi sono ancestrali agli akentrogonidi. Questi nuovi risultati, pertanto, implicano che i primi cirripedi rizocefali hanno continuato a seguire la strategia K dei loro antenati, i cirripedi filtratori. Questi ultimi sono organismi sessili e quindi vivono in un ambiente sicuro e stabile, che fornisce condizioni di vita relativamente costanti, ed è compatibile con l'adozione della strategia K ", spiega un ricercatore. "Quando gli Akentrogonidi sono emersi, essi si sono orientati su una strategia r, vantaggiosa, invece, per gli ambienti fluttuanti".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="https://www.en.uni-muenchen.de/news/newsarchiv/2017/nagler_wurzelkrebse.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Universitat Munchen', width: 180});" class="imCssLink">https://www.en.uni-muenchen.de/news/newsarchiv/2017/nagler_wurzelkrebse.html</a></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">This is the rhizocephalan barnacle Sylon hippolytes (red sac-like structure) on its shrimp host (Pandalina brevirostris).</span><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">PhotoCredit: C. Nagler, LMU Munich</span></div><div style="text-align: left;"><br></div></div><div style="text-align: left;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Jul 2017 12:55:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=y6j68cv4</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/y6j68cv4</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le veloci storie evolutive delle platesse]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecologia"><![CDATA[Ecologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_v2q1hvq3"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Platessa-kampelat_kimpassa.jpg"  title="" alt="" style="width:752px; height: 250px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un gruppo di ricerca dell'Università di Helsinki, studiando le platesse,  ha scoperto il più veloce evento di speciazione in qualsiasi vertebrato marino. Questo risultato ha importanti implicazioni sulla comprensione dell'evoluzione in mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno scoperto che il ritmo in cui due gruppi di platesse, nel Mar Baltico, si sono trasformate in due distinte specie sono stati straordinariamente veloci, circa 2400 generazioni. Questo è di gran lunga l'evento di speciazione più veloce mai riscontrato in qualsiasi vertebrato marino.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo un ricercatore "Questo è forse uno dei migliori esempi di speciazione ecologica, cioè il processo attraverso cui la selezione genera nuove specie nell'ambiente marino, perché la specie si è evoluta adattandosi a diverse nicchie ecologiche piuttosto che dalla separazione dovuta a barriere geografiche, per un lungo periodo di tempo ".</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ciò che rende questo risultato importante è che nell'ambiente marino le barriere alla dispersione raramente sono assolute, ovvero le correnti possono trasportare le larve e i pesci adulti possono spostarsi. Di conseguenza, i modelli di speciazione che possono agire in assenza di un isolamento geografico completo, come la speciazione ecologica, hanno probabilmente svolto un ruolo importante nell'evoluzione della biodiversità marina. Tuttavia, fino ad oggi, le prove della speciazione ecologica in mare sono esigue.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Lo studio ha importanti implicazioni sulla comprensione dell'evoluzione in mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ci sono nuove domande interessanti per i ricercatori da risolvere: come sorgono le specie, in alcuni casi ad una velocità che una volta sarebbe stata considerata inimmaginabilmente veloce.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"La risposta potrebbe essere nei cosiddetti tratti magici, cioè tratti che sono in fase di selezione e che nello stesso tempo causano l'isolamento riproduttivo, come sottoprodotto. In teoria, la selezione su tali tratti potrebbe svolgere un ruolo centrale negli eventi di rapida speciazione. Le strategie di accoppiamento e i tratti riproduttivi delle due specie di platessa potrebbero agire come tratti magici ", chiarisce un ricercatore.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Poiché lo studio conferma che ci sono due specie di platessa invece di una, come possono essere distinte tra loro?</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Morfologicamente sono quasi indistinguibili, ma hanno comportamenti riproduttivi e adattamenti diversi: entrambe le specie trascorrono l’inverno in acque più profonde e si nutrono in acque costiere poco profonde in estate. In primavera, comunque, una specie depone uova pelagiche nei bacini d'acqua profonda, dove la salinità è abbastanza elevata e le uova possono galleggiare, mentre la seconda specie genera uova più piccole, ma più pesanti nelle acque costiere poco profonde. Queste differenze erano note da tempo, ma solo ora ci rendiamo conto che le platesse con differenti comportamenti di riproduzione sono due specie con storie evolutive distinte.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le platesse sono economicamente importanti per la pesca e il loro numero si è ridotto notevolmente sulla costa finlandese. Oggi la percentuale di platesse pelagiche è molto piccola sulle coste finlandesi, ma una ricerca in corso suggerisce che negli anni '70 e '80 esse costituivano la maggioranza della popolazione. Le platesse pelagiche non avrebbero potuto riprodursi con successo, sulla costa finlandese, perché richiedono salinità più elevata. Probabilmente si sono riprodotte a sud, quando le condizioni erano più adatte, e trasportate nella costa finlandese dalle correnti. Cioè la costa finlandese era un bacino di popolazione per le platesse meridionali, proprio come per il merluzzo durante lo stesso periodo. Oggi si prendono quasi esclusivamente le specie demersali.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificcati da:&nbsp;<span style="text-align: left;" class="fs13"><a href="https://www.helsinki.fi/en/news/evolution-on-the-fast-lane-one-flounder-species-became-two" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Helsinki', width: 180});" class="imCssLink">https://www.helsinki.fi/en/news/evolution-on-the-fast-lane-one-flounder-species-became-two</a></span></div><div>PHOTO: VAS.: MATS WESTERBOM. OIK.: ALF NORKKO</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 06 Jul 2017 13:29:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=v2q1hvq3</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/v2q1hvq3</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'invasione dei pirosomi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Tunicati"><![CDATA[Tunicati]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_y2it9529"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/pirosomi-20170517_205610.jpg"  title="" alt="" style="width:700px; height: 393px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori del Northwest Fisheries Science Center della NOAA Fisheries insieme ai colleghi dell'Oregon State University stanno collaborando per svelare il mistero del perché, strani organismi simili a meduse, siano esplosi in enormi quantità al largo dalla Costa del Nord-Ovest degli Stati Uniti negli ultimi mesi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I pirosomi tubolari, questo è il loro nome,  si trovano nelle acque tropicali di tutto il mondo, e raramente sono stati osservati nel nord-ovest  degli USA, fino a circa due anni fa. Da allora si sono moltiplicati e questa primavera sembrano essere ovunque al largo della costa dell'Oregon fino al punto di bloccare gli attrezzi da pesca, a migliaia.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il traino a mezz’acqua di cinque minuti di una rete da ricerca, fuori dal fiume Columbia, alla fine di maggio, ha prodotto circa 60.000 pirosomi. Gli scienziati hanno passato ore per ordinare i pesci che stavano cercando.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Un video subacqueo realizzato dalla nave di ricerca Bell M. Shimada della NOAA, mostra legioni di pirosomi in densità estremamente elevate, da circa 40 fino a 200 miglia al largo delle coste dell’Oregon. Essi avevano dimensioni che andavano dai 4-6 cm fino a 78 cm, ed erano lunghi più di 60 cm. I ricercatori hanno trovato pirosomi più grandi e abbondanti più lontano dalla costa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I pirosomi sono&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs12">esseri&nbsp;</span><span class="fs12">altrettanto misteriosi quanto strani. Ogni pirosoma è costituito da singoli zooidi - piccoli organismi multicellulari - collegati in una tunica per formare una colonia tubolare chiusa ad un'estremità. Si alimentano per filtrazione e utilizzano ciglia per dirigere il plancton nel loro filtro mucoso.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Si sa che alcuni pesci ossei, i delfini e le balene mangiano pirosomi, ma poco sanno gli scienziati circa il loro ruolo negli ecosistemi in mare aperto o come potrebbero influenzare le reti alimentari nelle aree in cui si stanno presentando in densità così elevate.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il numero di pirosomi nella Corrente del Nord della California, che comprende la California settentrionale, l'Oregon e Washington, è aumentato nel 2015 e nel 2016. Tuttavia, secondo gli scienziati, la loro abbondanza quest'anno è senza precedenti. La pesca del salmone e del gambero ha riportato grandi catture di pirosomi al largo dell'Oregon e questi strani organismi sono in forte crescita fino a nord, come nell'Alaska sudorientale.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il comportamento alimentare dei pirosomi, le variabili ambientali che possono influenzare il loro numero, &nbsp; &nbsp;e i loro impatti sulla rete alimentare, sono in gran parte sconosciuti. I ricercatori sono interessati a spiegare quei misteri esplorando le dinamiche di popolazione dei pirosomi e determinando ciò che potrebbe essere responsabile di abbondanze così elevate nella corrente del Nord della California.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10">Materiali modificati da: <a href="https://www.nwfsc.noaa.gov/news/features/pyrosomes/index.cfm#sthash.wKYrEwwK.dpuf" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'NOAA', width: 180});" class="imCssLink">https://www.nwfsc.noaa.gov/news/features/pyrosomes/index.cfm#sthash.wKYrEwwK.dpuf</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">Pyrosomes found off the Oregon Coast range in size from a few inches to more than two feet long. (Photo by Hilarie Sorensen/University of Oregon)<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 30 Jun 2017 15:52:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=y2it9529</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/y2it9529</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Composti ignifughi naturali prodotti da batteri ospiti di comuni spugne]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Poriferi"><![CDATA[Poriferi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8636h355"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/pbb-marine-sponge-Moore-crop6_0.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 300px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un team di ricerca dello Scripps Institution of Oceanography presso la University of California, San Diego, ha scoperto per la prima volta che una comune spugna marina ospita batteri specializzati nella produzione di composti tossici quasi identici ai composti ignifughi artificiali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questi  risultati hanno avvicinato il gruppo di ricerca alla soluzione del mistero di questo potente gruppo di composti chimici, noti come polibromobifenili (PBB), nell'ambiente marino. I PBB sono un sottogruppo di sostanze ignifughe bromurate che sono abbinate alla schiuma, al tessile e all’elettronica per aumentare la temperatura a cui i prodotti bruciano. Questi prodotti chimici industriali sono potenti disgregatori endocrini che imitano l'attività dell'ormone tiroideo più attivo del corpo umano.</span><div><span class="fs16">Le spugne ottengono cibo e ossigeno filtrando l'acqua di mare attraverso i pori e i canali presenti nei loro corpi. Questo flusso di acqua costante significa che questi animali immobili ospitano molti batteri, virus e funghi nei loro complessi microbiomi.</span></div><div><span class="fs16">Il gruppo di ricerca ha studiato 18 campioni di spugne, raccolti durante due spedizioni di ricerca a Guam. Hanno quindi isolato i vari componenti di questa complessa miscela di organismi dai tessuti della spugna per identificare i geni specifici e gli enzimi che codificano per la produzione di PBB</span></div><div><span class="fs16">Lo studio è una perfetta combinazione di ricerca chimica, biologica e ambientale ed ha il potenziale di aiutarci a comprendere le conseguenze produttive, fatali e sanitarie dei composti naturali e degli inquinanti nell'ambiente marino.</span><div><span class="fs16">Dicono i ricercatori “I PBB prodotti naturalmente ci interessano perché finiscono nella catena alimentare". I dati preliminari di questo team di ricerca suggeriscono che alcuni PBB in natura possano essere anche più tossici di quelli artificiali, quindi abbiamo bisogno di sviluppare una migliore comprensione di tali composti".</span></div><div><span class="fs16">Questi microrganismi che vivono nell’oceano sono stati trovati in habitat diversi come piante marine, coralli e balene.</span></div><div><span class="fs16">Il prossimo passo sarà quello di scavare nei geni e negli enzimi di altri ospiti marini per scoprire quali altri organismi stanno producendo composti tossici simili e perché.</span></div><div><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="https://scripps.ucsd.edu/news/study-finds-bacteria-living-marine-sponge-produce-toxic-flame-retardant-compounds" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Scripps Institution of Oceanography', width: 180});" class="imCssLink">https://scripps.ucsd.edu/news/study-finds-bacteria-living-marine-sponge-produce-toxic-flame-retardant-compounds</a></span></div><div><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Researchers used genome mining and DNA sequencing to study bacteria found in marine sponges. Photo Credit: Jason S. Biggs</span><br></span></div></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 22 Jun 2017 13:05:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=8636h355</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/8636h355</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le raccomandazioni attuali sulle punture di medusa possono aggravare i sintomi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_t2i184xn"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/manoa-soest-australian-jellyfish.jpg"  title="" alt="" style="width:620px; height: 369px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Essere punto da una medusa è uno dei modi più rapidi per rovinare una giornata di divertimento in spiaggia. Ma quello che si fa dopo essere stati  punti ha il potenziale per farvi sentire molto meglio o di peggiorare notevolmente le cose. I ricercatori della University of Hawai'i - Manoa (UHM) hanno esaminato se le azioni di primo soccorso comunemente consigliate, come il risciacquo con acqua di mare o raschiare via i tentacoli, possono ridurre la gravità delle punture di due pericolose specie di cubomeduse. I loro risultati, pubblicati sulla rivista Toxins, rivelano che alcune delle pratiche più comunemente consigliate effettivamente causano un peggioramento.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le cubomeduse sono tra gli animali più letali degli oceani, responsabili di più morti ogni anno di quelle provocate dagli squali. Anche le punture più lievi causano un forte dolore e possono lasciare cicatrici orribili.</span><div><span class="fs16">I ricercatori hanno esaminato i modi migliori per rispondere alle punture di due specie di pericolose cubomeduse,  la medusa hawaiana <i>Alatina alata</i> nelle Hawaii e la più grande cubomedusa al mondo, la medusa australiana <i>Chironex fleckeri. </i></span></div><div><span class="fs16">Per condurre lo studio, i ricercatori hanno lavorato in loco, a Capo York, in Australia, nel mese di dicembre 2016, su <i>Chironex</i> vive. Essi hanno esaminato come i diversi modi di rimozione dei tentacoli - risciacquo con aceto o acqua di mare, raschiando i tentacoli con una carta di credito, o semplicemente strappandoli via, utilizzando un modello di tessuto umano disegnato da uno dei ricercatori, influenzavano la quantità di veleno iniettato durante una puntura. Essi hanno inoltre valutato se il trattamento con impacchi con ghiaccio o impacchi caldi riduceva il danno fatto dal veleno.</span></div><div><span class="fs16">Il team ha scoperto che alcune delle azioni più comunemente consigliate, tra cui il risciacquo con acqua di mare, raschiare i tentacoli, e l'applicazione di ghiaccio, drammaticamente aumentavano la gravità delle punture. "Meno dell’uno per cento delle cellule urticanti presenti in un tentacolo in realtà bruciano all’inizio di una puntura", ha spiegato un ricercatore. "Quindi tutto ciò che si fa che muove i tentacoli, o le capsule di cellule urticanti aderenti  attorno, ha il potenziale di aumentare la quantità di veleno iniettata di molte volte."</span><br></div><div><span class="fs16">Invece di risciacquare con acqua di mare o raschiare, il team ha scoperto che il risciacquo con aceto - che impedisce in modo irreversibile alle cellule urticanti di bruciare - o anche semplicemente pizzicando fuori i tentacoli con una pinzetta portavano a una minore iniezione di veleno. E dopo la puntura, l’applicazione di calore diminuiva energicamente l'attività del veleno. L'applicazione di ghiaccio, non solo non ha aiutato, contro le punture di medusa hawaiana, in realtà ha aumentato l'attività del veleno raddoppiando il danno. Il team ha scoperto che il modo migliore per trattare una puntura di medusa è stata la combinazione di un duplice prodotto, in grado di inibire il veleno, sviluppato dagli stessi ricercatori.</span><br></div><div><span class="fs16">"E 'fin troppo facile trovare cattivi consigli sul trattamento di punture di meduse su internet", ha dichiarato un ricercatore. Ma ha anche osservato che tale cattivo consiglio non è solo colpa dei siti che li forniscono. "Anche nella letteratura peer-reviewed, ci sono un sacco di esempi di raccomandazioni, fatte di sfuggita, nelle sezioni di discussione, senza alcuna prova diretta a sostegno, e quindi quelli vengono ripetuti e citati più e più volte, anche se' non sono basati su una rigorosa, prove empirica scientifica."</span><br></div><div><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da:<a href=" http://www.hawaii.edu/news/2017/03/20/uh-researchers-current-jellyfish-sting-recommendations-can-worsen-stings/ " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Hawai', width: 180});" class="imCssLink"> http://www.hawaii.edu/news/2017/03/20/uh-researchers-current-jellyfish-sting-recommendations-can-worsen-stings/&nbsp;</a></span><br></div><div style="text-align: left;">Photocredit: A sting by this Australian box jelly can lead to death in as little as 5 minutes. (credit: A Yanagihara)</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 09:47:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=t2i184xn</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/t2i184xn</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuove specie di pesci di barriera corallina mostrano un raro comportamento di cure parentali]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_q497angt"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Altrichthys-alelia-400.jpg"  title="" alt="" style="width:468px; height: 337px;" class="fleft" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tra le centinaia di specie di damigelle, solo poche proteggono e si prendono cura dei loro piccoli; una specie di recente scoperta aumenta il numero da tre a quattro.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La grande maggioranza dei pesci della barriera corallina produce una prole molto numerosa, che si disperde nell'oceano come larve, fluttuando con le correnti, prima di insediarsi nella barriera corallina. Alcuni pesci di scogliera, tuttavia, trattengono le loro uova nella scogliera, proteggendo i giovani fino a quando non sono abbastanza grandi da provvedere a loro stessi. In un recente viaggio nelle Filippine, i ricercatori hanno scoperto una nuova specie di pesce damigella che mostra questo inusuale comportamento di cura genitoriale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Di circa 380 specie di damigelle, prima di questa scoperta, si conoscevano solo tre specie che proteggono i loro piccoli. Il team di Bernardi era andato nelle Filippine per studiare due di esse, del genere <i>Altrichthys</i>, che vivono nelle acque poco profonde della piccola isola di Busuanga.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span style="text-align: left;" class="fs16">Nell'ultimo giorno del viaggio, i ricercatori facendo snorkeling in una zona remota, dall'altra parte dell'isola rispetto al loro sito di studio, hanno osservato questo insolito comportamento di un un pesce di barriera corallina che protegge i suoi piccoli.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I test genetici sugli esemplari raccolti hanno confermato che si tratta di una nuova specie, che i ricercatori hanno chiamato </span><i class="fs16">Altrichthys alelia</i><span class="fs16"> ( derivato dai nomi dei figli di Bernardi, Alessio e Amalia, che lo hanno aiutato nella sua ricerca sul campo). Un documento sulla nuova specie è stato pubblicato il 18 maggio nella rivista ZooKeys.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le cure parentali migliorano drasticamente le possibilità di sopravvivenza per la prole. Secondo Bernardi, meno dell'1% delle larve che si disperdono nell'oceano sopravvivono per insediarsi nuovamente in una scogliera, mentre i tassi di sopravvivenza possono arrivare fino al 35% per la prole di <i>Altrichthys alelia</i>. Tuttavia la strategia delle cure parentali rimane rara tra i pesci della barriera corallina.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un grande svantaggio è che i giovani non sono in grado di colonizzare nuovi siti lontani dalla scogliera dove vivono i loro genitori. Di conseguenza, le specie che tutelano la prole (il termine tecnico sono specie "apelagiche", poiché non dispongono di una fase pelagica o oceanica) tendono a trovarsi in aree molto limitate, il che li rende più vulnerabili all'estinzione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il sospetto è che le specie che evolvono regolarmente questo tipo di strategia, abbiano successo fino a quando non ci sia qualche cambiamento nell'ambiente locale, e quindi la popolazione viene eliminata". Secondo i ricercatori "sono specie molto fragili: il pesce cardinale di Banggai, è stato scoperto solo pochi anni fa, in una piccola area in Indonesia, ed è già sulla lista delle specie in pericolo".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div><a href="https://news.ucsc.edu/2017/05/coral-reef-fish.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Santa Cruz', width: 180});" class="imCssLink">https://news.ucsc.edu/2017/05/coral-reef-fish.html</a><br></div><div>(Photos courtesy of G. Bernardi)<br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 13:19:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=q497angt</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/q497angt</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Identificata per la prima volta la dieta dello sfuggente polpo dai ‘sette tentacoli’]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_xph5v411"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Halipron-atlanticus-srep44952-f1.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una scoperta, pubblicata su Scientific Reports, “The giant deep-sea octopus <i>Haliphron atlanticus</i> forages on gelatinous fauna,” mostra le prime osservazioni di questo sfuggente polpo gigante pelagico, con una sorprendente scelta riguardo alla preda: una medusa!</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio aiuta anche a rimettere in discussione l'idea che le creature gelatinose, come le meduse, sono vicoli ciechi dal punto di vista nutrizionale - una reputazione che si sta lentamente ribaltando.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>H. atlanticus</i> appartiene a un gruppo di ottopodi chiamato Argonautoidea. Possono raggiungere una lunghezza di 4 metri e pesare fino a 75 kg. I maschi sono più piccoli di circa 30 cm. </span><div><span class="fs16">In una recente spedizione con un ROV, i ricercatori sono rimasti sorpresi quando hanno osservato un esemplare di <i>Haliphron</i> che allargando le sue braccia mostrava una grande medusa fra i tentacoli. </span></div><div><span class="fs16">I ricercatori hanno analizzato il contenuto dello stomaco di cinque esemplari di <i>Halipron</i>, e tutti contenevano zooplancton gelatinoso. Tre dei polpi avevano nello stomaco resti facilmente identificabili di meduse, una conteneva un sifonoforo, una, una salpa. La combinazione degli avvistamenti, dei dati del contenuto dello stomaco, e un'osservazione in letteratura costituiscono una robusta prova che <i>H. Atlanticus </i>si nutre di zooplancton gelatinoso.</span></div><div><span class="fs16">In oceano aperto lo zooplancton gelatinoso è abbondante e per un lento, grande predatore, come <i>Haliphron</i>, ha senso consumare ciò che è prontamente disponibile e facile da catturare. </span></div><div><span class="fs16">I ricercatori ritengono che il ruolo di una dieta basata sullo zooplancton gelatinoso, nelle reti alimentari oceaniche, sia stato, “incompreso e sottovalutato”, pur essendo noto che altri grandi animali pelagici, come il pesce mola mola, la tartaruga marina liuto, i tonni, e altri grandi pesci pelagici, si nutrono anche di meduse. La carne - per così dire - di questi animali gelatinosi, si pensa, in genere, che sia carente di  nutrienti, ma non si capisce perchè gli animali che si nutrono di essi tendono ad essere molto grandi. Gli studiosi suggeriscono che il peso umido di un individuo gelatinoso si traduce in una biomassa significativa, in modo che ciò che essi non possiedono in sostanze nutritive possono supplirlo con la biomassa.</span></div><div><span class="fs16">Le difese e i meccanismi di fuga dello zooplancton gelatinoso sono, inoltre, molto più facili da superare per un grande predatore come <i>H. atlanticus</i>.</span></div><div><span class="fs16">Le femmine di <i>Haliphron atlanticus</i> sono talmente grandi da riuscire ad afferrare completamente e trattenere una grande medusa nelle loro braccia palmate, continuando a nuotare. Esse usano il becco per mordere la campana della medusa, accedere alla cavità digestiva e consumare il cibo contenuto all'interno, avendo accesso alle parti più nutrienti della medusa. A questo punto la medusa muore, ma la campana e le frange restano ancora intatte. I ricercatori postulano che, visto il modo in cui <i>H. atlanticus</i> tiene la campana con la frangia di tentacoli che si trascinano dietro, il polpo potrebbe usare i tentacoli appiccicosi e urticanti (che ancora pungono dopo che la medusa è morta) sia per difesa o per catturare altre prede più nutrienti. </span><div><span class="fs16">La scoperta della relazione fra <i>H. atlanticus</i> e lo zooplancton gelatinoso completa il quadro per il gruppo Argonautoidea. Prima di questa scoperta, al di fuori delle quattro famiglie all'interno di questo gruppo,<i> H. atlanticus</i> era l'unico in cui non era mai stata osservata una relazione con una medusa. Nelle altre tre famiglie, i giovani e i piccoli maschi del polpo dal mantello, <i>Tremoctopus gracile,</i> portano i tentacoli urticanti della Caravella portoghese che usano come difesa; <i>Ocythoe tuberculata</i>  abita nella cavità interna delle salpe- un altro tipo di organismo gelatinoso del macroplancton - probabilmente come rifugio e per afferrare la preda dal flusso di acqua che la salpa pompa attraverso la cavità; e le specie di nautilus <i>Argonauta </i>che si attaccano alla campana di una medusa e mordono attraverso di essa per estrudere il cibo dalla cavità digestiva.</span></div></div><div><span class="fs16">Il ROV ha permesso le prime osservazioni di questa nuova specie di Octopode e il suo comportamento ancora più straordinario che rivela un ruolo inaspettato nelle reti alimentari oceaniche. I ricercatori ora sono a conoscenza che <i>Haliphron</i>, una risorsa alimentare per grandi predatori come i capodogli, gli squali e i pesci spada, è in grado di distribuire  ai suoi predatori l'energia lungo un percorso che comprende le specie gelatinose.</span><br></div><div><br></div><div><a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5366804/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'NCBI', width: 180});" class="imCssLink">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5366804/</a><br></div><div>Hoving HJT, Haddock SHD. The giant deep-sea octopus Haliphron atlanticus forages on gelatinous fauna. Scientific Reports. 2017;7:44952. doi:10.1038/srep44952.<br></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 31 May 2017 11:22:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=xph5v411</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/xph5v411</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Quando il polpo può andare di traverso]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cetacei"><![CDATA[Cetacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_73fgd312"><div style="text-align: justify;"><span class="fs19">La complessa gestione di un pasto a base di polpo da parte dei tursiopi.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/tursiope-polpo-Quicksilver-5_Adult-male_2012SEP15_Kate-Sprogis.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 496px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I delfini dell’Indo-Pacifico sono stati osservati numerose volte durante la manipolazione di un polpo. Gli autori di uno studio:  Complex prey handling of octopus by bottlenose dolphins (<i>Tursiops aduncus</i>), pubblicato su Marine Mammal Science, suggeriscono che i delfini scuotono il polpo sulla superficie dell'acqua e lo gettano diversi metri in aria più volte per i) rimuovere la testa / mantello del polpo, ii) ammorbidire e assicurare che  i tentacoli siano inattivi e iii) frantumare il polpo in pezzi più piccoli per consumarlo più facilmente. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno documentato che questa gestione del polpo, che altrimenti lo renderebbe difficile da digerire:</span></div><div style="text-align: justify;"><ul><li><span class="fs16">era un evento stagionale, con un picco durante l'inverno / primavera con temperature dell'acqua ~ 18 ° C,</span><br></li><li><span class="fs16">avveniva in acque relativamente torbide e poco profonde (~ 3m) (~ 9m),</span><br></li><li><span class="fs16">si verificava principalmente su habitat bentonici costituiti da sabbia, alghe / sabbia e fango / limo,</span><br></li><li><span class="fs16">avveniva in gruppi di  ~ 10 delfini,</span><br></li><li><span class="fs16">era più diffusa tra le femmine adulte e,</span><br></li><li><span class="fs16">veniva attuato da delfini che mostravano una stretta associazione con altri delfini che manipolavano polpi.</span><br></li></ul></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Trattare un polpo, per un tursiope può essere un comportamento a rischio. È noto all'interno dell’area di studio lo spiaggiamento di  un maschio adulto in cui la necroscopia ha confermato che la causa della morte era stata per soffocamento, dopo aver ingurgitato un  grande polpo di 2,1 kg. Il delfino aveva tentato di ingoiare il polpo, tuttavia, il polpo è stato trovato quasi intatto, con la testa e il mantello del polpo nello stomaco del delfino e 1,3 m di lunghezza di tentacoli, separati dalla testa, che si estendevano fino alla bocca. Analogamente, si sospetta  la morte di un altro <i>T. aduncus</i> per asfissia a causa di un polpo situato nella sua bocca e nella faringe, circa 140 km a nord della stessa area di studio. In questi due casi, i delfini possono non aver manipolato i polpi a sufficienza, agitandoli  e lanciandoli per garantire che le risposte riflesse dei tentacoli del polpo fossero state inattivate. I tentacoli del polpo hanno una risposta difensiva, poiché i loro recettori possono rilevare stimoli che causano danni ai tessuti. Questi recettori permettono ai tentacoli del polpo di continuare a reagire anche dopo che siano stati staccati dalla testa, permettendo ai tentacoli di coordinare una risposta di contrazione riflessa. I delfini devono quindi manipolare il polpo in maniera sufficiente per ridurre la risposta riflessa di contrazione delle braccia e limitare che le ventose aderiscano ad esse, il che  li renderebbe altrimenti difficili da digerire.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><a href="http://mucru.org/complex-prey-handling-of-octopus-by-bottlenose-dolphins/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Murdoch University', width: 180});" class="imCssLink">http://mucru.org/complex-prey-handling-of-octopus-by-bottlenose-dolphins/ </a></span><div><span class="fs13">Full citation:&nbsp;</span><span class="fs13">Sprogis, K.R., Raudino, H.C., Hocking, D, and Bejder, L. (2017). Complex prey handling of octopus by bottlenose dolphins (Tursiops aduncus). Marine Mammal Science. doi: 10.1111/mms.12405</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 May 2017 12:37:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=73fgd312</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/73fgd312</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Bizzarri bivalvi: scoperta nelle Filippine la prima teredine gigante vivente]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_mnji1ay2"><span class="fs16"><b>L'organismo, che vive nel fango con la testa in giù, in un tubo a forma di zanna, trovato vivo per la prima volta, anche se la sua esistenza era conosciuta da secoli.</b></span><div><br></div><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/teredine-3404.jpg"  title="" alt="" style="width:620px; height: 372px;" /><br></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Circa tre metri di lunghezza, nero brillante con un appendice rosa e carnosa, sembra le viscere di un alieno in un film horror. Si tratta di una teredine gigante.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scoperta nel fango di una laguna poco profonda, nelle Filippine, una creatura vivente di questa specie non era mai stata descritta prima, anche se la sua esistenza era conosciuta da più di 200 anni grazie ai tubi fossili, simili a una mazza da baseball, che avvolgono la creatura.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo la classificazione linneana,&nbsp;<i>Polthalamia Kuphus</i>&nbsp;vive nel fango all'interno di un lungo tubo di carbonato di calcio secreto dall'animale. Il tubo forma un involucro per la bestia, inclusa la sua testa. "Se vuole crescere, essa deve aprire l'estremità di quel tubo, in qualche modo sciogliere o riassorbire il cappuccio sul fondo, crescere, estendere il tubo verso il basso nel fango, e poi sigillarlo di nuovo", ha detto uno dei riceratori.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'estremità del tubo, a forma di Y, è circondata da due sifoni - l'acqua viene aspirata attraverso uno, spinta attraverso le branchie, poi espulsa attraverso l'altro.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pur essendo noto come verme delle navi - un cenno alla dieta dei suoi simili del legno sommerso - l'animale è in realtà un altro tipo di bivalve. Ha una versione modificata delle due valve sulla testa, mentre il corpo si distende dietro, "attraverso l'evoluzione i</span><span style="text-align: left;" class="fs16">l suo corpo è stato allungato&nbsp;</span><span class="fs16">in modo da non abbinarsi più ai due gusci".</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il team si è imbattuto sulla presenza di queste creature grazie ad un video di YouTube, di un report televisivo delle Filippine. I ricercatori hanno chiesto agli accademici della regione le possibili posizioni e successivamente trovato, una coltura dei tubi in una laguna piena di legno marcio. La posizione, aggiunge un ricercatore, rimane un segreto, per impedire che il sito venga disturbato dai raccoglitori di conchiglie.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I subacquei hanno raccolto i tubi, trovati aderenti verso l'alto, a circa 3 metri di profondità. </span><span style="text-align: left;" class="fs16">Il 75% -80% del</span><span class="fs16">&nbsp;tubo è sepolto nel fango. Circa mezza dozzina sono stati spediti al laboratorio, dove il team ne ha provvisoriamente aperto uno.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'aspetto della teredine quando è scivolata fuori dal tubo ha sorpreso i ricercatori. La maggior parte dei bivalvi sono di  colore grigio, marrone, rosa, beige chiaro. Questo ha un colore nero canna di fucile. È più robusto e più muscoloso, di qualsiasi altro bivalve.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><a href="https://www.theguardian.com/world/2017/apr/17/bizarre-bivalve-first-living-giant-shipworm-discovered-in-philippines" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Guardian', width: 180});" class="imCssLink">https://www.theguardian.com/world/2017/apr/17/bizarre-bivalve-first-living-giant-shipworm-discovered-in-philippines</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">PhotoCredit: Giant shipworm found in Philippines Photograph: Marine Science Institute/Marvin Altamia&nbsp;</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 May 2017 10:33:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=mnji1ay2</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/mnji1ay2</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nubi più riflettenti per preservare la Grande Barriera Corallina australiana]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_kyk7xrzd"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><b>Mentre il bleaching sta continuando a devastare la GBC australiana per il secondo anno di fila, gli scienziati stanno considerando le soluzioni più disparate, esempio: come rendere più riflettenti le nuvole.</b></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/coral-bleaching-indopac.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori dell'Istituto di Scienze Marine di Sydney e l'Università di Sydney School of Geosciences  stanno esplorando la possibilità di rendere più riflettenti le nuvole a bassa quota, sulla costa nordorientale dell'Australia, per raffreddare le acque che circondano il più grande sistema di barriera corallina del mondo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Negli ultimi due anni, la Grande Barriera Corallina è stata devastata da uno sbiancamento su larga scala, un fenomeno che si verifica quando le calde acque oceaniche provocano l’espulsione delle alghe, che vivono in simbiosi nei tessuti del corallo. L'anno scorso, gli eventi conseguenti a El Niño hanno fatto salire le temperature dell'oceano, almeno il 20% della barriera corallina è morta e più del 90% è rimasta danneggiata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori australiani hanno studiato diversi metodi per preservare le barriere coralline. Ma, a questo punto, rendere le nuvole più riflettenti, secondo i ricercatori, sembra il modo più fattibile per proteggere un ecosistema che si estende su più di 130.000 miglia quadrate. La brillantezza delle nuvole sarebbe, a loro parere, l'unica cosa identificata applicabile su larga scala, sensibile e relativamente benigna per l'ambiente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È questo uno dei numerosi gruppi di ricerca che hanno iniziato ad esplorare se la luminosità delle nuvole, discussa in genere come potenziale strumento per alterare il clima nel suo complesso, potrebbe essere applicata in modo più mirato. Tutti gli scienziati coinvolti sottolineano che la ricerca è alle sue origini. Nessuno ha mai testato un sistema per la brillantezza delle nuvole, molto meno in applicazioni geograficamente mirate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Uno scienziato britannico, John Latham, propose l'idea, quasi 30 anni fa, per la prima volta, come potenziale metodo per controllare il riscaldamento globale, su Nature. La teoria è che flotte di navi potrebbero spruzzare piccole particelle di sale, generate dall'acqua di mare, verso nuvole a bassa quota, sulla superficie del mare, in prossimità delle coste di diversi continenti. Questo fornirebbe i nuclei necessari per indurre una formazione addizionale di goccioline, ampliando la superficie totale delle nuvole. Le dense nuvole bianche risultanti dovrebbero riflettere più calore nello spazio. Uno studio condotto da Latham, all'Università di Manchester, ha concluso che l'approccio potrebbe compensare il riscaldamento che si verificherebbe se l'anidride carbonica raddoppiasse nell'atmosfera.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il progetto Marine Cloud Brightening, una collaborazione tra un gruppo di ricercatori della Silicon Valley e scienziati del clima dell'Università di Washington, è quello che ha lavorato maggiormente sull'idea, finora. La squadra di Sunnyvale, in California, ha passato gli ultimi sette anni a sviluppare un ugello che essi credono possa spruzzare particelle di sale della giusta dimensione e quantità allo scopo di alterare le nuvole. Stanno cercando di raccogliere diversi milioni di dollari per costruire spruzzatori su vasta scala, sperando alla fine di condurre piccole sperimentazioni sul campo in un punto piatto lungo la costa del Pacifico, idealmente un posto con venti vicino a riva, nuvole basse e vicini con una mentalità aperta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Essi sono fra un ristretto gruppo di ricercatori che cercano di condurre esperimenti limitati, all’aperto, per esplorare la fattibilità e i rischi di tali approcci. Ma mentre la prospettiva di utilizzare la geo-ingegneria, per attenuare il riscaldamento globale su larga scala, pone problemi di governance non gestibili, l'utilizzo della tecnologia per affrontare un problema più localizzato potrebbe essere più fattibile, almeno politicamente.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.technologyreview.com/s/604211/scientists-consider-brighter-clouds-to-preserve-the-great-barrier-reef/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'MIT Technology Review', width: 180});" class="imCssLink">https://www.technologyreview.com</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 04 May 2017 12:54:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=kyk7xrzd</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/kyk7xrzd</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[#SaveBangkaIsland, la coalizione per il salvataggio di Bangka]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8n0u0npt"><span class="fs16"><b>La popolazione indigena dell’isola di Bangka (Indonesia) vince la battaglia contro la compagnia mineraria cinese.</b></span><div><br></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Mikgro-Metal-Premium.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 498px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'unico ministro cattolico nel gabinetto del Presidente Joko Widodo, ha recentemente revocato la licenza di Mikgro Metal Premium (MMP), la compagnia mineraria alla ricerca di minerali  di ferro nell’isola di  Bangka.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La revoca ha seguito la fine di una battaglia legale iniziata dai Kauku la popolazione indigena dell'isola, che sosteneva che l'attività estrattiva era illegale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'opposizione alla miniera, che copriva quasi la metà della superficie totale dell'isola, era iniziata non appena l'azienda aveva ottenuto la licenza nel 2014.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli isolani hanno intentato una causa in cui hanno sostenuto che la miniera violava la legge indonesiana del 2007 sulla gestione delle zone costiere e piccole isole, che vieta l'estrazione nelle isole al di sotto di 200.000 ettari. L’isola di Bangka è meno di 5.000 ettari.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I giudici di merito e la Corte Suprema hanno tutti legiferato a favore degli isolani.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Merah Johansyah, coordinatore della Mining Advocacy Network (JATAM) che ha assistito le persone di  Bangka ha detto che la revoca della licenza è stato il frutto della dura lotta della comunità.&nbsp;</span><span class="fs16">“Anche se la compagnia non ha ancora iniziato l'estrazione del minerale, la costruzione di strutture per preparare il processo di produzione aveva causato danni ambientali,” ha detto.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Aree forestali sono state danneggiate, mentre “il territorio è stato spogliato, le mangrovie sono state sepolte e  le barriere coralline distrutte per costruire strade, un porto e magazzini”, ha detto Johansyah ucanews.com.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Maria Taramen, dalla Nature Lovers Group, un'ONG locale, su Bangka ha detto che la presenza della società mineraria ha gravemente turbato la vita delle persone.&nbsp;</span><span class="fs16">“Molte famiglie litigavano a causa di opinioni divergenti circa la miniera”.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ulva Novita Take, una residente di Lihunu, un villaggio sull'isola, ha detto che l'intera operazione stava minacciando il sostentamento delle comunità di pescatori.&nbsp;</span><span class="fs16">“E 'stata una minaccia per le barriere coralline e per la vita marina, e noi dipendiamo da questo”.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'isola ha una popolazione di circa 2.400 persone con il 70% di esse protestante.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo il Ministero dell'Energia e delle Risorse Minerarie, l'Indonesia ha rilasciato 9.721 licenze di estrazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tuttavia, JATAM dice circa 1.890 di esse sono in violazione della legge, perché sono su piccole isole al di sotto dei 200.000 ettari.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Fonte:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px;"><a href="http://www.jatam.org/2017/04/05/indonesian-islanders-win-fight-against-mining-firm/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'JATAM', width: 180});" class="imCssLink">http://www.jatam.org/</a></span></span></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 10:53:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=8n0u0npt</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/8n0u0npt</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nel DNA di un predatore del reef]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Echinodermi"><![CDATA[Echinodermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9367nngr"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/acanthaster-P1070400.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 884px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><b><i>Ricercatori australiani e giapponesi hanno sequenziato e decodificato per la prima volta il genoma della stella marina corona di spine (Acanthaster planci) (COTS), spianando la strada a un controllo biologico di questo predatore invasivo responsabile della distruzione delle barriere coralline in tutto l’Indo-Pacifico.</i></b></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In epoca moderna, invasioni di COTS sono state segnalate nel 1957 nel villaggio di Onna-son, a Okinawa dove è conosciuta localmente come "onihitode",  "la stella marina demone”. Successivamente COTS sono state osservate più drammaticamente sulla Grande Barriera Corallina dove hanno cominciato ad aggregarsi in colonie fino a diversi milioni di individui, divorando completamente la barriera e diventando una delle principali preoccupazioni ecologiche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La nuova ricerca, pubblicata su Nature, è fonte di nuove informazioni utili per controllare potenzialmente questa specie invasiva. Scienziati australiani e dell’ Okinawa Institute of Science and Technology (OIST) hanno sequenziato l'intero genoma di COTS per la prima volta, rivelando che le stelle marine dalla Grande Barriera Corallina e quelle di Okinawa condividono un materiale genetico identico. Anche se i campioni sono stati prelevati da individui trovati a 5000 km di distanza, su diversi lati dell'equatore, i ricercatori hanno confermato che  appartengono alla stessa specie.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In secondo luogo, essi hanno identificato le molecole trasmesse attraverso l’acqua che le  COTS utilizzano per comunicare allo scopo di raggrupparsi in grandi popolazioni distruttive.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Mentre i progetti tipici del genoma si concentrano sul DNA di un singolo individuo, uno dei punti di forza di questo studio è che si tratta di un modello molto robusto della matrice genetica delle COTS, grazie al confronto di materiale genetico proveniente da due individui decodificato in modo indipendente. I ricercatori hanno raccolto un campione sulla Grande Barriera Corallina, l'altro da una scogliera a Motobu, sulla costa occidentale di Okinawa.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Basandosi sull'osservazione del comportamento di COTS durante eventi di deposizione delle uova, i ricercatori speravano di identificare i segnali chimici delle COTS, che si sa vengono rilasciati nell’acqua, per comunicare con altre COTS nelle vicinanze. Per farlo, i ricercatori hanno costruito un labirinto acquatico a forma di Y, con una stella marina a partire dalla fine del ramo più lungo. In un esperimento, hanno alimentato uno dei rami più corti con acqua raccolta da un aggregazione di COTS. Poiché la stella si spostava verso questo ramo del labirinto, rispetto ai campioni dell’acqua di controllo, essi hanno concluso che tali campioni di acqua dovevano contenere molecole che inducevano la stella a riunirsi con altri membri della sua stessa specie. Gli stessi campioni di acqua sono stati poi analizzati biochimicamente per identificare queste molecole, che sono state poi mappate con dati genomici delle COTS. Poiché gli scienziati sono ora in possesso dell’intero genoma, essi potrebbero confermare che queste molecole originavano dalla COTS.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno scoperto geni specifici di 26 COTS che potrebbero essere coinvolti nella secrezione di 107 segnali di comunicazione trasmessi attraverso l’acqua. Inoltre, il genoma comprende 750 geni che codificano per proteine analoghe alla versione dei recettori dell’odorato della stella, che potrebbe evidenziare come COTS percepisce e analizza questi segnali nell’acqua circostante.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo potrebbe essere il primo passo per capire come interrompere la comunicazione su larga scala e prevenire i danni alla barriera per disinnescare eventi di deposizione di massa. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="https://www.oist.jp/news-center/press-releases/dna-coral-reef-predator-0" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'OIST', width: 180});" class="imCssLink">https://www.oist.jp/news-center/press-releases/dna-coral-reef-predator-0</a></div></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature22033.html?WT..ec_id=NATURE-20170406&spMailingID=53784341&spUserID=MjA1NTA3MjA0OQS2&spJobID=1140784154&spReportId=MTE0MDc4NDE1NAS2" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">http://www.nature.com/nature/journal</a><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 18 Apr 2017 10:36:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9367nngr</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9367nngr</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[È un maschio o una femmina? ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Rettili"><![CDATA[Rettili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_iemxgn08"><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Un nuovo metodo per identificare il sesso delle tartarughe marine.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/sea-turtle-newsdesk.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 497px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">È un maschio o una femmina? Non avendo un cromosoma X o Y, il sesso delle piccole tartarughe marine è definito durante lo sviluppo dall'ambiente di incubazione. L’ambiente termico del nido determina se un embrione si svilupperà come maschio oppure come femmina. Temperature più calde della sabbia producono più femmine, temperature più fredde producono più maschi. A rendere le cose ancora più complicate, in alcune specie di tartarughe marine, la loro anatomia sessuale non è fisicamente visibile fino a circa una decina di anni quando si avvicinano alla maturità sessuale.  Con l'aumento delle temperature globali e il cambiamento climatico, i nidi di tartarughe marine tendono a produrre un maggior numero di femmine rispetto ai maschi, aumentando ulteriormente il rischio di estinzione. Nonostante questo rischio, pochissimi studi in realtà verificano il sesso delle singole tartarughe marine e quindi confrontano tali dati con le previsioni dei rapporti sessuali in base all'ambiente di incubazione.  Un passo fondamentale nella conservazione di questi animali consiste nella stima del rapporto fra sessi alla schiusa delle uova, che resta impreciso a causa della loro costituzione anatomica. Per superare le incertezze degli attuali metodi utilizzati per determinare il sesso delle tartarughe marine, gli scienziati della Florida Atlantic University hanno modificato un approccio immunoistochimico (IHC),  utilizzato in tartarughe d'acqua dolce, e la sua accuratezza testata nell'identificare il sesso alla schiusa della tartaruga comune (<i>C. caretta</i>) e della tartaruga liuto (<i>Dermochelys coriacea</i>). I risultati di questo studio, pubblicato sulla rivista The Anatomical Record, dimostrano che questo procedura rappresenta un  importante passo avanti nella ricerca di un metodo più affidabile per l'identificazione del sesso, di particolare importanza per le tartarughe liuto, considerate a rischio di estinzione.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10">Materiali modificati da: <a href="http://www.fau.edu/newsdesk/articles/sea-turtle-sex-ID.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Florida Atlantic University', width: 180});" class="imCssLink">http://www.fau.edu/newsdesk/articles/sea-turtle-sex-ID.php</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">PhotoCredit: Florida Atlantic University</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 09:28:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=iemxgn08</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/iemxgn08</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le spine dei ricci potrebbero riparare le ossa]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Echinodermi"><![CDATA[Echinodermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_794hf9j4"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/spine-di-riccio-170322103714_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 267px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ogni anno, in tutto il mondo, hanno luogo più di 2 milioni di procedure per guarire le fratture ossee e difetti da traumi o malattie, rendendo l'osso il secondo tessuto più comunemente trapiantato, dopo il sangue. Per contribuire a migliorare i risultati di questi interventi chirurgici, gli scienziati hanno sviluppato un nuovo materiale da innesto a partire dagli aculei dei ricci di mare. I risultsti su tali supporti ossei degradabili, testati sugli animali, pubblicati sulla rivista ACS Applied Materials &amp; Interfaces.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I medici hanno vari approcci disponibili per il trattamento dei difetti ossei: il materiale di ricambio può provenire dal corpo dello stesso paziente, da tessuto donato, o da un prodotto sintetico o di origine naturale. Tutti questi metodi, tuttavia, hanno delle limitazioni. Ad esempio, le bioceramiche attuali, come ad esempio l’idrossiapatite, che sono state utilizzate come supporti per la riparazione ossea tendono ad essere deboli e fragili, il che può portare alla perdita di frammenti. Questi pezzi possono poi passare nel tessuto molle adiacente, causando infiammazione. Recenti studi hanno dimostrato che i materiali biologici, come ad esempio le spine di riccio di mare, sono promettenti come supporti ossei grazie alla loro porosità e resistenza. Xing Zhang, Zheng Guo, Yue Zhu e colleghi hanno voluto mettere alla prova questa idea in modo più dettagliato. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Utilizzando una reazione idrotermale, i ricercatori hanno convertito spine di riccio di mare in supporti biodegradabili di fosfato tricalcico magnesio-sostituito, mantenendo la struttura porosa originale delle spine. Diversamente dall’idrossiapatite, i sostegni realizzati con spine di riccio potrebbero essere tagliati e forati ad una forma e dimensione specifica. Test su conigli e beagle hanno mostrato che le cellule ossee e le sostanze nutritive potrebbero fluire attraverso i pori e promuovere la formazione ossea. Inoltre, il supporto degradava facilmente nel momento in cui veniva sostituito dalla nuova crescita. Secondo i ricercatori i loro risultati potrebbero ispirare la progettazione di nuovi materiali leggeri per la riparazione delle ossa.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:American Chemical Society. "Sea urchin spines could fix bones." ScienceDaily. ScienceDaily, 22 March 2017. &lt;<a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2017/03/170322103714.htm?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fplants_animals%2Fsea_life+%28Sea+Life+News+--+ScienceDaily%29 " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ScienceDaily', width: 180});" class="imCssLink">www.sciencedaily.com/releases/2017/03/170322103714.htm</a>&gt;.</div><div style="text-align: justify;">Photo Credit: American Chemical Society<br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Apr 2017 11:58:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=794hf9j4</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/794hf9j4</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Uno studio mostra come razze e squali percepiscono i campi elettrici]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9a82y014"><div style="text-align: left;"><span class="fs19">Raffinati esperimenti delineano la biologia di affascinanti capacità sensoriali, dai geni al comportamento.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Skate_ampullary_organs.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><i>Gli organi ampollari  che contengono le cellule elettrosensoriali che permettono all'animale di raccogliere deboli segnali elettrici di vita, sono macchiati blu scuro. Immagine da David Julius Lab</i><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Squali e razze possono cacciare le prede nascoste sotto la sabbia 'ascoltando' deboli tracce di bioelettricità, essi possono letteralmente sentire battere il cuore della loro preda.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'anatomia di base degli organi elettro-sensoriali che compiono questa impresa è nota da decenni, ma i meccanismi biologici - come le cellule elettrosensoriali captano deboli segnali elettrici di vita - è rimasto finora un puzzle.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ora, in un nuovo studio pubblicato online su Nature, i ricercatori della UC San Francisco hanno decodificato il mistero dell'organo elettrosensoriale di <i>Leucoraja erinacea</i>, attraverso una serie di esperimenti essi hanno identificato  i meccanismi della elettro-sensorialità, dai geni, alla fisiologia cellulare, al comportamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel loro studio, i ricercatori hanno prima isolato cellule elettrosensoriali da ampolle di razza, che mediano l’elettro-sensazione, e poi eseguito registrazioni sensibili che hanno rivelato due correnti ioniche - una corrente del calcio voltaggio-sensibile che introduce gli ioni calcio nelle cellule in risposta a disturbi elettrici e una corrente di potassio, calcio-sensibile che altera le normali proprietà elettriche della cellula. Queste correnti interagiscono tra loro per determinare una oscillazione elettrica nella membrana cellulare estremamente sensibile ai disturbi elettrici esterni. Questa oscillazione agisce quasi come un amplificatore per consentire alla razza di rilevare le piccole perturbazioni elettriche prodotte dal campo elettrico di un organismo preda.<br></span></div></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Infine, i ricercatori hanno dimostrato l'importanza del comportamento di questi canali per l’elettrosensazione della razza: essi hanno messo razze vive in vasche con una sorgente elettrica nascosta sotto uno strato di sabbia mostrando che, mentre le normali razze trascorrevano molto del loro tempo orientandosi verso e indagando il quadrante della vasca con il segnale elettrico nascosto, razze con i canali ionici chiave bloccati da farmaci, sembravano inconsapevoli della presenza di un pasto simulato a pochi centimetri di distanza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori i risultati non solo rivelano nuove intuizioni su come le razze e gli squali trovano il loro pasto, ma potrebbero rivelare nuove informazioni sulla nostra stessa biologia,.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sorprendentemente, il sistema elettrosensoriale della razza è evolutivamente correlato al sistema uditivo dei mammiferi, e ci sono molte somiglianze tra organi elettrosensoriali  delle razze e le "cellule ciliate" dell'orecchio interno responsabile dell'udito nei mammiferi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Capire esattamente come piccole differenze in questi canali influenzano la funzionalità elettrica potrebbe essere importante per una migliore comprensione del sistema uditivo."</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="https://www.ucsf.edu/news/2017/03/405996/study-shows-how-skates-rays-and-sharks-sense-electrical-fields" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of California San Francisco', width: 180});" class="imCssLink">https://www.ucsf.edu/news/2017/03/405996/study-shows-how-skates-rays-and-sharks-sense-electrical-fields</a></span><br></div><div style="text-align: left;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 10:08:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9a82y014</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9a82y014</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuotare con gli squali: come può impattare questi animali?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_j04sz70g"><div style="text-align: right;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Marco-Boncompagni-su-Instagram.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 600px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Grandi masse di subacquei, che potrebbero essere definiti squali-ossessionati, viaggiano su enormi distanze - e spendono un sacco di soldi - per nuotare faccia a faccia con i grandi predatori degli oceani.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un’industria globale multimilionaria è stata costruita intorno alla promessa di fare proprio questo: immersioni in gabbia con gli squali bianchi in Sud Africa e in Guadalupa; lo shark-feeding alle Bahamas, Messico o Fiji; immersioni con enormi banchi di squali martello a Cocos Island e alle Galapagos.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una cosa straordinaria per gli amanti del brivido, ma per quanto riguarda gli squali? Come sanno la maggior parte dei subacquei  - e hanno dimostrato precedenti studi - gli squali, più comunemente, nuotano lontano dalle persone più che verso di loro. Questo comportamento sfuggente persiste dopo che i sommozzatori se ne sono andati? Gli squali evitano i siti che sono frequentati da subacquei?</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Desiderosi di capire come le attività subacquee, in scale temporali pluriennali, influenzano il comportamento degli squali, gli scienziati della UC Santa Barbara e della Florida International University hanno cercato di trovare le risposte. Essi hanno trovato che l'interazione uomo-squalo può avvenire senza effetti a lungo termine sugli squali. La loro ricerca appare nella rivista Marine Ecology Progress Series.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Purtroppo, l'impatto umano sulle popolazioni di squali è diffuso ovunque sul nostro pianeta. Questo rende difficile separare i cambiamenti comportamentali degli squali dovuti alle immersioni, dai cambiamenti comportamentali causati da altre attività umane, quali la pesca.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori si sono recati a Palmyra, un remoto atollo nel Pacifico centrale, dove le popolazioni di squali sono sane, la pesca non è consentita e la maggior parte del mondo sottomarino circostante incontaminato e dove raramente si svolgono immersioni.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tuttavia, Palmyra è sede di una piccola stazione di ricerca scientifica, in cui i ricercatori si immergono in una manciata di siti al massimo. Ciò ha reso l'atollo un luogo ideale per studiare se e come l’abbondanza di squali e i comportamenti differiscono tra luoghi in cui le immersioni sono più comuni e quelli in cui non lo sono.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il team ha studiato se le attività legate alle immersioni subacquee avessero conseguenze a lungo termine per le popolazioni di squali. Essi hanno usato sistemi video subacquei a distanza con esche- telecamere calate sul fondo dell'oceano con una piccola quantità di esche - per rilevare gli squali e altri predatori della barriera corallina circostante.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dopo aver esaminato 80 ore di riprese subacquee prese da indagini video condotte nel 2015 - 14 anni dopo che Palmyra fosse stato designato come rifugio della fauna selvatica e che le attività subacquee scientifiche iniziassero – i ricercatori hanno scoperto che l'abbondanza degli squali e il loro comportamento erano gli stessi in siti con e senza una lunga storia di immersioni subacquee.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Mentre precedenti evidenze scientifiche avevano mostrato che il gli squali reagivano alla presenza delle persone in acqua nell’immediato, i risultati di questo studio indicano che tale risposta non persiste nel tempo. Gli squali non modificano la loro distribuzione spaziale in risposta a attività di diving a lungo termine. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori ciò significa che un turismo subacqueo, che prevede immersioni con gli squali, se ben regolamentato, non compromette necessariamente gli obiettivi che mirano alla loro conservazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="http://www.news.ucsb.edu/2017/017747/diving-sharks" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Santa Barbara', width: 180});" class="imCssLink">http://www.news.ucsb.edu/2017/017747/diving-sharks</a></span><br></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.int-res.com/abstracts/meps/v567/p173-184/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Marine Ecology', width: 180});" class="imCssLink">http://www.int-res.com/abstracts/meps/v567/p173-184/</a><br></div><div style="text-align: justify;">Photocredit:&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/photobonco/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'instagram.com/photobonco/', width: 180});" class="imCssLink">https://www.instagram.com/photobonco/</a></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 18 Mar 2017 09:23:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=j04sz70g</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/j04sz70g</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La bomba a orologeria del cambiamento climatico]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cambiamenti_climatici"><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_m06e9z3q"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/the-ticking-time.png"  title="" alt="" style="width:746px; height: 432px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo corsivo del Marine Board Science, prendendo spunto da un importante articolo pubblicato su Nature Climate Change, mette in discussione l'eccessiva enfasi nel dibattito politico a livello globale, di restringere gli impatti del cambiamento climatico come fenomeno esclusivo al 21 ° secolo. Essi  sostengono che ogni incremento dell’anidride carbonica (CO2) da attività umane rimarrà nell'atmosfera e continuerà ad influenzare il clima della Terra per decine e centinaia di migliaia di anni.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel mese di dicembre 2015, i leader politici, provenienti da 195 paesi, che hanno partecipato alla United Nations Climate Change Conference (COP21) di Parigi,&nbsp;</span><span class="fs16">hanno accettato di prendere provvedimenti per affrontare le cause e le conseguenze del cambiamento climatico globale. In particolare, si sono impegnati a mantenere l’aumento della temperatura media globale dell'aria entro la fine di questo secolo "Ben al di sotto di 2 ° C rispetto ai livelli pre-industriali" (cioè prima del 1750 e&nbsp;</span><span class="fs16">dell'avvento della rivoluzione industriale).</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La finestra di 350 anni tra il 1750 e il 2100 può sembrare un tempo lungo nel contesto della durata della vita umana. Tuttavia, in un importante articolo pubblicato su Nature Climate Change, Clark et al. (2016) hanno messo in dubbio l'eccessiva enfasi nella discussione sul cambiamento climatico globale come un fenomeno esclusivo del 21 ° secolo, e sugli impatti a breve termine fino al 2100. Essi  sostengono che ogni incremento dell’anidride carbonica (CO2) da attività umane rimarrà nell'atmosfera e continuerà ad influenzare il clima della Terra per decine e centinaia di migliaia di anni.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nonostante i cambiamenti nella temperatura dell'aria, c'è un intervallo tra l'aumento dei livelli di CO2 e le variazioni del livello del mare che inevitabilmente ne conseguono. Per capire questo, abbiamo bisogno di guardare indietro, non di 250 anni, ma almeno 20.000 anni. Per considerare adeguatamente le conseguenze, abbiamo bisogno di guardare avanti, non solo alla fine di questo secolo, ma agli impatti delle azioni di oggi, che si manifesteranno nel corso dei millenni.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel corso dei prossimi 10.000 anni, l’incremento medio globale del livello del mare che inevitabilmente risulterà anche da uno scenario modesto di emissioni raggiungerà&nbsp;</span><span class="fs16">i 25 m, causando inondazioni in molte delle città e regioni costiere più densamente popolate del mondo, con lo spostamento di 1,3 miliardi di persone, o il 19% della popolazione mondiale (in base alla popolazione del 2010). In uno scenario maggiore del solito si tradurrà in un aumento medio del livello del mare, a livello globale, di 52 metri, con effetti ancora più devastanti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Con questo lasso di tempo molto più lungo in mente, lo studio di Clark et al. dichiara che le reali conseguenze di emissioni di CO2 incontrollate saranno "su larga scala e i cambiamenti climatici potenzialmente catastrofici." Gli autori evidenziano anche l'ampiezza e l'urgenza della risposta necessaria. Viene presentato uno stretto intervallo di opportunità per evitare il peggio di questi impatti per le generazioni future. L'unica risposta efficace è quella di muoversi il più rapidamente possibile verso la decarbonizzazione completa dei sistemi energetici del mondo avendo come target emissioni di carbonio nette pari a zero o negative.</span></div><div><br></div><div><br></div><div>Il documento può essere scaricato tramite il sito web: <a href="http://marineboard.eu/science-strategy-publications" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Marine Board Science ', width: 180});" class="imCssLink">http://marineboard.eu/science-strategy-publications</a><br></div><div>Citation: European Marine Board. The ticking time bomb of climate change: why human actions in the next 10 years can profoundly influence the next 10,000. Science Commentary No. 2, February 2017. ISSN: 2565-6899<div>Photo credit: Shutterstock</div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 11 Mar 2017 08:41:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=m06e9z3q</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/m06e9z3q</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuova luce sull’evoluzione di polpi, seppie e calamari]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_p6396ln8"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/polpi-e-calamari-paleo-evo-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 345px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Polpi, seppie e calamari sono ben noti nel mondo degli invertebrati. Con la loro tecnica di fuorviare spruzzando inchiostro, la capacità di cambiare colore, il bizzarro piano del corpo e la notevole intelligenza essi evidenziano che il fatto di essere privi di colonna dorsale non sempre significa mancanza di sofisticazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">A causa della mancanza di conchiglie, è stato difficile studiare i cefalopodi nei reperti fossili. Ora un nuovo studio, condotto da ricercatori dell'Università di Bristol, per far luce sulle loro origini, ha mostrato  come queste straordinarie creature si siano evolute confrontando i reperti fossili con la cronistoria evolutiva nelle loro sequenze di geni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pubblicato nel Proceedings of the Royal Society B, lo studio mostra che i cefalopodi si sono diversificati negli attuali polpi, seppie e calamari in un periodo di grande cambiamento nel mondo marino, conosciuto come la Rivoluzione Marina del Mesozoico, da 160 a 100 milioni di anni fa.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno usato una tecnica chiamata orologio molecolare che stima il tempo trascorso dalla separazione tra due specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'elemento chiave dell’orologio molecolare, è il fatto che le mutazioni si accumulano gradualmente nel materiale genetico nel tempo – quindi capendo quante mutazioni si trovano per milioni di anni, e come può variare tra i diversi gruppi, si è in grado di stimare il tempo evolutivo. I risultati dell’orologio molecolare sono stati confrontati con i reperti fossili.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Avendo uno scheletro interno ridotto rispetto ai loro antichi parenti, i calamari moderni e i polpi possono comprimere il loro corpo e rilasciare una nube d’inchiostro in modo più efficiente verso il predatore che attacca. Prima che il predatore si renda conto di quanto è successo e abbia nuovamente una visione chiara, il calamaro è di gran lunga fuori portata. "</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"La ricerca esemplifica il motivo per cui i biologi evoluzionisti stanno sempre più cercando di capire la storia profonda per mezzo dello studio combinato sia degli organismi viventi sia del record geologico.  Attraverso questo punto di vista sinottico, i paleontologi molecolari stanno trasformando la nostra comprensione di come la vita è diventata così complessa e diversificata".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da: <a href="http://www.bristol.ac.uk/news/2017/february/evolution-of-the-squid.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Bristol', width: 180});" class="imCssLink">http://www.bristol.ac.uk/news/2017/february/evolution-of-the-squid.html</a></span><br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">PhotoCredit: Jonathan Jackson and Zoë Hughes, NHMUK</span><br></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 05 Mar 2017 12:01:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=p6396ln8</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/p6396ln8</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I pesci lanterna utilizzano la bioluminescenza per illuminare il plancton]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_27g7tk0n"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/pesci-lanterna-170208150156_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 554px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE  i pesci lanterna (Anomalopidae) usano la bioluminescenza per localizzare e cibarsi delle loro prede planctoniche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il pesce lanterna (<i>Anomalops katop</i>) è uno dei molti animali che dimorano nell'oceano in grado di produrre luce propria bioluminescente utilizzando batteri simbiotici. Il pesce ha organi luminosi situati sotto i suoi occhi in modo tale che la luce può essere attivata e disattivata lampeggiando, come una torcia elettrica. Poco si sa circa la funzione e scopo dei modelli di lampeggiamento, simili al codice Morse, mostrati dal pesce.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per studiare come il pesce lanterna utilizza l’illuminazione bioluminescente, i ricercatori hanno esaminato la frequenza di lampeggio di un banco di pesci lanterna in diverse condizioni di laboratorio. Essi hanno scoperto che durante il buio, di notte, il pesce lanterna lampeggia molto frequentemente, a 90 lampeggi al minuto, con la luce che si accende e spegne per una quantità di tempo approssimativamente uguale. Tuttavia, quando i pesci lanterna identificavano prede planctoniche vive nella vasca sperimentale di notte, i loro organi luminosi restavano aperti per più tempo, mantenendo la luce accesa più a lungo, e lampeggiavano cinque volte meno frequentemente che in assenza di prede.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli autori suggeriscono che i pesci lanterna riducono il loro lampeggiamento e mantengono i loro organi luminosi aperti in modo che possano produrre più luce per rilevare e nutrirsi di prede. Essi raccomandano ulteriori ricerche sul campo per vedere se i pesci mostrano lo stesso comportamento in condizioni naturali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori i pesci lanterna <i>Anomalops katoptron</i> usano la luce bioluminescente per rilevare le prede planctoniche durante la notte e regolano la frequenza di lampeggio a seconda del contesto. La perdita di luminescenza e la conseguente degenerazione dell’organo luminoso dimostrano la stretta relazione simbiotica tra il pesce e i suoi batteri simbionti luminescenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="http://news.rub.de/english/press-releases/2017-02-09-behavioural-biology-firefly-among-fish" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'RHUR Universitat', width: 180});" class="imCssLink">http://news.rub.de/english/press-releases/2017-02-09-behavioural-biology-firefly-among-fish</a><div>PhotoCredit: Hellinger et al (2017); CCAL</div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Feb 2017 18:53:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=27g7tk0n</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/27g7tk0n</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Creare spine dall’acqua di mare]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Echinodermi"><![CDATA[Echinodermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_x8hy4293"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Lia_Stev_spicules.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 668px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Come, creature come i ricci di mare, catturano il calcio di cui hanno bisogno per costruire le loro rigide strutture? Un recente studio getta nuova luce su questo mistero.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Alcuni individui si rivestono di duri involucri e spine mentre, dagli stessi minerali, i vertebrati ricavano uno scheletro. Come ottengono questi animali il calcio di cui necessitano, per costruire queste resistenti strutture minerali?&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scienziati del Weizmann Institute of Science's Structural Biology Department si sono fatti questa domanda relativamente ai ricci di mare, che hanno bisogno di estrarre un certo numero di ioni calcio dall’acqua di mare per costruire le loro spine. La risposta è stata sorprendente e potrebbe cambiare il modo in cui gli scienziati la pensano sui processi di biomineralizzazione. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Diversi anni fa alcuni ricercatori avevano scoperto che i ricci di mare costruivano le loro spine per mezzo di piccoli pacchetti di materiale “non organizzato” che induriscono a formare cristalli quando depositati. Così ci si è chiesti: come ottengono, in primo luogo, gli ioni calcio di cui hanno bisogno per costruire questo materiale? Il calcio libero in acqua di mare è poco abbondante, quindi essi hanno bisogno di un metodo efficace per estrarre e concentrare gli ioni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per rispondere alla domanda ai ricercatori servivano dei metodi per osservare le cellule degli animali “così come sono” cioè come sono nella vita, acqua inclusa. Per questo il gruppo si rivolse alla Carl Zeiss Microscopy in Germania e al Weizmann Institute of Science's Life Sciences. Tecniche d’avanguardia hanno permesso loro di osservare fette sottili di cellule di embrioni di ricci di mare e quindi di ricostruire immagini tridimensionali di queste cellule e del loro consumo di ioni calcio marcati. Le immagini hanno mostrato che le cellule larvali dei ricci di mare in realtà “bevono” l’acqua di mare, assorbendo gocce d’acqua e utilizzando gli ioni nell’acqua all’interno della cellula. Tutto ciò contrasta con la teoria che queste cellule catturano ioni solo uno alla volta, attraverso speciali canali nelle loro membrane esterne. Le cellule da loro osservate erano piene di un sistema di bolle, chiamate vacuoli, che accumulano ioni calcio, creando chiaramente pacchetti concentrati di ioni calcio per costruire le spine.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo metodo potrebbe essere più efficiente, da un punto di vista energetico, che prendere ioni attraverso i canali, ma presenta un altro problema: le cellule devono essere capaci di scegliere il calcio come pure di espellere altri ioni nell’acqua, specialmente il sodio e il cloruro. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa non è la prima volta in cui viene osservato questo tipo di assunzione di ioni calcio. Il Prof. Jonathan Erez della Hebrew University of Jerusalem descrisse questo fenomeno in microrganismi a scheletro duro a singole cellule chiamati foraminiferi, una decina di anni fa. Allora si pensava fosse una “curiosità” ma trovare il medesimo processo in due differenti creature suggerisce che questo potrebbe essere abbastanza diffuso. Anche le cellule che costruiscono le nostre ossa, pur non vivendo in acqua di mare, potrebbero usare un meccanismo simile per ottenere il calcio.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://wis-wander.weizmann.ac.il/chemistry/making-spines-sea-water" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Weizman Institute', width: 180});" class="imCssLink">http://wis-wander.weizmann.ac.il/chemistry/making-spines-sea-water</a></span></span></div><div style="text-align: justify;">PhotoCredit: Image courtesy of Weizmann Institute of Science</div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 11:27:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=x8hy4293</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/x8hy4293</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'importanza delle dimensioni nelle Aree Marine Protette]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4b4dtkdt"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/acanthaster-mpa-size098.jpg"  title="" alt="" style="width:740px; height: 987px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nelle Aree Marine protette istituite per facilitare il recupero dei reef corallini a fare la differenza sembra che siano le dimensioni.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In uno studio, che può sembrare un nuovo allarme per i coralli in via di estinzione, i ricercatori hanno scoperto che le piccole aree marine protette basate sulle comunità possono essere particolarmente vulnerabili ai devastanti attacchi della stella corona di spine (<i>Acanthaster plancii</i>).&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati, pubblicati sulla rivista PLoS ONE, non diminuiscono l'importanza delle aree protette, ma evidenziano una nuova minaccia che potrebbe emergere dalle zone degradate che spesso circondano ecosistemi sani.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le aree marine protette istituite nelle isole Fiji stanno avendo un effetto notevole. I coralli e i pesci sono in ripresa. Ma una volta che queste aree marine protette hanno successo, attirano le stelle marine che possono rendere le zone delle piccole aree marine protette vittime del loro stesso successo.<br></span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp;Secondo i ricercatori le piccole aree marine protette di successo sono come oasi nel deserto che possono attirare le stelle di mare da aree degradate in aree più incontaminate.  Uno dei potenziali vantaggi delle aree marine protette doveva essere la protezione contro questi focolai, ma non sembra essere il caso nelle aree studiate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nelle isole Fiji, &nbsp;in altre aree del Pacifico tropicale, molti villaggi hanno istituito aree marine protette in cui non è consentita la pesca.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp;Le stelle corona di spine sono predatori naturali che attaccano i coralli scalando la scogliera ed estroflettendo lo stomaco per digerire il corallo. Grandi popolazioni di stelle marine possono rapidamente degradare le barriere, consumando coralli sani e causando un enorme declino dei coralli nell’arco di qualche settimana.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per determinare l'entità del problema e capire veramente se le stelle marine preferiscono le aree marine protette, i ricercatori hanno studiato le scogliere all'interno e nelle zone immediatamente circostanti di aree marine protette nelle isole Figi. In primo luogo, hanno condotto un sondaggio per determinare la densità di popolazione dei predatori sia nelle barriere protette sia nelle scogliere soggette ad attività di pesca al di fuori dei loro confini.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nelle aree protette il numero di stelle marine superava di 3,4 volte quello nelle zone di pesca, e le loro densità erano abbastanza alte da essere considerate vere esplosioni della stella.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Successivamente, sono state taggate 40 stelle di mare, 20 poste in una gabbia  sul lato orientale e 20 ai confini occidentali di ogni area protetta, per due giorni prima di rilasciarle. Ogni stella di mare è stata tracciata, registrando se erano entrate in aree protette o a libera pesca, e di quanto si erano spostate in ciascuna. Quasi tre quarti delle stelle marine sono entrate nelle aree marine protette, invece che nelle zone di pesca.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori pensano che ci sia qualcosa che le attrae all’interno delle aree protette. Esse percepiscono qualcosa, ma non necessariamente sanno di cosa si tratta. La ricerca non ha valutato indizi chimici che potrebbero attrarre le stelle di mare, anche se altri studi hanno suggerito che le stelle possono sentire l’odore dei coralli.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’ipotesi è che le barriere coralline degradate possano proteggere i giovanili delle stelle di mare, che spesso di giorno si nascondono fino a quando raggiungono una certa dimensione. Le stelle marine adulte hanno spine velenose per proteggersi dai pesci o altri potenziali nemici. Una volta raggiunta una certa dimensione, possono muoversi in aree con maggiore densità di corallo.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche se le piccole dimensioni delle aree protette delle Fiji - una media di meno di un chilometro quadrato - possono costituire un aspetto negativo per la protezione contro le stelle di mare, esse potrebbero essere positive negli sforzi per il controllo del parassita. Le squadre di residenti locali potrebbero catturare i predatori raccolti periodicamente per mantenere le popolazioni a densità più basse.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le stelle corona di spine possono nascondersi nel reef, ma le loro abitudini alimentari di solito le rendono visibili. Una volta che si ha a che fare con loro abbastanza, non c'è bisogno di vederle per sapere dove si trovano. È possibile seguire le cicatrici che lasciano sul corallo. Dove finisce la cicatrice, sai che troverai una stella nelle vicinanze.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le scogliere coralline si trovano oggi ad affrontare molti nuovi fattori di stress. In passato potevano essere in grado di tollerare attacchi della stella corona di spine che ora sono troppo per loro.&nbsp;<br></span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori concludono che i loro risultati non negano il valore delle aree protette, ma sollevano una questione di preoccupazione per le persone che le gestiscono.&nbsp;</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;"><a href="http://www.news.gatech.edu/2017/02/06/size-matters-marine-protected-areas-designed-aid-coral" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Georgia Tech', width: 180});" class="imCssLink">http://www.news.gatech.edu/2017/02/06/size-matters-marine-protected-areas-designed-aid-coral</a></span><br></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Cody S. Clements, Mark E. Hay, “Size matters: Predator Outbreaks Threaten Foundation Species in Small Marine Protected Areas,” (PLOS One, 2017). <a href="http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0171569" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'doi', width: 180});" class="imCssLink">http://dx.doi.org/10.1371/journal.pone.0171569</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">PhotoCredit: Cody Clements, Georgia Tech<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 11:49:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=4b4dtkdt</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/4b4dtkdt</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’originale comportamento dei granchi boxer]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_hxz92yuz"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/granchi-boxer-fig-1-2x.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 561px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno descritto un aspetto poco conosciuto, ma affascinante, del comportamento del granchio Libia (</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><i>Lybia leptochelis</i>)</span><span class="fs16">, una specie che porta un anemone in entrambe le chele (un comportamento che gli è valso il nome di granchio “boxer” o “pom pom”).&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In una serie di esperimenti i ricercatori hanno mostrato che quando i granchi hanno bisogno di un anemone, lottano per rubarne uno da un altro granchio e quindi entrambi i granchi dividono in due il loro anemone creando cloni identici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I granchi Lybia sono stati descritti per la prima volta nel 19° secolo, le rare pubblicazioni scientifiche descrivevano soprattutto la morfologia e l’incidenza e meno il curioso comportamento dell’’anemone  che 'brandisce'.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sebbene abbastanza comune nel mercato degli acquari, la mancanza di attenzione rivoltagli dalla comunità scientifica è presumibilmente dovuta alle loro piccole dimensioni e al comportamento criptico. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio, pubblicato su Peer J, si è concentrato sul tentativo di risolvere un mistero di vecchia data, ovvero come i granchi acquisiscono le loro anemoni di mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel corso di diversi anni, più di 100 granchi Libia sono stati osservati o raccolti nelle acque poco profonde del Mar Rosso, a Eilat. Questi granchi, di non più di un paio di centimetri di diametro, hanno un colore simile ai massi in cui vivono - quindi anche solo trovarli è stato un compito a sé. Durante l'intero studio, ogni singolo granchio è stato trovato in possesso di un paio di anemoni di mare, identificati come appartenenti al genere <i>Alicia</i>, probabilmente una nuova specie.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sorprendentemente, nonostante un'ampia ricerca, il team non è stato in grado di trovare nessuna <i>Alicia</i> ‘a vita libera’. Quindi, attraverso una serie di esperimenti di laboratorio si è riusciti a intuire come i granchi potrebbero incontrare i loro anemoni di mare in natura.</span><br></div><div> </div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un primo esperimento ha dimostrato che quando viene tirato via un anemone dal granchio, lasciandolo con uno solamente, esso divide l'altro in due frammenti che poi si rigenerano, nel corso di diversi giorni, in due nuovi cloni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella seconda parte dello studio sono stati condotti una serie di esperimenti in cui un granchio con attinie veniva messo in un acquario insieme a uno che aveva i suoi anemoni rimossi. In questo caso i granchi iniziavano a lottare; il granchio senza anemoni si muoveva in modo da trattenere uno degli artigli dell'avversario, rimuovendo parzialmente o interamente un anemone di mare. La maggior parte di tali incontri si concludeva con un furto di successo, e senza alcun danno apparente a nessuno dei granchi. I granchi quindi procedevano con la divisione dei loro anemoni in modo che ognuno ne avesse un paio!</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Infine, gli esperimenti di laboratorio sono stati integrati con uno studio sull’impronta digitale molecolare di coppie di anemoni presi da granchi selvaggi pescati. Ogni granchio è risultato essere in possesso di cloni identici, il che suggerisce che i comportamenti osservati in laboratorio sono presumibilmente spesso utilizzati come mezzo per ottenere i loro preziosi anemoni di mare in natura.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori riferiscono che questo sembra essere l'unico esempio di un animale a indurre la riproduzione asessuale di un altro, di conseguenza anche compromettere la sua diversità genetica.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo studio estende una precedente indagine sui costi e benefici dell'associazione per ciascuno degli organismi partner, in cui è stato dimostrato che i granchi limitano l'assunzione di cibo da parte degli anemoni per mantenerli a piccole dimensioni ('Bonsai anemones'; J Exp Mar Biol Ecol 2013: 248-270).</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;">PeerJ. "Boxer crabs acquire anemones by stealing from each other, and splitting them into clones." ScienceDaily. ScienceDaily, 31 January 2017. &lt;<a href="www.sciencedaily.com/releases/2017/01/170131075121.htm" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Science daily', width: 180});" class="imCssLink">www.sciencedaily.com/releases/2017/01/170131075121.htm</a>&gt;.</span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><a href="https://peerj.com/articles/2954/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Peer J', width: 180});" class="imCssLink">https://peerj.com/articles/2954/</a></span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 07 Feb 2017 16:04:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=hxz92yuz</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/hxz92yuz</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Come si alimentano i calamari vampiro?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_anwoe6g0"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/vamp-back-food2-350.jpg"  title="" alt="" style="width:350px; height: 241px;" class="fright" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scoperto dai ricercatori del Monterey Bay Acquarium Research Institute (MBARI) il modo in cui si alimentano i calamari vampiro (<i>Vampyroteuthis infernalis</i>).</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Circa cento anni fa i biologi marini tirarono su dalle profondità del mare il primo calamaro vampiro (<i>Vampyroteuthis infernalis</i>) Da quel momento sono stati pubblicati una dozzina di articoli scientifici su questo misterioso animale ma nessuno era stato in grado di capire esattamente cosa esso mangiasse.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio del MBARI mostra per la prima volta che, a differenza dei suoi consimili,  i polpi e i calamari, che mangiano prede vive, il calamaro vampiro usa due filamenti filiformi per catturare frammenti di detrito organico che cade dalla superficie oceanica nel mare profondo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È facile immaginare il calamaro vampiro come un predatore da incubo. Esso si annida nella buia notte dei mari profondi, ha un corpo di colore rosso scuro, enormi occhi blu e una rete simile a un mantello che si distende fra le sue otto braccia. Quando minacciato rovescia la sua parte interna, esponendo file di “cirri” dall’aspetto malvagio. Anche il suo nome scientifico <i>Vampyroteuthis infernalis</i> significa vampiro infernale. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In realtà il calamaro vampiro ha un corpo molle, è una creatura passiva, delle dimensioni, forma  e colore di un pallone da calcio.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Come un “fossile vivente” esso abita nelle acque profonde di tutti gli oceani, a profondità dove non c’è quasi ossigeno, ma dove si trovano anche relativamente pochi predatori.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati delle indagini sull'ecologia alimentare e il comportamento di <i>V. infernalis</i>, comprendono registrazioni video tramite veicoli telecomandati (ROV) del MBARI, esperimenti di alimentazione in laboratorio, studi sulla dieta ed esami morfologici dei filamenti retrattili, delle ventose e dei cirri.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno scoperto che i calamari vampiro si nutrono di materiale detritico di varie dimensioni, da piccole particelle ad aggregati marini più grandi. I pezzi ingeriti includevano resti di zooplancton gelatinoso, frammenti di involucri larvacei, resti di crostacei, diatomee e pellet fecali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche se questa ricerca dimostra che il calamaro vampiro è un "detritivoro", piuttosto che un predatore attivo, il suo aspetto e le sinistre abitudini furtive, senza dubbio continueranno ad affascinare sia i ricercatori sia il pubblico in generale.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.mbari.org/mbari-researchers-discover-what-vampire-squids-eat-its-not-what-you-think/?platform=hootsuite " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'MBARI', width: 180});" class="imCssLink">http://www.mbari.org/mbari-researchers-discover-what-vampire-squids-eat-its-not-what-you-think/?platform=hootsuite</a></span></span></div><div><span class="fs10">Image: © 2011 MBARI</span></div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 30 Jan 2017 09:07:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=anwoe6g0</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/anwoe6g0</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuove straordinarie creature scoperte sul fondo oceanico]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3f8pr8p4"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/ventlife_at_seafloor.jpg_SIA_JPG_fit_to_width_XL.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 551px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati dell’Università di Southampton hanno scoperto sei nuove specie animali, in sorgenti idrotermali sottomarine situate alla profondità di 2,8 km, nell’Oceano Indiano sud occidentale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È stata esplorata un’area delle dimensioni di un campo di calcio dove sono stati  localizzati pinnacoli minerali noti come vent chimneys. Essi sono ricchi in rame e oro e stanno ora attraendo l’interesse per futuri  escavazioni del fondo marino. I pinnacoli sono comunque contornati da animali di acque profonde, nutriti dai caldi fluidi che sgorgano dalle sorgenti. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La spedizione fornisce una registrazione di ciò che vive sul fondo oceanico in un’area che è stata destinata a esplorazioni minerarie dall’International Seabed Authority of the United Nation, prima che qualsiasi indagine sia stata effettuata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli animali di acque profonde finora conosciuti in quest’area includono: una specie di granchio dal dorso peloso (<i>Kiwa tyleri</i>), strettamente correlato a una specie degli hot vents dell’Antartico; due specie di lumache di maree, una specie di patella; una specie di verme polynoide e un’altra specie di verme di mari profondi. A parte una specie di lumaca, a cui è stato dato il nome di <i>Gigantopelta aegis</i>, le altre non sono state ancora formalmente descritte.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati evidenziano la necessità di esplorare altre sorgenti idrotermali nell’Oceano Indiano sud occidentale, e indagare sulla connettività delle loro popolazioni, prima che qualsiasi impatto derivante da eventuali attività di esplorazione mineraria, e future escavazioni in mari profondi siano considerate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati hanno trovato nella medesima località altre specie che sono già note in altre sorgenti lontane, in altri oceani. Una nuova specie di verme polinoide che vive nelle sorgenti della East Scotia Ridge in Antartide, a 6000 km di distanza, mentre una specie di nereidide vive nelle sorgenti idrotermali del Pacifico orientale, a più di 10.000 km.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scoperta di tali specie in questa zona mostra che alcuni animali delle sorgenti idrotermali possono essere distribuiti&nbsp;</span><span class="fs16">fra i diversi oceani in modo più ampio di quanto si pensasse.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><a href="http://www.southampton.ac.uk/news/2016/11/deep-sea-vents.page" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Southampton', width: 180});" class="imCssLink">http://www.southampton.ac.uk/news/2016/11/deep-sea-vents.page</a></span><div><span class="fs10">A group of hairy-chested ‘Hoff crabs’. PhotoCredit University of Southampton</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 22 Jan 2017 14:27:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=3f8pr8p4</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/3f8pr8p4</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Filmato, per la prima volta, nel suo ambiente naturale, il dragone rubino.]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_v97snm0l"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/seadragon-Ruby-crop_0.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 300px;" /></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella speranza riuscire ad osservare la terza specie di dragone, recentemente scoperta, i ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography, presso l'Università della California di San Diego, e il Western Australian Museum hanno effettuato una spedizione scientifica, al largo delle coste dell'Australia occidentale, alla ricerca in natura del dragone foglia rubino (<i>Phyllopteryx dewysea</i>).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dopo diversi giorni di ricerca, tramite un mini ROV operante a oltre 50 metri di profondità, i ricercatori hanno ottenuto quello che cercavano, il primo avvistamento in assoluto di questo pesce vicino al Western Australia Recherche Arcipelago. Essi hanno filmato due dragoni rubini per quasi 30 minuti, scoprendo nuovi dettagli sulla loro anatomia, habitat e comportamento. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa recente scoperta del pesce, in natura, ha confermato che al dragone foglia rubino mancano le appendici simili a foglie, una caratteristica che gli scienziati avevano a lungo considerato distintiva di tutti i dragoni sulla base delle due specie note: la specie comune e a foglia. Entrambe le specie usano le loro appendici, simili a foglie, come camuffamento fra le alghe e le rigogliose praterie di kelp, dove preferiscono vivere.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'anno scorso, biologi marini dello Scripps Oceanography e del Western Museum australiano avevano descritto una specie di dragone, in precedenza sconosciuta, attraverso esemplari conservati, erroneamente identificati come comuni dragoni -uno dei quali era stato raccolto quasi cento anni fa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Utilizzando campioni conservati, i ricercatori sono stati in grado di assemblare un modello 3-D della nuova specie di dragone utilizzando una tomografia computerizzata a scansione. Questo è il momento in cui è apparsa la mancanza delle appendici elaborate, comuni a tutti gli altri dragoni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per determinare se il pesce era veramente privo di appendici, o se i campioni del museo le avevano perse prima o durante il processo di raccolta, i ricercatori avevano bisogno di osservarli in natura. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La prima sorpresa, osservando il dragone, fu la mancanza di appendici caratterizzate dalle belle foglie mimetiche. La seconda sorpresa è arrivata quando si è osservato che il dragone rubino, a differenza di altre specie di dragone, aveva una coda prensile, simile a quella dei cavallucci marini e dei pesci ago, loro parenti.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori il dragone rubino può utilizzare la sua coda arrotolata per reggersi sugli oggetti nelle acque a&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">corrente&nbsp;</span><span class="fs16">elevata &nbsp;in cui si trovano.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Durante gli avvistamenti i ricercatori hanno inoltre osservato che i dragoni si alimentano colpendo le prede con la coda, un comportamento comune alla specie.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le osservazioni della specie in natura, hanno confermato la colorazione rosso rubino del pesce e che il loro habitat è privo di kelp e alghe, mentre è dominato da spugne, una volta considerate un habitat indesiderabile per i dragoni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori ritengono che il dragone rubino abbia perso le sue appendici attraverso l'evoluzione, e che il colore rosso sia un camuffamento nelle acque più profonde, scarsamente illuminate, dove vive.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Conoscere se si siano evoluti con una coda arricciata, in modo indipendente dai loro antenati pesci ago, o semplicemente se l’abbiano conservata, mentre gli altri dragoni l’abbiano persa, richiederà ulteriori studi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella speranza di salvaguardare la nuova specie da una pesca eccessiva, il team di ricerca raccomanda che il dragone rubino debba essere protetto, il più presto possibile.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Bp5w4HjoaJM&feature=youtu.be" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Guarda il video', width: 180});" class="imCssLink">Guarda il video</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://scripps.ucsd.edu/news/research-highlight-researchers-capture-first-glimpse-ruby-seadragons-wild" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Scripps Oceanography', width: 180});" class="imCssLink">https://scripps.ucsd.edu/news/research-highlight-researchers-capture-first-glimpse-ruby-seadragons-wild</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 12:28:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=v97snm0l</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/v97snm0l</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Genetica da una goccia d’acqua dell’oceano]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ec1ueb4j"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/squalo-balena-P1020587.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 415px;" /><br></div><div class="fs16"><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'analisi del DNA ambientale (eDNA) estratto da soli 30 litri di acqua di mare nel Golfo Persico, ha prodotto informazioni genetiche più approfondite sulle popolazioni degli squali balena, i pesci più grandi del mondo.</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Comprendere il rapporto tra la vitalità di una popolazione e la diversità genetica è fondamentale per una efficace conservazione delle specie in via di estinzione. Tuttavia, determinare la varietà e la struttura genetica delle popolazioni dipende da un campionamento efficiente che può essere costoso, o richiedere l’identificazione a livello di taxa specifici. Il campionamento può anche essere invasivo per gli organismi e per l'ambiente, o soffrire di inesattezza se la specie bersaglio è rara.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Alcuni ricercatori hanno dimostrano che il sequenziamento  high-throughput di DNA di acqua di mare (eDNA) è  in grado di fornire stime utili sulla diversità genetica dell’elusivo e in via di estinzione squalo balena (<i>Rhincodon typus</i>). </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fino ad oggi, le valutazioni di eDNA sono state limitate al solo rilevamento di specie, con il presente studio gli autori forniscono ora una importante prova del principio che le tecniche di eDNA non invasive possono essere estese per fornire utili informazioni a livello di popolazione. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una conservazione efficace delle specie e una gestione delle risorse naturali si basano sulla nostra comprensione della dinamica di popolazione. Questo punto di vista è molto diffuso nella gestione della pesca, dove le scorte sono identificate e gestite in base alla loro identità genetica.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pertanto, se l'obiettivo è la conservazione delle specie o la raccolta delle risorse, una efficiente gestione di popolazione è essenziale per mantenere la popolazione in buona salute, garantendo che sia mantenuta una variazione genetica stabile. E' questa variazione genetica stabile che fornisce la materia prima per consentire alla specie di rimanere in buona salute e adattarsi, attraverso la selezione naturale, al cambiamento delle condizioni ambientali.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Rispetto ai metodi tradizionali il eDNA offre un metodo di raccolta rapida, conveniente e utilizza approcci molecolari standardizzati, ha un impatto minimo sull'ambiente ed è efficace nel rilevamento di specie a bassa abbondanza. Diversi importanti progressi, metodologici e tecnici, nel rilevamento basato sul eDNA hanno consentito che valutazioni della biodiversità basate su eDNA, siano state condotte in una vasta gamma di specie e di ecosistemi, fornendo potenzialmente una standardizzazione per la valutazione della biodiversità.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli squali balena si sa che formano grandi aggregazioni allo scopo di alimentarsi, in diversi siti, in tutto il mondo, e l'analisi di campioni di tessuto ha precedentemente identificato forti differenze genetiche tra le popolazioni dell’Atlantico e dell’Indo-Pacifico. Al fine di stabilire se le informazioni sulla genetica di popolazione possano essere raccolte tramite questa nuova tecnica, i ricercatori hanno filtrato finemente un certo numero di piccoli campioni di volume di acqua di mare per un totale di 30 litri, e impiegato specifici marcatori di DNA mitocondriale di squali balena con sequenziamento high-throughput per identificare la diversità genetica di una aggregazione stagionale ben caratterizzata, nel Golfo Persico, vicino al Qatar.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dato che queste importanti informazioni sono state ottenute con l’analisi genetica di appena 30 litri di acqua marina, prelevati da un vasto ecosistema marino, questo dimostra quanto lontano il campo di analisi del eDNA sia arrivato negli ultimi otto anni.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il consenso generale che emerge dal campo è che l'informazione genetica derivata da campioni acquosi di eDNA è materiale cellulare, liberamente disperso, e mescolato particolarmente bene in campioni acquatici. Pertanto, i risultati suggeriscono che se si utilizza un campionamento appropriato, emergeranno ulteriori casi di studio. Se realizzabile, combinare le intuizioni sulla variabilità genetica di popolazione con la capacità di rilevamento delle specie del eDNA fornirà una potente combinazione per valutare la salute genetica di specie in via di estinzione.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali modificati da:&nbsp;<span style="text-align: left;"><a href="http://www.nature.com/articles/s41559-016-0037" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">http://www.nature.com/articles/s41559-016-0037</a></span></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 09 Jan 2017 09:08:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=ec1ueb4j</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/ec1ueb4j</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Perché alcuni pesci hanno una forma piatta e asimmetrica]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0b1y763a"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/_DSC0003.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 499px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati sono stati a lungo incuriositi dalla fisiologia asimmetrica dei pesci piatti. L’insolito meccanismo che fa scattare l'asimmetria è stato ora identificato confrontando i genomi di due specie di pesci correlati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I pesci piatti sono alcuni dei più inusuali vertebrati del nostro pianeta. Essi iniziano la loro vita interamente simmetrici, come qualsiasi altro pesce, ma vanno incontro a una spettacolare metamorfosi dove le larve simmetriche si trasformano in giovanili asimmetrici i cui occhi finiscono su un lato della testa. Quando essi, dal mare aperto, vanno a vivere e alimentarsi sul fondo marino, avviene un secondo cambiamento: la parte rivolta verso il basso perde il suo pigmento cutaneo. Queste trasformazioni richiedono ai pesci piatti di andare incontro a radicali cambiamenti sia nella fisiologia sia nel comportamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un mistero già per Darwin</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il mistero di come questi cambiamenti possano avvenire nel corso dell’evoluzione ha affascinato a lungo gli scienziati. Anche Darwin non era riuscito a spiegare la notevole peculiarità dell’anatomia dei pesci piatti. Un team internazionale di ricercatori ha ora svelato il meccanismo fondamentale che guida la metamorfosi.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Identificati due agenti</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno sequenziato il genoma di  <i>Paralichthys olivaceus</i> e del suo lontano parente <i>Cynoglossus semilaevis</i>. Il confronto dei due genomi ha fornito alcuni indizi sulle basi genetiche dei loro radicali cambiamenti fisiologici. Concentrandosi sui geni che erano attivi durante la metamorfosi, gli scienziati hanno identificato un innesco chiave dello sviluppo: l’acido retinoico. L’acido retinoico è responsabile dei cambiamenti nei pigmenti cutanei e interagisce con un ormone tiroideo responsabile della migrazione degli occhi in un lato del corpo.  Anche la luce ha un ruolo centrale in questo processo, i ricercatori hanno scoperto che gli stessi pigmenti che catturano la luce negli occhi sono espressi nella cute delle larve di pesci piatti. “Essi sentono le differenze in brillantezza per aggiustare la concentrazione di acido retinoico". Questo a sua volta influenza l’ormone tiroideo e promuove l’origine dell’asimmetria.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Benefici per l’industria della pesca</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scienziati di numerosi istituti di ricerca cinesi hanno partecipato allo studio. Essi hanno ricevuto un sostegno finanziario, fra gli altri, dal Ministro Cinese dell’Agricoltura. Oltre alle motivazioni scientifiche, questo ha un risvolto economico perché questi pesci sono molto costosi. Per soddisfare la domanda crescente la Cina gestisce enormi allevamenti che producono più della metà dei pesci d’allevamento nel mondo. Purtroppo gli insuccessi nella metamorfosi sono un problema frequente, con milioni di dollari persi nella produzione. Comprendere come queste creature uniche si sviluppano, non risolve solamente un puzzle evolutivo di lunga durata, ma serve anche al settore della pesca e aiuta a nutrire una popolazione in continua crescita.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2016/12/161205110908.htm?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fplants_animals%2Fsea_life+%28Sea+Life+News+--+ScienceDaily%29" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ScienceDaily', width: 180});" class="imCssLink">www.sciencedaily.com</a></span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.nature.com/ng/journal/vaop/ncurrent/full/ng.3732.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">http://www.nature.com/ng/journal/vaop/ncurrent/full/ng.3732.html</a><br></div><div style="text-align: justify;">Photocredit: Luca Pucci</div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 02 Jan 2017 08:17:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=0b1y763a</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/0b1y763a</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Primo avvistamento nell'emisfero settentrionale della chimera azzurra dal naso a punta]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_tuv5d495"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/hydrolagus-trolli-T1102-500.jpg"  title="" alt="" style="width:500px; height: 281px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il mare profondo è il più grande habitat contiguo sulla terra, esso copre due terzi della superficie terrestre, a una profondità media di oltre 3,5 chilometri. Poiché la maggior parte delle acque profonde dell'oceano sono collegate fra loro, molte specie di animali che qui vivono coprono enormi spazi geografici. Ad esempio, un pesce di mari profondi, precedentemente identificato nel sud del Pacifico, è stato recentemente trovato intorno alle isole Hawaii e al largo della costa della California centrale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli scienziati chiamano questo singolare pesce <i>Hydrolagus trolli</i>, ma il suo nome comune è chimera azzurra dal naso appuntito e vive in acque profonde dell'Australia, Nuova Zelanda e Nuova Caledonia. Fino a questo studio non era mai stato ufficialmente identificato in nessuna parte dell'emisfero settentrionale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le Chimere sono pesci non comuni. Come gli squali, i loro corpi non sono irrigiditi da ossa, ma da piastre e pezzetti di cartilagine simili a ossa. Come la chimera della mitologia greca, che aveva una testa di capra, coda di serpente e una testa di leone, le chimere hanno un aspetto piuttosto strano. Anche i nomi comuni per questo gruppo –squali fantasma, pesci coniglio e pesci ratto- suonano come creature che si possono vedere ad Halloween. Tuttavia, le chimere sono relativamente comuni e diffuse nei mari profondi, con 38 specie conosciute in tutto il mondo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Nel 2009, i ricercatori del Monterey Bay Aquarium Research Institute (MBARI) hanno collaborato con gli scienziati della California Academy of Sciences e Moss Landing Marine Laboratories (MLML) per identificare una nuova specie di squalo fantasma nel Golfo della California. Alcuni di questi stessi ricercatori avevano già visto squali fantasma durante immersioni con veicoli comandati a distanza (ROV) al largo della California centrale. Essi non sapevano con certezza di quali specie si trattasse ma sapevano che il pesce non sembrava nessuna delle due specie di squali fantasma precedentemente identificati al largo della costa della California.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Nel loro studio, i ricercatori fanno riferimento al pesce come <i>Hydrolagus cf. Trolli</i>. Le lettere cf. indicano che i ricercatori ritengono che le caratteristiche fisiche del pesce visto da vicino corrispondono alla descrizione ufficiale della specie <i>Hydrolagus Trolli</i>. La loro ipotesi alternativa è che il pesce nei video di MBARI sia una specie  di squalo fantasma completamente nuova.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori sottolineano di non essere in grado di identificare con certezza lo squalo fantasma nel video realizzato con il ROV senza effettivamente catturarne uno e riportarlo in superficie. Cosa molto più facile a dirsi che a farsi, perché questi pesci sono in genere troppo grandi, veloci e agili per essere catturati da un ROV. Se e quando i ricercatori potranno mettere le mani su uno di questi pesci, solo allora saranno in grado di effettuare misurazioni dettagliate delle sue pinne, di altre parti del corpo e di eseguire analisi del DNA sui tessuti. Ciò consentirebbe loro di rimuovere il cf. dalla attuale descrizione della specie, o assegnare completamente il pesce a una nuova specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Squali fantasma dall’aspetto simile, ma non ancora identificati, sono anche stati visti al largo delle coste del Sud America e Sud Africa, oltre che nell'Oceano Indiano. Se questi animali risulteranno essere le stesse specie, come gli squali fantasma recentemente identificati al largo della California, sarà un'ulteriore prova che, come molti animali di mari profondi, anche la Chimera azzurra dal naso a punta può realmente spostarsi da un oceano all’altro.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.mbari.org/the-pointy-nosed-blue-chimaera-really-gets-around/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'MBARI', width: 180});" class="imCssLink">http://www.mbari.org/the-pointy-nosed-blue-chimaera-really-gets-around/</a><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Original journal article:&nbsp;</span><span class="fs10">Reichert, A. N., Lundsten, L., &amp; EBERT, D. A. (2016). First North Pacific records of the pointy nosed blue chimaera, Hydrolagus cf. trolli (Chondrichthyes: Chimaeriformes: Chimaeridae). Marine Biodiversity Records, 1–5. http://doi.org/10.1186/s41200-016-0095-5</span></div><div style="text-align: left;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 14:27:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=tuv5d495</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/tuv5d495</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le strategie ingannevoli dei pesci pulitori]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecologia"><![CDATA[Ecologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ea31wt16"><div style="text-align: center;"><a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-07/sfeb-snh063016.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/scanning-nemo.png"  title="" alt="" style="width:599px; height: 336px;" /></a><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I pesci pulitori forniscono un servizio di pulizia ai pesci del reef mangiando parassiti, rimuovendoli in tal modo dalla cute dei loro clienti. Comunque ciò che le femmine di alcune specie in realtà vogliono è attirare i loro clienti e ingannarli mordendo alcuni pezzi di gustoso muco prima di scappare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando le femmine dei labridi pulitori producono uova, esse necessitano del muco per il suo contenuto in nutrienti che altrimenti non ricaverebbero nutrendosi solo di parassiti; i maschi, invece, solo raramente usano questo tipo di inganno.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I clienti non vogliono perdere il loro muco, così i pulitori utilizzano una tattica ingannevole che consiste nell’attrarli con la promessa di un “onesto” servizio di pulizia nei confronti dei parassiti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I pulitori preferiscono ingannare i pesci più grossi rispetto  a quelli piccoli perché da quelli grandi è possibile ricavare più muco; infatti, mentre i pesci più grandi stanno osservando, essi forniscono onesti servizi ai pesci più piccoli, nella speranza di trarli in inganno con questa tattica. Ci sono però dei limiti, i pesci predatori molto grandi non vengono mai ingannati perché questi possono punire severamente i pulitori per il loro cattivo comportamento. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In ambienti dove vi sono numerosi pesci pulitori la competizione per il cliente è molto alta, i pulitori necessitano di mantenere una buona reputazione così si impegnano in un più onesto lavoro di pulitura rispetto a dove sono gli unici pulitori disponibili.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il team di ricerca ha testato inoltre il comportamento ingannevole dei pulitori quando sono sotto stress. Le femmine sono stressate quando si riproducono, in questo caso ingannano maggiormente per ottenere nutrienti extra dal muco. La ricerca dimostra che i pulitori più scaltri adattano questo inganno, indotto dallo stress, alle circostanze. Per esempio, pulitori stressati semplicemente ingannano maggiormente quando non vi sono competitori, mentre una elevata competizione li rende molto più ingannevoli solo quando sono stressati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa ricerca compie significativi progressi nella comprensione dei meccanismi cognitivi dietro la cooperazione, l’inganno e l’uso di una tattica ingannevole nel regno animale, inoltre incrementa la conoscenza di come i pesci possono sviluppare complesse relazioni sociali nelle barriere coralline.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-07/sfeb-snh063016.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-07/sfeb-snh063016.php</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">PHOTOCREDIT Simon Gingins</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 17 Dec 2016 10:23:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=ea31wt16</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/ea31wt16</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le chele dei granchi del cocco esercitano la presa più potente fra tutti i crostacei]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_eba701k7"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/coconut-crab.jpg"  title="" alt="" style="width:336px; height: 336px;" class="fleft" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo uno studio giapponese, pubblicato sula rivista <a href="http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0166108" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'PlosOne', width: 180});" class="imCssLink">PlosOne</a>, le chele del granchio del cocco (</span><i class="fs16">Birgus latro</i><span class="fs16">) hanno la forza di presa più potente fra tutti i crostacei.</span><span class="fs16"> </span><span class="fs16">I granchi del cocco sono i crostacei terrestri più grandi e maggiormente potenti. Riescono a sollevare fino a 28 kg. I granchi usano le loro chele per combattere, difendersi e per mangiare il cocco e altri cibi con parti esterne dure. Mentre i decapodi esercitano la loro massima presa in relazione alla relativa massa, la forza di presa del granchio del cocco era sconosciuta. I ricercatori hanno misurato tale forza in 29 granchi del cocco selvatici nell’isola di Okinawa, Giappone. Gli studiosi hanno scoperto che la forza aumentava in proporzione alla massa del corpo. Basandosi sul massimo peso conosciuto di un granchio la massima forza di presa delle loro chele è stata valutata in 3.300 newton. Questo eccede sia la forza di presa di altri crostacei sia la forza del morso di tutti gli animali terrestri esclusi gli alligatori. Le “potenti chele” del granchio hanno consentito loro di essere gli unici ad alimentarsi col cocco a differenza di altri animali. In aggiunta, suggeriscono i ricercatori, essendo in grado di cacciare altri animali grazie a queste potenti appendici questo potrebbe aiutare i granchi a mantenere i loro enormi corpi.</span><br></div><div><br></div><div>Materiali modificati da:&nbsp;<a href=" https://www.sciencedaily.com/releases/2016/11/161123141515.htm?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fplants_animals%2Fsea_life+%28Sea+Life+News+--+ScienceDaily%29" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Science Daily', width: 180});" class="imCssLink">https://www.sciencedaily.com</a></div><div>PhotoCredit: Shin-ichoro Oka; Creative Commons Attribution License<br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 11 Dec 2016 12:44:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=eba701k7</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/eba701k7</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I coralli sono forse gli animali più longevi al mondo]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_40o7hbew"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/acropora-palmata-CoralPhoto.png"  title="" alt="" style="width:730px; height: 543px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Secondo una ricerca della Penn State University, il genotipo dei coralli può sopravvivere per migliaia di anni, rendendoli forse gli animali più longevi al mondo. Il team ha recentemente determinato l’età dei coralli a corna d’alce (<i>Acropora palmata</i>) in Florida e nei Caraibi e ha stimato che il genotipo più vecchio superava i 5000 anni. I risultati sono utili per comprendere come i coralli risponderanno agli attuali e ai futuri cambiamenti ambientali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Lo studio mostra da una parte che alcuni genotipi di  <i>Acropora palmata</i> sono stati presenti per lungo tempo e sono sopravvissuti a molti cambiamenti ambientali, inclusi cambiamenti nel livello del mare, tempeste, fenomeni di sedimentazione e così via. Questa è una buona notizia perché da un lato  indica che essi possono essere molto resilienti. Dall’altro lato, le specie studiate sono ora elencate come minacciate sotto lo U.S. Endangered Species Act, perché hanno sofferto diminuzioni di popolazioni tali che indicano che ci sono limiti, anche per questi resilienti coralli, su quanto cambiamento siano in grado di sopportare.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Molte persone scambiano i coralli per piante o rocce prive di vita, ma i coralli in realtà sono costituiti da colonie di singoli invertebrati animali che vivono in simbiosi con alghe fotosintetiche. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">In precedenza è stata assegnata un’età ai coralli studiando lo scheletro delle colonie o le dimensioni. Ad esempio le colonie più grandi si pensava fossero le più vecchie. Tuttavia molti coralli si riproducono per frammentazione in cui piccoli pezzi si staccano da grandi colonie. Questi pezzi sembrano giovani coralli perché sono piccoli ma i loro genomi sono altrettanto vecchi di quelli delle colonie più grandi dai quali si sono staccati. Similmente le grandi colonie sembrano più giovani della loro vera età perché sono diventate più piccole durante il processo di frammentazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ora, per la prima volta. I ricercatori hanno usato un approccio genetico per stimare l’età dei coralli. Il metodo determina quando l’uovo e lo sperma originalmente si sono incontrati per formare il genoma della colonia di corallo. I ricercatori hanno poi monitorato il numero di mutazioni che si sono accumulate nel genoma da quel momento. Poiché le mutazioni tendono a crescere a una velocità relativamente costante i ricercatori sono stati in grado di stimare un’età approssimativa del genoma del corallo. I risultati che appaiono nel numero di novembre 2016 della rivista Molecular Ecology, suggeriscono che alcuni genomi di Acropora palmata persistono da oltre 5000 anni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Questo è sorprendente visto che, in precedenza, solo i coralli di acque fredde si era scoperto che avessero più di 1000 anni. Conoscere l’età degli individui di una popolazione è importante per capire le loro storie vitali e se la popolazione è in crescita o in decremento. Questo è specialmente importante quando la popolazione in studio è minacciata. Se il genoma di Acropora palmata ha sopravvissuto per migliaia di anni, questo implica una persistenza attraverso cambiamenti sostanziali dell’ambiente, e possibilmente dà speranza che essi possano sopravvivere agli ulteriori cambiamenti climatici previsti. Quello che oggi è diverso è che i cambiamenti del clima indotti dall’uomo stanno avvenendo a un tasso che supera di gran lunga i cambiamenti ambientali del passato. Pertanto la capacità dei coralli del passato di sopravvivere ai cambiamenti ambientali non necessariamente può prevedere il loro futuro successo.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da: <a href="http://news.psu.edu/story/439785/2016/11/30/research/corals-much-older-previously-thought-study-finds" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Penn State University', width: 180});" class="imCssLink">http://news.psu.edu/story/439785/2016/11/30/research/corals-much-older-previously-thought-study-finds</a></span><br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10">Image: William Precht/Dial Cordy &amp; Associates, Inc.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 09:07:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=40o7hbew</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/40o7hbew</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Perché i pesci inviano segnali rossi nel profondo blu degli oceani]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Mimetismo"><![CDATA[Mimetismo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_1qdj50nu"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/red-fluorescent-goby.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 496px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il colorato mondo delle barriere coralline è affascinante – anche se gran parte del colore compare quando si scattano fotografie con il flash. L’acqua filtra efficacemente le radiazioni solari  gialle, arancio e rosso. A profondità maggiori di dieci metri questi colori scompaiono. Così, in condizioni normali, la maggior parte degli abitanti delle zone profonde appaiono di colore uniforme grigio bluastro. Tranne alcuni pesci che possono produrre una luce rossa propria. Essi possiedono cellule fluorescenti che assorbono la luce blu intorno a loro e la riemettono come luce rossa. Uno studio pubblicato su <a href="http://dx.doi.org/10.3389/fevo.2016.00126" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Frontiers in ecology and Evolution', width: 180});" class="imCssLink">Frontiers in Ecology and Evolution</a> ora ci dà un'idea dell’importanza ecologica di questo meccanismo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I biologi dell’Università di Tübingen hanno preso in rassegna più di 600 specie di pesci in grado di produrre fluorescenza. Un confronto dell’ecologia di questi pesci suggerisce tre significative funzioni. Predatori come gli scorpenidi e i pesci piatti emettono segnali fluorescenti distribuiti irregolarmente sul loro corpo.  Questi predatori all’imboscata sono difficili da vedere contro un substrato contenente molte alghe rosse fluorescenti; secondo i ricercatori i segnali probabilmente migliorano il loro camuffamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nei gobidi e nelle damigelle che si cibano di plancton la luce rossa fluorescente risulta dominante nell’area intorno agli occhi. Questo è probabilmente legato all’alimentazione, tale meccanismo era in precedenza completamente sconosciuto ma può essere paragonato all’eco-localizzazione utilizzata dai pipistrelli. La fluorescenza rossa potrebbe avere un ruolo anche quando tali pesci scelgono il compagno per l’accoppiamento. Le specie di pesci dove il maschio e la femmina hanno colorazioni differenti possiedono, di frequente, pinne rosse fluorescenti. Le pinne sono utilizzate per inviare importanti segnali in molti rituali di corteggiamento. I ricercatori ritengono che la fluorescenza rossa riprende o amplifica i segnali che le femmine esigenti preferiscono, o che indicano che il maschio è una buona scelta genetica.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio getta letteralmente nuova luce sulla comunicazione sott’acqua. L’assunto, finora, era che la luce rossa era poco importante in profondità: i risultati dello studio mostrano che non è così. Sembra che nel corso della loro evoluzione i pesci abbiano sviluppato un intero contenitore di trucchi con i quali essi possono riprodurre alcuni dei colori mancanti nel loro ambiente. I ricercatori di Tübingen ora mirano a scoprire come esattamente i pesci utilizzano quei colori.</span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.uni-tuebingen.de/en/news/newsfullview-news/article/warum-fische-rote-signale-im-tuerkis-blauen-meer-aussenden.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Università di Tubingen', width: 180});" class="imCssLink">https://www.uni-tuebingen.de/en/news/newsfullview-news/article/warum-fische-rote-signale-im-tuerkis-blauen-meer-aussenden.html</a></span></span></div><div><span class="fs13">PhotoCredit: Nico K. Michiels/University of Tübingen</span><br></div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 09:02:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=1qdj50nu</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/1qdj50nu</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Vale la pena barare: l’inganno tattico in un sistema di segnalazione sociale nei cefalopodi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_g8igm72n"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/sn-cuttlefish.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I segnali nella comunicazione intraspecifica dovrebbero essere naturalmente corretti, altrimenti il sistema è soggetto a collassare. La teoria prevede, comunque, che sistemi di segnalazione leali possano essere soggetti ad eventuali trucchi, la cui entità viene in gran parte mediata dal timore di rappresaglie.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le seppie cambiano forma e colore a loro piacimento, una capacità che si è evoluta per evitare i predatori e catturare prede.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In uno studio pubblicato su <a href="http://rsbl.royalsocietypublishing.org/content/roybiolett/8/5/729.full.pdf" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Biology Letters', width: 180});" class="imCssLink">Biology Letters</a>, gli autori mostrano che questa abilità viene tatticamente impiegata dal maschio della seppia (<i>Sepia plangon</i>), per il 39% del tempo. Lo scopo è quello di ingannare, durante il corteggiamento,&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">individui della stessa specie,</span><span class="fs16">&nbsp;in specifici contesti sociali propensi all’inganno, mentre non viene mai impiegata in altri contesti sociali. I maschi, traggono in inganno gli altri maschi mostrando modelli di corteggiamento maschili alle femmine ricettive da un lato del corpo, simultaneamente, mostrano un modello femminile a un singolo rivale maschio dall’altro, impedendo in tal modo al rivale di interrompere il corteggiamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’uso dell’inganno tattico in una rete di comunicazione così complessa indica che la socialità ha svolto un ruolo chiave nell’evoluzione cognitiva dei cefalopodi.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:<a href="http://www.sciencemag.org/news/2012/07/two-faced-fish-tricks-competitors" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ScienceMag', width: 180});" class="imCssLink"> http://www.sciencemag.org/news/2012/07/two-faced-fish-tricks-competitors</a></div><div style="text-align: justify;">Photo credit: Culum Brown<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 22 Nov 2016 14:03:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=g8igm72n</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/g8igm72n</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La 'Twilight Zone' dei coralli svela nuovi tipi di fotosintesi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecosistemi_mesofotici"><![CDATA[Ecosistemi mesofotici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8mb9d76h"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/divers-mesophotic-zone.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 499px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Oltre 60 metri al di sotto della superficie degli oceani, dove l’acqua è fredda e, dove penetra solamente l’uno per cento della luce, c’è un offuscato mondo blu pieno di creature poco comprese. Ora i ricercatori hanno scoperto che i coralli che abitano in questa “twilight zone" possiedono un adattamento mai visto prima che li rende capaci di razionare energia luminosa sufficiente per sopravvivere.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le alghe fotosintetiche, che vivono e danno forza a questi coralli, hanno un insolito “apparecchio” cellulare che le rende capaci di esercitare la fotosintesi in maniera più efficace delle specie che vivono a profondità inferiori. Lo studio pubblicato sulla rivista  <a href="http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fmars.2016.00195/full" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Frontiers in Marine Science', width: 180});" class="imCssLink">Frontiers in Marine Science</a>. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">A terra e nell’acqua, le piante usano strutture cellulari chiamate complessi che catturano la luce, o antenne fotosintetiche, per captare fotoni (particelle di luce) e trasferirli ai complessi fotosintetici che convertono la luce in energia utilizzabile. Le antenne fotosintetiche sono fatte di diverse proteine e pigmenti di clorofilla. Nelle oscure foreste a terra, le piante nel sottobosco spesso evolvono complessi antenna molto grandi per catturare ogni minimo raggio di luce proveniente dal cielo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ma questo non è quello che i ricercatori hanno trovato a 65 metri di profondità nel nord del Mar Rosso quando hanno raccolto da quella zona il corallo chiamato <i>Stylophora pistillata</i>. All’interno del corallo si trova l’alga simbiotica, chiamata <i>Symbiodinium</i>, che fornisce al corallo l’ossigeno e l’energia dalla fotosintesi in cambio di nutrienti e protezione. Questo risulta in una vita relativamente semplice nei reef poco profondi, dove la luce del sole è abbondante. Ma, al di sotto dei 40 metri, l’oceano diventa scuro. Questa è la zona mesofotica che è sempre grigia. A circa 100 metri, solo l’un percento della luce del sole può arrivare così in fondo. Solo la lunghezza d’onda del blu può penetrare. Potrebbe avere un senso per le alghe che vivono nella zona mesofotica costruire enormi antenne fotosintetiche. Ma questo non è ciò che fa <i>Symbiodinium</i>. Infatti, quando i ricercatori hanno analizzato le alghe che vivono in profondità essi hanno trovato che le strutture antenna delle alghe erano in realtà più piccole di quelle delle alghe <i>Symbiodinium</i> di acque meno profonde. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Invece di costruire antenne più grandi, le alghe modificavano il loro sistema di cattura della luce. Piante come le alghe hanno due tipi di apparati cellulari per convertire la luce in zuccheri: il fotosistema I e il fotosistema II. <i>Symbiodinium</i> si basa maggiormente sul fotosistema II ma posiziona il macchinario cellulare vicino a quello del fotosistema I. Questo rende più facile, per i due sistemi, lo scambio di energia. Essi inoltre adattano i tipi di proteine che catturano la luce nelle loro membrane cellulari.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Immergersi in questi habitat corallini è difficile per l’uomo; i subacquei di solito non vanno al di sotto dei 40 metri. Per andare nella twilight del Mar Rosso, i ricercatori hanno indossato sistemi rebreather.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Durante quattro anni di immersioni, gli scienziati hanno preso alcuni campioni di coralli profondi e li hanno trasferiti in ambienti poco profondi, e hanno preso coralli superficiali e li hanno trasferiti in zone più profonde. Lo hanno fatto lentamente, spostando i coralli di solo 5 m ogni due settimane. Essi hanno scoperto che i coralli raccolti a una profondità  di circa 3 metri potevano restare vivi a 65 metri. I coralli  profondi, però, non potevano sopravvivere a basse profondità. Non avevano i composti naturali che proteggono i coralli dai nocivi raggi ultravioletti del sole.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori hanno studiato solo una specie di alghe ma nei reef mesofotici, fra gli organismi che esercitano la fotosintesi, ci sono probabilmente molti altri tipi di adattamenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.livescience.com/56615-coral-twilight-zone-reveals-weird-photosynthesis.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Live Science', width: 180});" class="imCssLink">http://www.livescience.com/56615-coral-twilight-zone-reveals-weird-photosynthesis.html</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Photo</span><span class="fs10">Credit: Mike Lombardi</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 18:02:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=8mb9d76h</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/8mb9d76h</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le meduse aiutano gli scienziati a combattere le frodi alimentari]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6oeag19r"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/North-sea-jellyfish.jpg_SIA_JPG_fit_to_width_INLINE.jpg"  title="" alt="" style="width:400px; height: 248px;" class="fright" /><span class="fs16">Secondo un nuovo studio degli scienziati dell’Università di Southampton gli animali che si alimentano in mare ereditano una registrazione chimica che riflette l’area nella quale si sono alimentati, questo può aiutare a mantenere traccia dei loro movimenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’analisi chimica dell’origine dei prodotti alimentari marini potrebbe essere un potente strumento per aiutare a combattere le frodi alimentari, conservare stock ittici sostenibili in salute o aree marine protette e assicurare la fiducia dei consumatori nella etichettatura biologica marina. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tracciare le località degli animali marini è difficile poiché normalmente essi non possono essere visti. Il team di ricerca di Southampton ha costruito mappe della variazione chimica nelle meduse catturate nel Mare del Nord. Essi hanno poi confrontato gli stessi segnali chimici nella capasanta e nelle aringhe catturate in posti conosciuti in tutto il Mare del Nord e hanno usato test statistici per trovare le aree del Mare del Nord con la composizione chimica più simile. Queste analisi chimiche sono state in grado di collegare accuratamente le capesante e le aringhe alle loro reali località e possono essere usate per testare se la composizione chimica di un animale corrisponde alla zona di origine rivendicata. Dicono i ricercatori “comprendere l’origine dei pesci o di prodotti ittici è sempre più importante se vogliamo gestire le nostre risorse sempre più efficacemente. I pesci provenienti da una pesca sostenibile possono spuntare un prezzo di alta qualità ma i consumatori interessati devono essere sicuri che il pesce provenga realmente da fonti sostenibili. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">“Recentemente, i test genetici hanno rivelato diffusi errori di etichettatura dei tipi di pesce venduti in tutto il mondo ma, al momento, non abbiamo alcuno modo utile per valutare dove un prodotto pescato è stato catturato”. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da;&nbsp;<a href="http://www.southampton.ac.uk/news/2016/10/jellyfish-food-fraud.page#" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: ' University of Southampton', width: 180});" class="imCssLink">http://www.southampton.ac.uk/news/2016/10/jellyfish-food-fraud.page#</a></div><div style="text-align: justify;"><br></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 11 Nov 2016 13:58:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6oeag19r</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6oeag19r</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Pesci contro vermi mostro]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Vermi"><![CDATA[Vermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_l9ckqcl1"><div style="text-align: justify;"><div><i><span class="fs16">I pesci usano il mobbing contro i nemici più forti</span></i></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fish-mobbing.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 286px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><i class="fs16">Eunice aphroditois</i><span class="fs16">, conosciuta anche come verme Bobbit, seppellisce il suo lungo corpo in profondità sotto la sabbia, lasciando solo le sue potenti mascelle protrudere in superficie. Essa le usa per afferrare prede inconsapevoli e trascinarle nel suo buco, in una frazione di secondo. I biologi dell’Università di Basilea hanno osservato da vicino questo orribile cacciatore e le sue prede e hanno notato un affascinante tipo di comportamento: i pesci preda si difendono da questo mostruoso verme attaccandolo con getti d’acqua e forzandolo alla ritirata. Lo studio è stato pubblicato su </span><span class="fs16"><a href="http://www.nature.com/articles/srep33187" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Scientific Reports', width: 180});" class="imCssLink">Scientific Reports</a></span><span class="fs16">.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il verme Bobbit <i>(Eunice aphroditois</i>) aggredisce le sue prede tramite l’imboscata, una tecnica di caccia basata su un notevole camuffamento insieme all’elemento della sorpresa. L’anellide sta sepolto sotto la sabbia, fino alla testa, e giace in attesa delle prede,  afferrandole con i tentacoli lunghi e sottili di forma cilindrica. Ogni pesce che vaga troppo vicino soccombe alla fulminante presa degli artigli del Bobbit ed è trascinato nel suo cunicolo. Questo anellide predatore vive sotto la sabbia nel fondo oceanico dell’Indo- Pacifico e può raggiungere fino ai tre metri di lunghezza.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per la prima volta i biologi della University of Basel's Department of Biomedicine hanno potuto osservare come <i>Scolopsis affinis</i> un pesce dello Stretto di Lembeh, nell’Indo-Pacifico, reagisce contro il verme Bobbit. Se uno <i>Scolopsis</i> scopre un verme Bobbit o osserva un membro della sua stessa specie che viene catturato, esso inizia un comportamento conosciuto in biologia come “mobbing”, nel quale animali prede, altrimenti senza difese, attaccano i loro predatori. Nel caso di <i>Scolopsis</i> il pesce nuota verso l’entrata del foro scavato dal verme, si posiziona vicino verticalmente con il muso all’ingiù e spruzza getti d’acqua taglienti in direzione del Bobbit. Membri della medesima specie, che vedono tale comportamento, si uniscono, bombardando il verme in agguato con una batteria di getti d’acqua, finché viene costretto a ritirarsi nel suo buco. Una volta che il predatore è stato individuato e localizzato le sue possibilità di effettuare altre imboscate vengono azzerate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori credono che questo comportamento possa essere spiegato con l’incremento di possibilità di sopravvivenza che deriva dalla scoperta della tana del verme Bobbit, specialmente dal momento che il verme tende a rimanere in una singola località. Non solo  i mobbers conoscono il luogo  del predatore, il che permette loro di evitarlo in futuro, ma essi hanno inoltre reso visibile la località del verme a tutti gli altri pesci nell’area.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Riguardo alla loro capacità mentale, i pesci sono in gran parte sottostimati. Le ricerche sul loro comportamento, nei loro habitat naturali, continuano a rivelare grandi sorprese ".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="https://www.unibas.ch/en/News-Events/News/Uni-Research/Fish-Against-Monster-Worms.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Basel', width: 180});" class="imCssLink">https://www.unibas.ch/en/News-Events/News/Uni-Research/Fish-Against-Monster-Worms.html</a></span><br></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">PHOTOGRAPHER University of Basel, Department of Biomedicine</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 Nov 2016 11:00:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=l9ckqcl1</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/l9ckqcl1</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Studiata, per la prima volta in assoluto, l’evoluzione del veleno nei pesci ossei e cartilaginei]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_b0lfmqrp"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/venomfish1.png"  title="" alt="" style="width:669px; height: 383px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Sentendo la parola veleno, la maggior parte delle persone pensa probabilmente ai denti di un serpente. Ma la capacità di produrre e iniettare tossine in un altro animale è così utile che si è sviluppata in numerose creature che vanno dalle meduse ai ragni, dai topi ragno all’ornitorinco maschio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ora uno studio pubblicato nella rivista Comparative Biology fa un elenco di esempi di vita acquatica velenosa, mostrando per la prima volta che il veleno si è evoluto 18 diverse volte nei pesci di acque dolci e salate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Fra le altre scoperte dello studio:</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">•	A differenza degli squamati, come lucertole e serpenti, pochissimi pesci hanno sviluppato denti o zanne velenose.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">•	La funzione predominante del veleno nei pesci riguarda più la difesa dell’offesa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">•	Il veleno, nelle acque dolci, riguarda soprattutto i pesci gatto, al contrario degli ambienti marini dove è ampiamente diffuso fra molti gruppi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">•	È sorprendente come sia relativamente comune il veleno negli squali di ambienti profondi (il 30% degli squali velenosi) paragonato ai pesci ossei di mari profondi (5% dei pesci ossei velenosi)</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Per la prima volta in assoluto i ricercatori hanno studiato l’evoluzione del veleno in tutti i pesci. Spendendo anni a combinare referti medici di persone esposte al veleno dei pesci. Quindi, il team ha messo insieme gli alberi familiari di quei pesci, usando specie dei musei di storia naturale per rintracciare prove del veleno fra specie strettamente correlate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Essi hanno compreso come si presentano le ghiandole del veleno in un animale noto per essere velenoso e come appaiono in tutti i gruppi correlati. Per esempio, nei correlati al genere <i>Seriola</i>, che le persone mangiano come sushi ed è considerato velenoso, sono state trovate ghiandole velenose nelle spine.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I veleni dei pesci sono spesso molto complessi, grandi molecole che hanno un grande impatto. Il veleno può interferire con la pressione sanguigna, causare necrosi localizzate, danni ai tessuti e al sangue e attività emolitica – esso previene i trombi, per diffondere il veleno in tutta la preda. Il veleno è una neurotossina. La risposta media presenta dolore e gonfiore. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Poiché i pesci devono convivere col loro stesso veleno, potrebbero esserci molecole helper che proteggono gli stessi pesci e li aiutano a sopravvivere. Queste potrebbero avere anche un valore terapeutico per le persone. Fino al 95% dei pesci velenosi usano le loro tossine per difesa, di solito conservando il veleno dentro le spine dorsali, da dove esso può essere dislocato nel caso in cui il pesce venga schiacciato o un altro pesce tenti di inghiottirlo. Alcuni, comunque, usano il veleno per aggredire o debilitare le loro prede e possono talvolta ferire le persone.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://news.ku.edu/2016/06/15/researchers-tally-huge-number-venomous-fishes-calling-their-toxins-possible-wellspring" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The University of Kansas', width: 180});" class="imCssLink">https://news.ku.edu/2016/06/15/researchers-tally-huge-number-venomous-fishes-calling-their-toxins-possible-wellspring</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Image courtesy William Leo Smith</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 28 Oct 2016 15:27:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=b0lfmqrp</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/b0lfmqrp</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Vivere insieme nel fango. Scoperta una nuova specie di bivalve che vive su un’oloturia.]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_aeotwfhc"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/bivalve_oloturia2.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La maggior parte dei bivalvi vivono nella sabbia, nel fango, o attaccati a superfici rocciose. Ora una nuova specie di bivalve che vive su un’oloturia è stata scoperta in  Giappone. La nuova specie, chiamata <i>Borniopsis mortoni</i> (Galeommatoidea), è stata scoperta nelle pianure fangose del Souzu River.  La Galeommatoidea è una superfamiglia di bivalvi che mostra una elevata diversità di specie in acque poco profonde. Molti membri di questa super famiglia vivono come commensali di invertebrati marini che scavano nel sedimento bentonico. Il genere <i>Borniopsis</i> è conosciuto solo in Asia orientale e mostra una grande diveristà di ospiti (es.  gamberi mantide, granchi, oloturie, sipunculidi ed echiuridi). La nuova specie <i>Borniopsis mortoni</i> sp. n., ha conchiglie allungate di forma ovale coperte da un periostraco che va dal marrone chiaro a marrone scuro e vive attaccata con il piede e con i filamenti bissali sulla superficie del corpo dell’oloturia  <i>Patinapta ooplax</i>.  Diversi individui di  <i>B. mortoni</i>  si trovano sullo stesso ospite, talvolta più di dieci individui possono trovarsi assieme. <i>Borniopsis mortoni </i>è una delle specie più piccole di questo genere. Probabilmente le dimensioni del suo piccolo corpo sono un adattamento al modo di vita nello stretto scavo dell’ospite.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span class="fs13"><a href="http://zookeys.pensoft.net/articles.php?id=8125&display_type=element&element_type=2&element_id=11&element_name=" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ZooKeys', width: 180});" class="imCssLink">http://zookeys.pensoft.net/articles.php?id=8125&amp;display_type=element&amp;element_type=2&amp;element_id=11&amp;element_name=</a></span></div><div style="text-align: justify;"><div>Photo credits: H. Ishikawa: Hamamura: D. Scale bar: 1 mm.</div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 13:13:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=aeotwfhc</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/aeotwfhc</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Come mordono i denti degli squali? ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_efhww152"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/shark-teeth-F2.large-1.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 579px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Attaccando vari tipi di denti di squalo a un seghetto alternativo ricercatori dell’Università di Washington sono stati in grado di studiare i vantaggi biologici e le differenze nelle risposte che le diverse forme di denti hanno, testando le loro performance in condizioni realistiche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I denti degli squali godono di una grande reputazione. I predatori degli oceani usano le loro bocche, che vibrano come seghe, per sbranare efficacemente le prede, che vanno dai mammiferi marini alle tartarughe marine, agli uccelli marini e, occasionalmente, l’uomo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ci sono più di 400 specie di squali nel mondo, ognuno ha una forma dei denti unica. Alcuni sono semplici triangoli, altri sono profondamente dentellati o a forma di arpione. Ma nonostante questa varietà gli scienziati non hanno riscontrato differenze su come i diversi tipi di denti di squalo tagliano e penetrano nei tessuti. Un recente studio della University of Washington, testando le performance in condizioni reali, ha cercato di capire perché i denti di squalo hanno forme diverse e quali vantaggi biologici le varie forme hanno. I risultati sono stati pubblicati nella rivista<a href="http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/3/8/160141" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Royal Society Open Science', width: 180});" class="imCssLink"> Royal Society Open Science</a>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli squali scuotono rapidamente le loro teste quando mordono le prede, quindi riuscire a valutare come si comportano denti affiancati in movimento &nbsp;era di importanza cruciale nei test di studio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori hanno accostato&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs12">alla lama di una seghetto alternativo&nbsp;</span><span class="fs12">tre diversi tipi di denti di squalo, poi &nbsp;hanno tagliato spesse fette di salmone a una velocità che simulava la velocità di una testa che si scuote, come se uno squalo divorasse una preda. Quando il salmone veniva tagliato, denti diversi tagliavano in modo diverso. I ricercatori avevano trovato un modo per distinguere fra questa enorme differenza morfologica osservabile in natura nei denti di squalo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori hanno inoltre notato che i denti di alcune specie si spuntavano più rapidamente di altri. Due tipi di denti, appartenenti agli squali tigre e seta, si spuntavano solo dopo diversi passaggi della lama della sega sopra i tessuti, il che significava che è possibile che questi squali in natura debbano sostituire i loro denti ogni volta che uccidono una preda.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I denti dello squalo capopiatto (</span><span style="text-align: left;" class="fs12"><i>Hexanchus griseus</i>)</span><span class="fs12">&nbsp;non tagliavano così bene, ma essi non si spuntavano così rapidamente come gli altri denti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">C’è un compromesso fra l’essere tagliente e la longevità del bordo di un dente, è un po’ come se alcuni squali dovessero rimpiazzare i loro denti più di frequente, passandoci costantemente uno strumento affilato. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Secondo gli autori questo potrebbe fare nuova luce sui pattern di foraggiamento dei diversi squali. Per esempio, lo squalo capopiatto, con denti più smussati e di più lunga durata, potrebbe inghiottire le sue prede intere. Gli squali tigre (</span><span style="text-align: left;" class="fs12"><i>Galeocerdo cuvier</i>)</span><span class="fs12">&nbsp;che mangiano una gamma più vasta di prede  come le tartarughe marine, i dugonghi e gli uccelli marini di solito mordono le prede a pezzetti prima di mangiarle e necessitano di denti più aguzzi per forare, ad esempio, il carapace di una tartaruga.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Quando il tessuto è perforato e attorcigliato da una parte all’altra, come avviene nelle prede durante l’attacco di uno squalo, i tessuti delle prede non si comportano sempre allo stesso modo. Avviene una cosa simile all’uso del pongo che può essere disteso fino a formare un lungo pezzo filamentoso quando tirato lentamente ma che si spezza in due quando tirato a velocità maggiore.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I tessuti biologici, quando tirati o tesi, si comportano allo stesso imprevedibile modo. È stata questa sottigliezza che il team di ricerca ha cercato di catturare tramite esperimenti che implicavano il movimento. I ricercatori pensano che questo sia il primo studio nel suo genere che mima come gli squali cacciano e uccidono.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">L’idea di incollare i denti su un seghetto alternativo si è dimostrata una soluzione semplice ad un problema complesso.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="http://www.washington.edu/news/2016/09/08/how-do-shark-teeth-bite-reciprocating-saw-glue-provide-answers/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Washington', width: 180});" class="imCssLink">http://www.washington.edu/news/2016/09/08/how-do-shark-teeth-bite-reciprocating-saw-glue-provide-answers/ </a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 25 Sep 2016 12:25:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=efhww152</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/efhww152</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Prognathodes basabei, una nuova specie di pesce farfalla scoperta nei reef corallini mesofotici delle Hawaii]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecosistemi_mesofotici"><![CDATA[Ecosistemi mesofotici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6v0cw259"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/butterflyfish1.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I pesci farfalla sono una delle principali attrattive dei reef corallini. Essi sono stati oggetto di studi approfonditi in tutto il mondo, per questo scoprire una nuova specie è un evento raro. La scoperta del pesce farfalla chiamato <i>Prognathodes basabei</i> (Pyle and Kosaki 2016) è avvenuta alla profondità di oltre 50 metri, al largo dell’atollo di Pearl and Hermes nelle Isole Hawaii. I reef corallini profondi, conosciuti anche con il nome di ecosistemi corallini mesofotici o "the coral-reef twilight zone," sono fra i meno esplorati di tutti gli ecosistemi marini. A profondità maggiori di quelle raggiungibili dai subacquei  e meno profonde di quelle esplorate con i sommergibili, questi reef rappresentano la nuova frontiere della ricerca nei reef corallini. Scoperte come questa sottolineano quanto poco esplorati e quanto poco sappiamo sui reef corallini profondi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il presidente Obama ha recentemente annunciato l’espansione del  Papahānaumokuākea Marine National Monument, area dove il nuovo pesce farfalla è stato regolarmente osservato durante le spedizioni della NOAA, e dichiarata ora la più grande area marina protetta al mondo. Questa nuova scoperta mostra il valore della conservazione di ogni grande area marina protetta. Non solo esse proteggono la biodiversità esistente, che conosciamo già, ma, soprattutto, proteggono la diversità che ancora dobbiamo scoprire.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali modificati da: <a href="http://sanctuaries.noaa.gov/news/press/2016/new-butterflyfish-species.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'NOAA National Marine Sanctuaries', width: 180});" class="imCssLink">http://sanctuaries.noaa.gov/news/press/2016/new-butterflyfish-species.html </a></span><div><span class="fs13">PhotoCredit: Greg McFall/NOAA&nbsp;</span><span class="fs13">Pete Basabe’s Butterflyfish (Prognathodes basabei Pyle and Kosaki 2016) at a depth of 180 feet off Pearl and Hermes Atoll, Northwestern Hawaiian Islands.&nbsp;</span><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 20 Sep 2016 13:17:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6v0cw259</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6v0cw259</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Gli “intraterrestri”: scoperti nuovi virus in aperto oceano]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Virus"><![CDATA[Virus]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9p9h891g"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Schematic-of-viruses--1-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 631px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Molte strane creature vivono negli oceani profondi ma poche sono più strane degli archea, microrganismi primitivi a singole cellule simili a batteri. Gli archea fanno di tutto, si cibano di metano e respirano zolfo o metalli al posto dell’ossigeno per proliferare negli ambienti più estremi del pianeta. Scienziati dell’Università di Santa Barbara hanno scoperto qualcosa di ancora più strano: un nuovo straordinario virus che, apparentemente, infetta gli archea che mangiano batteri che vivono al di sotto del pavimento oceanico.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori sono rimasti ancora più sorpresi dal fatto di scoprire che questi virus provocano una mutazione selettiva in uno dei propri geni e che anche alcuni archea lo fanno. La ricerca, pubblicata su Nature Comunications, dimostra che la mutazione auto-guidata è rilevante per la vita all'interno del sottosuolo terrestre e rivela i meccanismi con cui i virus e gli archeobatteri sono in grado di adattarsi a questo ambiente ostile. Questi risultati sollevano nuove interessanti domande circa l'evoluzione e l'interazione dei microbi che hanno come casa l’interno della Terra.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10">Materiali modificati da: <a href="http://www.news.ucsb.edu/2015/015234/surviving-hostile-territory " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University Santa Barbara', width: 180});" class="imCssLink">http://www.news.ucsb.edu/2015/015234/surviving-hostile-territory&nbsp;</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">Photo Credit:&nbsp;<span class="fs10">BLAIR PAUL, UCSB</span><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Sep 2016 10:39:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9p9h891g</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9p9h891g</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Potere delle tartarughe: come una nascita collettiva può evitare la cattura]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Rettili"><![CDATA[Rettili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_eq22o28d"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/yellow-crab-turtle160705203155_1_540x360.jpg"  title="" alt="" style="width:540px; height: 359px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una nuova ricerca suggerisce che le tartarughe verdi che schiudono in massa dai loro nidi “inondano” i predatori, consentendo a più individui di raggiungere la sicurezza in mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio, effettuato da ricercatori dell’ Universidade Federal de Alagoas in Brazil e dalla University of Bristol UK, è stato realizzato in una remota e incontaminata isola del Brasile dove si trovano 3.600 nidi di tartarughe verdi (<i>Chelonia mydas</i>) ogni anno e il disturbo umano è minimo. I ricercatori hanno monitorato 23 di questi nidi ogni mezz’ora, per tutta la notte, e hanno osservato come l’emersione simultanea dai singoli nidi aiuti le piccole tartarughe a sopravvivere. Il principale predatore dei piccoli di tartarughe verdi nell’isola è il granchio giallo (<i>Johngarthia lagostoma</i>), che è poco più grande delle tartarughe appena nate. Ciò significa che i granchi hanno bisogno di un lungo “tempo di maneggio” mentre se la vedono con il loro ingombrante pasto, così sono facilmente osservabili e rimangono vicino al punto di cattura. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati, pubblicati su <a href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/283/1834/20160697" target="_blank" class="imCssLink">Proceedings of the Royal Society B</a>, mostrano che le partenze in massa delle piccole tartarughe verdi saturano la capacità di foraggiamento dei granchi gialli, in particolare per il fatto che questi spendono molto tempo a manipolare le singole prede. Gli individui che fuoriescono dai singoli nidi in gruppi più numerosi hanno significativamente più possibilità di sopravvivere. Durante lo studio sono nate più di 3.000 tartarughe. Tipicamente 50 piccoli alla volta uscivano da un nido. Gruppi più numerosi portavano a una diminuzione della predazione durante la corsa verso il mare, indicando che il rischio era “diluito” fra i compagni di nido. In futuro saranno necessari più studi, in scenari di predazione diversi, per rispondere perché negli animali si sono evolute nascite sincrone e quali fattori influenzano il timing. Comunque, questo è difficile dal momento che molte aree costiere sono state modificate dall’uomo al punto che trovare habitat realmente naturali per l’osservazione delle tartarughe sta diventando sempre più difficile.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2016/07/160705203155.htm?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fplants_animals%2Fsea_life+%28Sea+Life+News+--+ScienceDaily%29" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ScienceDaily', width: 180});" class="imCssLink">https://www.sciencedaily.com/releases/2016/07/160705203155.htm?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Feed%3A+sciencedaily%2Fplants_animals%2Fsea_life+%28Sea+Life+News+--+ScienceDaily%29</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13">PhotoCredit: Robson G. Santos (</span><span class="fs13">A yellow crab captures a green turtle hatchling).</span><div><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 11 Sep 2016 10:13:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=eq22o28d</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/eq22o28d</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Come le “daltoniche” seppie possono vedere a colori]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_exg80l25"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/cc_cuttlefish_16x9.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Animali come le seppie e i polpi possono rapidamente cambiare colore per confondersi con lo sfondo e attrarre i potenziali compagni. Ma esiste un solo problema: per quanto sappiamo, essi non possono vedere a colori. A differenza dei nostri occhi, gli occhi dei cefalopodi (seppie, polpi e loro simili) contengono solo un tipo di proteina sensibile al colore, limitandoli, a quanto pare, a una visione in bianco e nero del mondo. Ma un nuovo studio mostra come, in realtà, essi potrebbero arrangiarsi. Mettendo a fuoco rapidamente i loro occhi a diverse profondità, i cefalopodi potrebebro trarre vantaggio da una proprietà ottica chiamata “aberrazione cromatica”. Ogni colore della luce ha una lunghezza d’onda diversa – e poiché le lenti flettono alcune lunghezze d’onda più di altre, un colore della luce che attraversa una lente può essere a fuoco mentre un altro è ancora sfocato. Così, con un giusto tipo di occhio, un rapido movimento del fuoco lascerebbe comprendere all’osservatore il reale colore di un oggetto basandosi su quando sfoca. Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, le pupille fuori centro di molti cefalopodi – incluse le pupille a forma di w delle seppie- rendono questo effetto di sfocatura più estremo. In questo studio gli scienziati hanno costruito un modello computazionale di occhio di un polpo e mostrato che esso può determinare i colori dell’oggetto semplicemente cambiando il fuoco. Poiché tutto questo è ancora teorico, il prossimo passo sarà quello di testare dal vivo se i cefalopodi in realtà vedono i colori in questo modo – e se altrettanto potrebbe fare ogni altro animale “daltonico”.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.sciencemag.org/news/2016/07/how-colorblind-cuttlefish-may-see-living-color" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Sciencemag', width: 180});" class="imCssLink">http://www.sciencemag.org/news/2016/07/how-colorblind-cuttlefish-may-see-living-color</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Photocredit:</span><span style="text-align: left;" class="fs10">scubaluna/iStockphoto</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 13:11:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=exg80l25</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/exg80l25</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La bioluminescenza è molto diffusa anche fra i pesci]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_74gy6otr"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/bioluminescence-Porichthys700.png"  title="" alt="" style="width:700px; height: 255px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La maggior parte delle persone conoscono la bioluminescenza attraverso le lucciole ma il fenomeno è presente in tutti gli oceani. Gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE mostrano, attraverso analisi genetiche, che la bioluminescenza si è evoluta indipendentemente 27 volte nei principali cladi (gruppi provenienti da un unico antenato) di pesci.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La bioluminescenza è un modo di comunicazione fra pesci, alcuni pesci si pensa che utilizzino la bioluminescenza come camuffamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La grande varietà di modi in cui i pesci ossei possono fare uso della bioluminescenza - usando a proprio vantaggio batteri bioluminescenti, incanalando la luce attraverso sistemi simili a fibre ottiche o utilizzando organi specializzati per produrre luce – sottolinea l’importanza della bioluminescenza nei pesci che vivono nella più grande fascia degli oceani profondi del mondo chiamata "deep scattering layer."</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando determinate funzioni si evolvono indipendentemente molte volte, possiamo dedurre che tali funzioni sono utili. Esiste un habitat dove tutto ciò che non vive in cima o in fondo al mare o lungo i bordi - quasi tutti i vertebrati che vivono in mare aperto - circa l'80 per cento delle specie di pesci sono bioluminescenti. Tutto questo ci dice che la bioluminescenza è quasi un obbligo per i pesci per poter avere successo. I Gonostomatidae sono i vertebrati più abbondanti sulla Terra, vivono in questo habitat e sono bioluminescenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studiosi dell’American Museum of Natural History e della St. Cloud State University hanno trovato che tutti i pesci da loro esaminati avevano evoluto la bioluminescenza fra gli inizi del Cretaceo, circa 150 milioni di anni fa, e il Cenozoico. Un altro team mostra che una volta che una linea evolutiva di pesci sviluppava la capacità di produrre luce tendeva immediatamente a dar vita a molte nuove specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali adattati da: <a href="https://news.ku.edu/2016/05/16/new-research-shines-light-surprising-numbers-and-evolutionary-variety-bioluminescent" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Kansas', width: 180});" class="imCssLink">https://news.ku.edu/2016/05/16/new-research-shines-light-surprising-numbers-and-evolutionary-variety-bioluminescent</a></span></div><div><span class="fs13">Photo credit: Midshipman (Porichthys) emitting light from ventral photophores. Photo by Matt Davis.&nbsp;</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 Aug 2016 13:28:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=74gy6otr</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/74gy6otr</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il caldo sta indebolendo sempre di più i coralli che ancora sopravvivono al più grave evento di bleaching nella GBR australiana]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_17vkgfwm"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Healthy--left--and-bleached--right--colonies-of-the-same-coral-species-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Molti dei coralli interessati dal bleaching massivo causato dalle alte temperature, che ancora sopravvivono nel nord della GBR australiana, sono i più gravi mai osservati.</span><div><span class="fs12">Sono state indagate le condizioni dei coralli ancora in vita come parte di una estesa indagine di questo fenomeno, ad oggi il peggior evento di bleaching mai registrato, che ha interessato il 93% dei coralli della GBR. Mentre le regioni centrali e del sud hanno subito un danno minore, circa la metà dei coralli della regione del nord sono morti. </span></div><div><span class="fs12">Normalmente, quando il bleaching uccide i coralli, si tratta di una morte lenta, che progredisce costantemente quando le temperature rimangono elevate.</span></div><div><span class="fs12">I coralli di solito si basano su un meccanismo che li aiuta a combattere e contrastare il danno ma questa volta, in alcuni reefs, sembra che essi siano morti molto rapidamente.</span></div><div><span class="fs12">I coralli dipendono dalle alghe che vivono nei loro tessuti. Queste alghe, chiamate zooxantelle, utilizzano la luce per produrre zuccheri e nutrienti che vengono trasferiti al corallo ospite. È questa energia che permette ai coralli di crescere e costruire il reef. La partnership fra i coralli e le microscopiche alghe che vivono nei loro tessuti, si interrompe quando le temperature sono troppo elevate, causando lo sbiancamento dei coralli. Perché i coralli si riprendano è necessario che i tessuti rimangano integri mentre le zooxantelle restanti lentamente ripopolano i tessuti. </span></div><div><span class="fs12">I coralli in salute possiedono fra uno e due milioni di zooxantelle per centimetro quadrato. Durante gli ultimi eventi di bleaching questi numeri sono scesi a 200.000 cellule per centimetro quadrato. Ora gli scienziati hanno trovato che alcuni coralli non hanno più zooxantelle affatto nei loro tessuti. Essi hanno scoperto che i coralli severamente sbiancati avevano una media di 4.000 alghe x cm2, una quantità 500 volte inferiore a quella riportata per i coralli sopravvissuti a precedenti eventi di bleaching. Questa profonda perdita delle alghe significa che molti dei coralli che sono sbiancati hanno scarse possibilità di recupero perchè non hanno più zooxantelle rimaste per ripopolare i tessuti del corallo.</span></div><div><span class="fs12">Per alcuni coralli della parte nord della GBR australiana ancora vivi, più del 50% delle cellule dei loro tesuti sono morte. In alcune regioni i coralli erano talmente danneggiati che gli studiosi sono stati incapaci di studiare i tessuti perché questi erano in decomposizione.</span></div><div><span class="fs12">Tragicammente il danno è stato maggiore nelle regioni del nord, le più remote e, fino ad ora, le più integre.</span></div><div><span class="fs12">Considerata l’estensione della mortalità, il danno osservato, e i singoli coralli è ora fondamentale comprendere i processi di recupero dei coralli sbiancati. Anche se essi riacquisteranno il loro colore, gli scienziati ritengono che manifesteranno altri sintomi a lungo termine, inclusa una crescita ridotta e una minore fertilità.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px;"><a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-06/acoe-hsc062016.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-06/acoe-hsc062016.php</a></span></span></div><div><span class="fs10">Caption:&nbsp;</span><span class="fs10">Healthy (left) and bleached (right) colonies of the same coral species (Pocillopora meandrina).&nbsp;</span><span class="fs10">Credit: Aurélie Moya</span><div><br></div></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Aug 2016 13:43:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=17vkgfwm</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/17vkgfwm</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Scoperte nell’Indo- Pacifico due nuove specie di Epizoanthus, epibionti di vermi tubicoli eunicidi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_o8sz977s"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/epizoanthus6181_Corals-D.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12"><i>Epizoanthus</i> è un genere relativamente comune ma pochi studi sono stati condotti sull’ecologia e tassonomia di questo tipo di organismi. Molte specie di <i>Epizoanthus</i> si trovano al di sotto dei limiti di sicurezza raggiungibili in immersione (&gt;~50 m), rendendone difficile l’osservazione e il campionamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le specie di <i>Epizoanthus</i> sono inoltre difficli da identificare a caua della mancanza di caratteristiche diagnostiche esterne e i dati sono spesso limitati alle dimensioni dei polipi, al colore del disco orale e alla conta dei tentacoli. È spesso difficile osservare la morfologia interna degli zoantari a causa delle incrostazioni di sabbia dei loro tessuti epiteliali/endodermali, che rendono difficile ottenere sottili sezioni trasverse senza compromettere l’istologia. Per superare questi problemi e aiutare a comprendere la diversità e la tassonomia degli zoantari sono state usate analisi filogenetiche molecolari. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">L’ordine degli zoantari è suddiviso in due subordini  Brachycnemina  e Macrocnemina. Quest’ultimo è composto da cinque famiglie Epizoanthidae, Hydrozoanthidae, Microzoanthidae, Nanozoanthidae e Parazoanthidae. La maggior parte dei Macrocnemina si trovano spesso in associazione con altri invertebrati marini. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">La famiglia degli Epizoanthidae consiste di tre generi. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il genere <i>Palaeozoanthus</i> mai trovato o esaminato in dettaglio dalla sua originale descrizione, mentre <i>Thoracactis topsenti</i> Gravier, 1918 è l’unico rappresentante di questo genere, è un epibionte delle spugne e si trova a 800-1100 metri di profondità attorno alle isole di Capo Verde. Il genere tipo di <i>Epizoanthus</i> include specie che hanno associazioni epibiotiche con i paguroidei, i molluschi, gli anellidi policheti Eunicidae o con lo stelo delle spugne vitree: le Hexattinellida. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Esistono diverse specie descritte di <i>Epizoanthus</i>.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Una recente ricerca pubblicata sulla rivista ZooKeys, riporta la scoperta di due nuove specie che vivono su un verme tubicolo eunicide nell’Indo-Pacifico: <i>Epizoanthus inazuma</i> e <i>Epizoanthus beriber</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Entrambe le specie, con  caratteristiche morfologiche molto simili,  sono state trovate in ambienti scarsamente illuminati. Alla nuova specie <i>Epizoanthus Inazuma</i>, formando colonie dalla forma tipica di un fulmine, è stato assegnato un nome che in giapponese significa fulmine. La seconda specie, anch’essa nominata in relazione al suo stile di vita, porta il nome di beriber, un personaggio del folclore locale che viveva in una grotta. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Secondo gli autori dello studio è molto probabile che ci siano altre specie di <i>Epizoanthus</i> non descritte nei reef corallini. Esiste anche una notevole possibilità che altre specie di zoantari siano attualmente nascoste in ambienti di grotte subacquee e che siano distribuite in altre località del Pacifico dove potrebbero essere confuse con specie similari. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://blog.pensoft.net/2016/02/11/two-new-zoantharian-species-found-on-eunicid-worms-in-the-dark-in-the-indo-pacific-ocean/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Pensoft', width: 180});" class="imCssLink">http://blog.pensoft.net/2016/02/11/two-new-zoantharian-species-found-on-eunicid-worms-in-the-dark-in-the-indo-pacific-ocean/</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 21 Aug 2016 09:33:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=o8sz977s</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/o8sz977s</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Catturato per la prima volta il peculiare comportamento di un corallo durante il bleaching]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_s180g354"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/heliofungia-brett-lewis-QUT-160812103806_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:720px; height: 436px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un team di ricercatori dell’Università del Queensland, in Australia, ha utilizzato una ingegnosa combinazione di un microscopio, una videocamera digitale e uno smart-tab per registrare, a distanza ravvicinata, un dettagliato video in time-lapse della reazione fisica di una specie di corallo allo stress da calore, ottenendo per la prima volta la prova che esso reagisce con rigonfiamenti ad impulsi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per simulare le temperature crescenti della superficie marina, i ricercatori hanno messo un corallo solitario, <i>Heliofungia actiniformis</i>, in un acquario controllato prima di riscaldare l’acqua. I video che ne sono derivati, descritti nella rivista <a href="http://link.springer.com/article/10.1007/s00338-016-1473-5" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Coral Reefs', width: 180});" class="imCssLink">Coral Reefs</a>, mostrano l’espulsione dei malcapitati <i>Symbiodinium</i>, le piccole alghe che vivono all’interno dei tessuti del corallo e danno ai coralli i loro vivaci colori. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quello che è veramente interessante è semplicemente vedere quanto velocemente e violentemente i coralli espellevano con forza i loro inquilini simbionti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>H. actiniformis</i> ha iniziato ad espellere i simbionti entro le prime due ore in cui veniva incrementata la temperatura dell’acqua nel sistema.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In precedenza <i>H. actiniformis</i> era stato uno dei pochissimi coralli della Grande Barriera Corallina considerato relativamente resiliente al bleaching.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le osservazioni suggeriscono che tale resilienza potrebbe essere dovuta alla rapida espulsione dei simbionti algali del corallo durante lo stress termico, cosa che potrebbe incrementare molto le possibilità di sopravvivenza di <i>H. actiniformis </i>durante temperature del mare insolitamente elevate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Durante gli esperimenti, il team ha aumentato la temperatura dell’acqua nella vasca di un acquario, da 26°C a 32°C, nell’arco di 12 ore, alla quale restava per otto giorni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Mentre era già noto agli scienziati che il bleaching dei coralli avveniva quando la relazione fra i coralli e i loro <i>Symbiodinium</i> si interrompeva, a causa dell'aumento della temperatura oceanica, il video in time-laps mostra per la prima volta come il corallo si libera delle alghe. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>H. actiniformis</i> usava rigonfiamentii ad impulsi per espellere <i>Symbiodinium</i> nel corso del tempo (osservabile  nel video come piccole nuvole di fumo).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">- rigonfiando i loro corpi fino al 340% delle loro normali dimensioni, prima di contrarsi improvvisamente e violentemente, ed espellendo <i>Symbiodinium</i> attraverso l’apertura orale lungo l’esperimento durato dai 4 agli 8 giorni.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I coralli costruttori del reef e le alghe simbionti, <i>Symbiodinium</i>, si sono evoluti formando una relazione reciprocamente benefica. I corali danno protezione a <i>Symbiodinium</i> e una superficie dove effettuare la fotosintesi, mentre l’eccesso di zuccheri creato dalle alghe rifornisce gran parte delle richieste giornaliere di cibo dei coralli.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’espulsione delle alghe rimuove il pigmento dai tessuti del corallo rendendoli bianchi o trasparenti, un fenomeno chiamato coral bleaching. Se le condizioni ambientali ritornano alla normalità abbastanza velocemente alcuni coralli possono riacquistare il colore associato alla presenza dei <i>Symbiodinium</i>. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Se i <i>Symbiodinium</i> vengono rimossi dall’ospite e non li ricolonizzano abbastanza velocemente, i coralli possono morire.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Eventi di coral bleaching di massa preoccupano gli scienziati in tutto il mondo. I recenti episodi, avvenuti nella GBR australiana, evidenziano la minaccia delle temperature elevate dell’acqua sulla salute degli ecosistemi dei reef.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.qut.edu.au/news/news?news-id=108238" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Queensland University', width: 180});" class="imCssLink">https://www.qut.edu.au/news/news?news-id=108238</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">PhotoCredit: Brett Lewis, QUT</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 Aug 2016 15:16:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=s180g354</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/s180g354</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I subacquei possono contribuire alla misurazione delle temperature oceaniche]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Citizen_Science"><![CDATA[Citizen Science]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_wszb7r25"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/yemperature-measurment3000.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 448px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Più del 90% del calore proveniente dal riscaldamento globale finisce negli oceani, da esso originano uragani e  distruzione degli stock ittici. La temperatura degli oceani può essere misurata attraverso i satelliti, ma solo in superficie e quando non ci sono nubi, mentre ottenere dati al di sotto della superficie è molto più difficile e costoso.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una flottiglia di 3000 boe galleggianti fornisce misurazioni ma un ruolo importante in tutto il mondo potrebbero averlo milioni di subacquei sportivi e commerciali. Uno studio, pubblicato su <a href="http://www.nature.com/articles/srep30164" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">Science Report</a>, mostra che le misurazioni ottenute con computer decompressivi, spesso indossati da subacquei, possono fornire dati accurati sulle temperature oceaniche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scienziati del Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science (Cefas) in Scozia accanto alle strumentazioni scientifiche hanno usato una serie di computer decompressivi e hanno mostrato che i risultati corrispondevano. Gli scienziati hanno già raccolto più di 7500 registrazioni subacquee in tutto il mondo attraverso il sito <a href="http://www.diveintoscience.org/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Dive into science', width: 180});" class="imCssLink">http://www.diveintoscience.org/</a>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati sottolineano che “intraprendere un programma scientifico globale che potrebbe generare queste informazioni sarebbe estremamente costoso, mentre ci sono milioni di subacquei sportivi e commerciali ogni anno. Utilizzare anche solo una piccola parte di queste immersioni incrementerebbe enormemente la nostra conoscenza di cosa sta accadendo in tutto il mondo. Il potenziale dei subacquei a contribuire al monitoraggio degli oceani è enorme e questo studio non rappresenta che la punta dell’iceberg”. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I nuovi dati sono particolarmente validi in ambienti costieri altamente mutevoli, dove si effettuano numerose immersioni, come pure in aree che vengono campionate raramente con altri metodi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo il  Dive Into Science project questi dati extra potrebbero dimostrarsi cruciali negli sforzi per comprendere e predire gli effetti dei cambiamenti climatici.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/environment/2016/jul/22/diving-enthusiasts-could-measure-ocean-temperatures-study-finds" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Guardian', width: 180});" class="imCssLink">https://www.theguardian.com/environment/2016/jul/22/diving-enthusiasts-could-measure-ocean-temperatures-study-finds</a></div><div style="text-align: left;">Photograph: NFSD/SAMS<br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Aug 2016 13:07:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=wszb7r25</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/wszb7r25</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Gli sforzi locali per salvare le barriere coralline sono destinati a fallire?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6o6a2i26"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Due recenti studi sullo stato delle scogliere coralline in tutto il mondo sembrano contraddirsi a vicenda. Ma qual è giusto?</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/catlin-seaview2400.jpg"  title="" alt="" style="width:620px; height: 372px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Durante le ultime sei settimane, gli scienziati hanno pubblicato due principali report sulla resilienza dei reef corallini che sembrano contraddirsi a vicenda.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il primo “<a href="http://www.nature.com/nature/journal/v535/n7612/full/nature18607.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">Bright spots among the world’s coral reefs</a>”, eseguito da 39 scienziati condotti dal Professor Josh Cinner, della James Cook University in Australia, ha utilizzato dati provenienti da 6000 indagini in reef di tutto il mondo. Cinner et al hanno concluso che i reef che erano gestiti in modo  sostenibile avevano una probabilità maggiore di sopportare impatti di bleaching  correlati al riscaldamento globale, o a eventi climatici periodici come El Niño. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il secondo invece suggerisce che i reef corallini, in isole remote, non soggetti a impatti antropici, come eccesso di pesca o inquinamento, non erano in condizioni migliori di quelli vicino ad aree popolate e che la gestione degli ecosistemi non produceva alcuna differenza concreta per la salute complessiva dei reef.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quindi, chi ha ragione?</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">“<a href="http://www.nature.com/articles/srep29778" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature', width: 180});" class="imCssLink">Coral reef degradation is not correlated with local human population density</a>”, lo studio del professor  John Bruno e del co-autore Abel Valdivia della University of North Carolina è stato pubblicato il 20 luglio scorso. Esso suggerisce che, contrariamente alla opinione scientifica prevalente, la pressione locale non agisce in modo sincrono con gli stress globali (soprattutto il riscaldamento globale) e che il suo impatto sui reef è insignificante. Secondo Valdivia ”Le ampie discussioni sul fatto che la degradazione dei reef è per lo più causata da fattori locali sono prive di supporto. Il problema è meglio descritto da impatti globali come i cambiamenti climatici”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tutto ciò è controverso perché mette in discussione l’efficacia delle attuali strategie di conservazione marina che tentano di mitigare gli impatti umani, e la “tesi diffusa che i reef controllati dall’uomo possono essere resi più resilienti agli stress gobali”. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo J.Bruno autore e leader del report il messaggio principale è semplice, esso “illustra gli effetti di vasta portata del riscaldamento globale e la necessità immediata di tagli drastici e prolungati alle emissioni di anidride carbonica per aiutare a riportare in salute i reef corallini.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il primo report –pubblicato a giugno – identificava 35 “punti oscuri”, dove i reef corallini erano sottoposti a maggior degrado, e 15 “punti luminosi” che, se non fiorenti, certamente se le passavano meglio della maggior parte. Molti di questi “punti luminosi” si trovano nel Triangolo dei coralli, in paesi come l’Indonesia, le Isole Solomon e la Papua Nuova Guinea.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Come Bruno &amp; Valdivia, Cinner et al hanno trovato che i reef in località remote non necessariamente stavano meglio di quelli vicini ad alte densità di popolazione. Quello che però essi hanno scoperto è che i “punti luminosi” tendono ad essere in località dove le comunità locali hanno sistemi ancestrali di gestione dei reef che proteggono le zone di pesca da parte di estranei (come la West Papua nell’Indonesia orientale e alcuni paesi del Pacifico). Il lavoro ha rilevato che lungi da uno sfruttamento eccessivo dei loro reef, queste comunità si comportavano da custodi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il report conclude “I punti lumiosi sono caratterizzati da forti istituzioni socio-culturali, come rituali tabù e utilizzo del mare, alti livelli di coinvolgimento locale nella gestione, alta dipendenza dalle risorse marine e condizioni ambientali favorevoli come rifugi in acque profonde”. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le evidenti contraddizioni qui sono parzialmente dovute ai singoli report che analizzano tipi di dati diversi. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo Bruno “il lavoro di Cinner et al. riguarda pattern di distribuzione spaziale delle popolazioni di pesci mentre noi abbiamo indagato su come la copertura algale e corallina erano correlate alla densità di popolazione umana”. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Detto in maniera semplice uno studio riguardava i pesci, l’altro la copertura corallina.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Eppure la questione rimane: la gestione locale del tipo evidenziato da Cinner et al. sta avendo un reale impatto sulla salute degli ecosistemi dei reef? </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dice Bruno, “Sebbene io ne dubiti, la maggior parte dei “punti luminosi” sono luminosi per merito della gestione locale, sono d’accordo che..dovremmo continuare a mettere tutti i soldi destinati alla conservazione su di essa per mantener i reef così, il più a lungo possibile.”</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il problema è su come interpretare i singoli report. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Cinner et al. implica che un management sostenibile significa reef in salute – anche se sono sfruttati dalle popolazioni locali. Un messaggio positivo per i conservazionisti ed i programmi locali che essi sostengono. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il punto di Bruno sembra invece essere che tutto ciò è accademico di fronte ai cambiamenti climatici, cullandoci in un pericoloso e del tutto ingiustificabile senso di sicurezza. Se non riusciamo a ridurre drasticamente il volume di CO2 che entra in atmosfera, i reef corallini in tutto il mondo sbiancheranno e moriranno, per quanto essi vengano ben gestiti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ma mentre Bruno &amp; Valdivia esprimono le loro tesi con molta attenzione, è possibile che politici zenza scrupoli possano sfruttare prontamente i loro studi per giustificare un continuo sfruttamento delle risorse marine, sostenendo che non vi è alcuna differenza in uno scenario più grande. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il professor Avigdor Abelson della Tel Aviv University, che lavora sull’ecologia del recupero come la costruzione di reef artificiali, teme che ciò ”possa portare a conseguenze indesiderate come un’accelerazione del degrado dei reef.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Entrambi i report sono corretti. Il pericolo è che essi possano essere fraintesi. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs13">Materiali adattati da: <a href="https://www.theguardian.com/environment/the-coral-triangle/2016/aug/02/are-local-efforts-to-save-coral-reefs-bound-to-fail" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Guardian', width: 180});" class="imCssLink">https://www.theguardian.com/environment/the-coral-triangle/2016/aug/02/are-local-efforts-to-save-coral-reefs-bound-to-fail</a></span></div><div><span class="fs13">Photograph: XL Catlin Seaview Survey/AP</span><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 03 Aug 2016 10:25:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6o6a2i26</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6o6a2i26</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La proliferazione globale dei cefalopodi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3r78a64j"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/cephalopods-scott-portelli115701_web.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 497px;" /></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Uno studio, pubblicato su Current Biology, fornisce una prova significativa che le popolazioni di cefalopodi stanno aumentando a livello globale, indicando che questi invertebrati, importanti sia dal punto di vista ecologico, sia commerciale, possono aver tratto beneficio dai cambiamenti in atto negli ambienti oceanici.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nelle ultime decadi, le attività umane hanno sostanzialmente modificato gli oceani del pianeta alterando le reti alimentari marine, gli habitat e i processi biogeochimici. I cefalopodi (calamari, seppie e polpi) possiedono una serie di caratteristiche biologiche uniche che includono una rapida crescita, un breve arco di vita e una grande plasticità nelle storie vitali che permette loro di adattarsi rapidamente a condizioni ambientali mutevoli. Negli ultimi anni si è ipotizzato sempre di più che le popolazioni di cefalopodi stessero proliferando in risposta ai cambiamenti ambientali, una percezione supportata dagli andamenti crescenti nelle loro catture. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per investigare gli andamenti a lungo termine nell’abbondanza di tali molluschi, gli autori dello studio hanno raccolto, a livello globale,  una serie temporale dei loro tassi di cattura. I risultati mostrano che le popolazioni di cefalopodi sono incrementate nel corso delle ultime sei decadi, un risultato regolarmente replicato nei tre distinti gruppi: demersale, bento-pelagico e pelagico. Questo è importante vista la grande diversità di storie vitali esibite da ognuno di essi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le specie demersali, hanno una scarsa capacità di dispersione (decine di km) e occupano le acque della piattaforma continentale. Anche le specie bento-pelagiche occupano la piattaforma continentale ma hanno una moderata capacità di dispersione (centinaia di km), largamente facilitate dalla fase paralarvale. Le specie palagiche vivono nelle acque oceaniche al largo e hanno un’alta capacità di dispersione (migliaia di km), facilitate sia dalla fase paralarvale, sia dalla fase mobile adulta. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati suggeriscono che la proliferazione delle popolazioni di cefalopodi dipendono da processi su larga scala che sono comuni in tutta la vasta gamma di ambienti marini e facilitati dalla caratteristiche biologiche comuni a tutti i cefalopodi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori, le conseguenze ecologiche e socio-economiche associate con l’incremento di cefalopodi sono molto meno chiare e molto probabilmente complesse.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I cefalopodi sono predatori voraci e adattabili e una predazione aumentata da parte loro potrebbe impattare molte specie preda, inclusi pesci e invertebrati di valore commerciale. Al contrario, degli incrementi nelle popolazioni di cefalopodi potrebbero beneficiarne i predatori marini che si basano su di loro per il cibo, come pure le comunità umane che si basano su di essi come risorse di pesca.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali modificati da:&nbsp;<a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-05/cp-ico051716.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-05/cp-ico051716.php</a></div><div style="text-align: justify;">CREDIT: SCOTT PORTELLI, WILDLIFE PHOTOGRAPHER, @SCOTT.PORTELLI<br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 29 Jul 2016 10:25:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=3r78a64j</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/3r78a64j</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Dal veleno dei conus, nuovi farmaci antidolorifici in via di sviluppo ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_o58f1u55"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/conotossina-MABS3-IMG_3505.jpg"  title="" alt="" style="width:420px; height: 257px;" class="fleft" /></div><div><span style="text-align: justify;" class="fs16">I ricercatori dell’Università del Queensland (Australia)  hanno fatto un notevole passo avanti nella ricerca di nuovi farmaci per combattere il dolore a partire dal veleno di conchiglie del genere <i>Conus</i>. In questo studio i ricercatori sono stati capaci di ridurre una particolare conotossina ai suoi componenti minimi, necessari per conservare le loro proprietà antidolorifiche.</span><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il veleno di queste chiocciole marine era ben conosciuto ed è stato una fonte promettente per lo sviluppo di nuovi farmaci antidolorifici, ma sostanziali ostacoli hanno condizionato questo tipo di progresso. Trasformare le centinaia di tossine del veleno in un efficace farmaco si è dimostrato molto difficile. Ma ora gli scienziati sono riusciti ad identificare un componente chiave di una di queste conotossine, durante test di laboratorio. Questo renderà più facile tradurre i componenti attivi, 10000 volte più potenti della morfina, in farmaci più specifici e meglio tollerati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il veleno dei conidi è estremamente tossico ed è responsabile della morte di numerose persone. Viene iniettato attraverso una proboscide estensibile nel corpo delle prede o a scopo di difesa. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Utilizzando ratti come modelli in laboratorio, i ricercatori hanno usato la conotossina modificata per trattare con successo il dolore generato nel colon simile a quello provato dall’uomo nella sindrome del colon irritabile. La semplificazione della conotossina renderà i farmaci più rapidi ed economici da sviluppare.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">La ricerca è stata pubblicata su  Angewandte Chemie International Edition </span></div><div style="text-align: justify;">Materiali tratti da&nbsp;<span class="fs13"><span style="line-height: 23px;"><a href="http://www.uq.edu.au/news/article/2016/04/pain-drug-pipeline-researchers-unwind-marine-snail-puzzle" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Queensland', width: 180});" class="imCssLink">http://www.uq.edu.au/news/article/2016/04/pain-drug-pipeline-researchers-unwind-marine-snail-puzzle</a></span><br></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 23 Jul 2016 08:10:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=o58f1u55</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/o58f1u55</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Nuova forma di comunicazione con luce polarizzata utilizzata dai gamberi mantide]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Crostacei"><![CDATA[Crostacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7i490uv5"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/mantis-shrimp_polarising-light_Yakir-gagnon.jpg"  title="" alt="" style="width:700px; height: 400px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori dell’Università del Queensland hanno scoperto una forma completamente nuova di comunicazione per mezzo della luce polarizzata utilizzata dai gamberi mantide. In precedenza i ricercatori avevano dimostrato che i gamberi mantide (<i>Gonodactylaceus falcatus</i>) erano capaci di riflettere e rilevare la luce polarizzata circolare, un’abilità estremamente rara in natura. Fino ad oggi però nessuno aveva capito per che cosa essi la utilizzassero. Ora il nuovo studio mostra che i gamberi usano la polarizzazione circolare come mezzo per avvisare i competitori aggressivi della loro presenza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il colore è qualcosa con cui abbiamo familiarità negli uccelli,  negli oceani i pesci si mostrano attraverso i colori, una forma di comunicazione che conosciamo. Lo studio ci mostra che esiste un linguaggio di comunicazione completamente nuovo. La luce polarizzata lineare si vede solo in un piano, mentre la luce polarizzata circolare viaggia in direnzione spiralizzata – in senso orario e antiorario. L’uomo non è in grado di percepire la luce polarizzata senza l’aiuto di lenti speciali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I gamberi mantide mostrano pattern di luce polarizzata nel loro corpo, in particolare negli arti, nella testa e nella loro robusta armatura; queste sono le regioni maggiormente visibili durante un combattimento. I gamberi vivono in buchi nel reef, essi amano nascondersi piuttosto che restare all’aperto. Sono anche molto violenti, il nome gamberi mantide deriva dal paio di arti frontali usati per catturare le prede, 40 volte più veloci di quelli della mantide religiosa. Essi possono colpire come un proiettile di una calibro 22 e possono spezzare il vetro di un acquario. Gli altri gamberi mantide sono a conoscenza di questo e per tale motivo sono molto prudenti. Nello studio i ricercatori hanno messo un gambero mantide in un recipiente con due buchi all’interno dei quali avrebbe potuto nascondersi: uno rifletteva la luce non polarizzata e l’altro la luce polarizzata circolare. Il gambero ha scelto il buco con la luce non polarizzata nel 68% dei casi – suggerendo che il buco con la luce polarizzata circolare era percepito come occupato da un altro gambero mantide e dal quale era meglio mantenersi a distanza. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scoperta potrebbe avere applicazioni nel telerilevamento, nella diagnostica per immagini, nella diagnosi precoce del cancro e nelle memorie di computer. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali adattati da:&nbsp;<a href="http://www.qbi.uq.edu.au/content/new-form-of-secret-light-communication-keep-other-animals-dark" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Queensland', width: 180});" class="imCssLink">http://www.qbi.uq.edu.au/content/new-form-of-secret-light-communication-keep-other-animals-dark</a></span><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 07:48:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=7i490uv5</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/7i490uv5</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La Twilight Zone oceanica potrebbe alimentare l’intero pianeta, ma a quali costi?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Oceani"><![CDATA[Oceani]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_234v9lb6"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/mesopelagic-fish-fmars-03-00031-g001.jpg"  title="" alt="" style="width:340px; height: 360px;" class="fright" /><span class="fs16">La vita nella twilight zone costituisce un enorme fonte potenziale di cibo e acidi grassi omega 3, in grado di sfamare la popolazione mondiale.&nbsp;</span><span class="fs16">&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Essa si trova, però, in una specie di “acqua di nessuno”,  dove non esistono regole per la pesca. La mancanza di comprensione dei processi biologici in questa zona, costituisce un fattore critico per valutare la resilienza della comunità e quindi sviluppare strategie di management sostenibili; questo rende impossibile stimare con accuratezza la pressione di pesca che gli stock ittiici possono sostenere.&nbsp;</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un gruppo di ricerca internazionale ha stimato lo scorso anno che la cosiddetta twilight zone (da 200 a 1000 metri di profondità), mantiene comunità di pesci, calamari e crostacei la cui biomassa oltrepassa di molto tutta la corrente attività di pesca. Inoltre, si stima che nella twilight zone, ci siano più di un milione di specie non ancora descritte. Secondo lo studio, la twilight zone contiene fino al 90% della biomassa totale di pesci in assoluto. Ci sono talmente tante creature che, se le stime tengono, sarebbe equivalente a 1,3 tonnellate di biomassa di pesci per persona sulla terra, escludendo calamari e krill.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per poter definire i limiti di uno sfruttamento sostenibile di queste comunità è necessaria una conoscenza di base di tutto, dalla biologia di popolazione e controllo nel successo del reclutamento, al suo ruolo nelle reti alimentari  e nella regolazione del clima.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Queste comunità forniscono cibo per altre specie, come tonni e squali, ma la loro importanza nelle reti alimentari non è stata ancora valutata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Inoltre la comunità mesopelagica ha un importante ruolo nella regolazione del clima. Durante la  loro migrazione giornaliera negli strati più alti per alimentarsi le specie  mesopelagiche si cibano di fitoplancton ma rilasciano carbonio in profondità. Il risultato è un meccanismo addizionale per un rapido trasporto del carbonio dall’atmosfera negli oceani, riducendo il contributo della CO2 al riscaldamento globale.&nbsp;</span></div><div><br></div><div>Materiali modificati da:&nbsp;<a href="http://www.alphagalileo.org/ViewItem.aspx?ItemId=162249&CultureCode=en" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Alpha Galileo', width: 180});" class="imCssLink">http://www.alphagalileo.org/ViewItem.aspx?ItemId=162249&amp;CultureCode=en</a><div>Front. Mar. Sci., 17 March 2016 | <a href="http://dx.doi.org/10.3389/fmars.2016.00031" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'A Dark Hole in Our Understanding of Marine Ecosystems and Their Services: Perspectives from the Mesopelagic Community', width: 180});" class="imCssLink">http://dx.doi.org/10.3389/fmars.2016.00031</a></div><div>Full bibliographic informationSt. John MA, Borja A, G Chust, Heath M, Grigorov I, Martin AP, Serrão Santos R and P Mariani (2016). A Dark Hole in our Understanding of Marine Ecosystems and its Services: Perspectives from the mesopelagic community, Front. Mar. Sci. 3:31. doi: 10.3389/fmars.2016.00031<br></div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 12 Jul 2016 09:41:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=234v9lb6</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/234v9lb6</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[È corretto lasciar nuotare i turisti con specie di tartarughe marine minacciate?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Rettili"><![CDATA[Rettili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_p4llz650"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/turtle-ben-ramirez.png"  title="" alt="" style="width:590px; height: 396px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio mostra che la tartaruga verde (<i>Chelonia midas</i>) può godere di alcuni interessanti benefici, ma anche di andare incontro a pericolosi rischi, quando i turisti hanno il permesso di nuotare in mezzo a loro.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio, pubblicato sul Journal of Wildlife Diseases è stato effettuato alle Barbados dove una rigogliosa industria del turismo offre l’opportunità ai visitatori di nuotare insieme alle tartarughe.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Molte delle attrazioni offerte dal nuotare con le tartarughe consentono di dar da mangiare agli animali. Questo supplemento di cibo include di tutto, dal pesce intero o spezzettato, al pollo, agli hot dog, pane e vari altri tipi di avanzi. Le tartarughe che ricevevano il cibo erano assolutamente enormi. Esse avevano carapaci significativamente più grandi e un peso del corpo tre volte superiore a quello delle tartarughe provenienti da aree  senza supplementi di cibo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo potebbe sembrare un aspetto positivo – in fondo trattandosi di giovanili, una rapida crescita potrebbe significare migliori possibilità di sopravviveza dai predatori – ma analisi del sangue e altri test rivelavano molto di più. Le tartarughe con diete supplementari avevano anche livelli più elevati di colesterolo, trigliceridi e azoto ureico. Questo rende la salute delle tartarughe più a rischio nei confronti di malattie come i disordini cardiovascolari, patologie epatiche e la gotta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Precedenti ricerche avevano già evidenziato che dar da mangiare alle tartarughe aumenta il rischio per questi animali di essere colpiti dalle imbarcazioni e altri tipi di incidenti. Gli animali imparano che l’uomo è una fonte di cibo, e questo le rende più vulnerabili alla cattura quando nuotano al di fuori di aree protette. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli autori non fanno affermazioni se è giusto o meno nuotare con le tartarughe ma concludono che gli attuali codici di comportamento potrebbero non essere sufficienti, e invitano gli operatori a rifornire le tartarughe con cibo più naturale e più limitato, possibilmente una volta al giorno.&nbsp;</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://blogs.scientificamerican.com/extinction-countdown/tourists-swim-sea-turtles/?platform=hootsuite" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Scientific America', width: 180});" class="imCssLink">http://blogs.scientificamerican.com/extinction-countdown/tourists-swim-sea-</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span style="text-align: left;" class="fs13"><a href="http://blogs.scientificamerican.com/extinction-countdown/tourists-swim-sea-turtles/?platform=hootsuite" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Scientific America', width: 180});" class="imCssLink">turtles/?platform=hootsuite</a></span></div><div style="text-align: left;">Photocredit:&nbsp;Ben Ramirez</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Jul 2016 13:03:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=p4llz650</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/p4llz650</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I virus oceanici potrebbero avere un impatto sul clima della Terra]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Virus"><![CDATA[Virus]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_vm3w41dy"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/ocean-carbon-cyanobatteri-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;I cianobatteri costruiscono strutture caratteristiche chiamate stromatoliti, spesso bersaglio di virus marini.<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio rivela che i patogeni sottraggono energia ai batteri oceanici impedendogli di catturare l’anidride carbonica. Come risultato i virus potrebbero esere responsabili di miliardi di tonnellate metriche di anidride carbonica extra ogni anno, anche se l’impatto sull’ambiente non è ancora chiaro.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’oceano è pieno di microbi che utilizzano la CO2 prendendo energia dal sole. Infatti convertendo questo carbonio nelle particelle elementari del corpo, i cianobatteri e altri microbi sequestrano, o fissano, quasi la metà dell’anidride carbonica del pianeta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ma i virus possono interferire su questo processo. Quando attaccano i cianobatteri, essi iniettano il loro materiale genetico trasformando i microbi in virtuali fattorie di virus. Il DNA iniettato include geni fotosintetici suggerendo che i virus – conosciuti come cianofagi – potrebbero cambiare il modo dei batteri di processare il carbonio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per scoprire ciò gli scienziati dell’Università di Warwick UK, hanno infettato uno dei più piccoli e più abbondanti microbi fotosintetici sul pianeta - Synechococcus— con cianofagi, sia del Canale della Manica sia del Mar Rosso. Hanno alimentato i batteri con bicarbonato di sodio, che serviva come fonte di CO2. Utilizzando carbonio radioattivo nella soda, i ricercatori hanno potuto tracciare precisamente quanta anidride carbonica veniva sequestrata dai batteri – o fissata – nel corso del tempo. Alcune ore dopo che gli scienziati avevano introdotto i virus, la fissazione del carbonio si è bloccata. I batteri infettati con i fagi del Mar Rosso e del Canale della Manica fissavano rispettivamente da 4,8 a 2,3 volte in meno il carbonio rispetto alle cellule ospiti non infettate. La fissazione del carbonio diminuiva, indipendentemente da quanta luce colpiva i batteri. Criticamente, il team ha trovato che la riduzione nella fissazione del carbonio non era bloccata dai precoci cambiamenti nei processi di fotosintesi, quando i cianobatteri usano la luce del sole per produrre energia. Le cellule infettate convertivano la luce del sole in energia come le cellule non infettate. Sembra invece che i virus interferiscano durante gli stadi tardivi quando i batteri normalmente usano l’energia del sole per fissare il carbonio inorganico, trasformandolo in zuccheri.  Indirizzando quella energia verso la loro riproduzione i virus bloccano la capacità dei batteri di fissare il carbonio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il team ritiene che i cianofagi prevengano la fissazione fra i 20 milioni e 5,3 miliardi di tonnellate metriche di carbonio ogni anno. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali adattati da:<a href="http://www.sciencemag.org/news/2016/06/ocean-viruses-may-have-impact-earth-s-climate" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ScienceMag', width: 180});" class="imCssLink">http://www.sciencemag.org/news/2016/06/ocean-viruses-may-have-impact-earth-s-climate</a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 05 Jul 2016 10:04:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=vm3w41dy</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/vm3w41dy</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’acidificazione degli oceani danneggerà la partnership fra i piccoli pesci e le meduse]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_a6d7dbe8"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/juvenile-and-jellyfish.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pubblicato per la prima volta, sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, uno studio in cui i ricercatori dimostrano che l’acidificazione degli oceani danneggerà la partnership che vede i piccoli pesci nascondersi dai predatori fra i velenosi tentacoli delle meduse. Tale cambiamento porterà, molto probabilmente, a un’aumentata mortalità  fra le specie di pesci interessate che includono alcuni dei pesci commerciali più comuni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le simbiosi, ovvero le intricate relazioni di dipendenza reciproca  fra differenti specie, sono comuni sia negli ambienti terrestri sia in quelli marini.   </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">A differenza di quello che accade in un evento di bleaching, nella ben nota relazione fra coralli e microalghe, non è noto quale tipo di impatto avranno i cambiamenti climatici e la prevista acidificazione degli oceani su questo tipo di relazioni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Avannotti di circa 80 diverse specie di pesci, incluse importanti varietà commerciali come il pollok e i carangidi, mostrano relazioni simbiotiche con le meduse. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I bloom di meduse sono un habitat protettivo ideale per i piccoli pesci, che resterebbero altrimenti senza protezione in aperto oceano, dove sono a rischio di essere mangiati dai pesci più grandi e da altri animali marini. In qualche modo i piccoli pesci evitano i tentacoli velenosi della medusa mentre nuotano in mezzo a loro, altre specie invece si mantengono lontane.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La relazione non è comunque semplice, talvolta può capitare che la medusa si mangi il pesce. Nonostante questo, la probabilità di sopravvivenza del piccolo pesce sembra che incrementi quando si ripara all’interno della medusa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno studiato le azioni dei giovanili in acquario sotto alte concentrazioni di CO2. In confronto al gruppo di controllo essi spendevano molto meno tempo con la medusa ospite (circa tre volte di meno), mentre il 63% (rispetto all’86%) non iniziava affatto una relazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il cambiamento delle condizioni degli oceani è probabile che abbia impatti negativi significativi su questa relazione e quindi sulle popolazioni di pesci.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.adelaide.edu.au/news/news85942.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Adelaide', width: 180});" class="imCssLink">http://www.adelaide.edu.au/news/news85942.html</a></span></span></div><div style="text-align: justify;">Image credit: James Brook<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Jul 2016 10:21:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=a6d7dbe8</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/a6d7dbe8</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Sono gli aumenti stagionali di temperatura ad innescare gli eventi di riproduzione di massa dei coralli]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_do0fe807"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Spawning_Acropora_colony_Credit_A._Chelliah-300.jpg"  title="" alt="" style="width:300px; height: 290px;" class="fleft" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli eventi di riproduzione di massa dei coralli sono considerati uno dei più spettacolari fenomeni della natura, con dozzine di specie di coralli che, durante alcune notti, ogni anno rilasciano uova e spermatozoi in mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">L’evento, in ecosistemi come quello della Grande Barriera Australiana, attrae subacquei che desiderano vedere di persona i coralli in azione. Fino ad ora, cosa governi questo fenomeno è stato un mistero.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Uno studio internazionale pubblicato nella rivista  Proceedings of the Royal Society B ha scoperto che l’emissione di gameti in mare coincideva con il più grande incremento, mese dopo mese, nella temperatura dell’acqua in superficie. Alla tempistica contribuirebbe anche la velocità del vento, sebbene in grado minore.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli autori sostengono che sembrerebbe non esserci un optimum di temperatura per l’emissione dei gameti. A Lord Howe Island (Australia Occidentale) alcune specie rilasciano uova e spermi quando la temperatura dell’acqua è 22°C, mentre nel Golfo Persico, per la medesima specie, questo avviene quando la temperatura è di 32°C.&nbsp;</span><span class="fs12">La cosa più importante sembra essere che i coralli emettono i loro gameti contemporaneamente per massimizzare il successo della fertilizzazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">La ricerca è stata condotta per 16 anni, con campioni di oltre 80000 colonie raccolte da 34 eco-regioni nell’Indo-Pacifico, dal Kenya alla Polinesia Francese e da Lord Howe Island al Golfo Persico.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Questa scoperta potrebbe rappresentare un grande vantaggio per il turismo subacqueo e  per una gestione più efficace dello sviluppo costiero. Processi che si sa che interessano gli stadi precoci di vita dei coralli, come ad esempio il dragaggio, potrebbero essere sospesi quando i coralli si stanno riproducendo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli autori sperano inoltre che la loro ricerca metta fine all’erroneo concetto che tutti i coralli della Great Barrier Reef rilascino i loro gameti in una notte, una volta all’anno.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Nella Grande Barriera Australiana ci sono coralli che si riproducono ogni mese, da settembre a marzo. L’evento di riproduzione di massa è solo una parte del puzzle riproduttivo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Un altro motivo di preoccupazione è la possibilità che il cambiamento climatico possa interferire con la riproduzione dei coralli. Molti organismi, come  i pesci, si basano su questo evento per potenziare i loro sforzi riproduttivi. Un cambio nella tempistica del rilascio di gameti potrebbe avere effetti deleteri su interi ecosistemi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Gli aumenti di temperatura sono massimi poco prima dell’estate. La ricerca, ancora in corso, usando modelli climatici suggerisce che l’estate, in molte aree di reef corallini, in futuro arriverà molto prima e durerà più a lungo. L’effetto che questo potrebbe avere sugli ecosistemi delle scogliere coralline è un importante campo di studio per ulteriori ricerche.</span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Materiali adattati da: <a href="http://www.science.ku.dk/english/press/news/2016/coral-mass-spawning-triggered-by-seasonal-rises-in-ocean-temperature/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Copenaghen', width: 180});" class="imCssLink">http://www.science.ku.dk/english/press/news/2016/coral-mass-spawning-triggered-by-seasonal-rises-in-ocean-temperature/</a></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">PhotoCredit: A. Chelliah</span></div><div><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Jun 2016 10:39:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=do0fe807</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/do0fe807</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[“Coralli Zombi” potrebbero significare la fine per i coralli in tutto il mondo]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6nol3790"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/DSC_9715.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 494px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Da tempo è noto che le barriere coralline, in tutto il mondo, stanno morendo e che, nel peggiore dei casi, dipendono dai coralli di grandi dimensioni e apparentemente in salute per il ripopolamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ma un nuovo studio, presentato al 13th International Coral Reef Symposium di Honolulu, mostra che colonie di coralli apparentemente in salute sono in realtà “Coralli Zombi”, con nessuna capacità riproduttiva, il che li rende inutili per qualsiasi sforzo di recupero.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori hanno analizzato campioni di 327 colonie di coralli al largo della Florida per determinare la capacità riproduttiva del corallo a corna d’alce (<i>Acropora palmata</i>), una specie minacciata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">In alcune zone i coralli erano privi di uova e spermi. Lo studio suggerisce che senza capacità di propagarsi i coralli di quest’area alla fine saranno destinati a estinguersi – come zombi, che in sostanza sono morti che camminano. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">In pratica i luoghi con turismo più elevato avevano i danni più gravi.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Recentemente uno studio aveva mostrato che l’ossibenzone, un comune composto usato nelle creme solari per proteggere dai raggi UV, era presente a concentrazioni elevate nelle acque attorno ai reef più frequentati nelle Hawaii e ai Caraibi. Il composto chimico non solo uccide i coralli, esso causa danni al DNA nei coralli adulti e deformazioni negli stadi larvali, rendendo improbabile un loro corretto sviluppo. Le concentrazioni più elevate di ossibenzone sono state trovate nelle zone più frequentate dai turisti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">L’ossibenzone provoca anche sbiancamento dei coralli che è la prima causa di mortalità dei coralli ovunque. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">La ridotta capacità riproduttiva dei coralli caraibici era già stata identificata come un fattore critico in grado di impedire il loro recupero. La notizia che anche i coralli, apparentemente sani, possono essere incapaci di riprodursi e che  le sostanze chimiche collegate al loro declino si trovano comunemente ad alte concentrazioni costituisce un problema doppio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Secondo i ricercatori è indispensabile agire immediatamente, attraverso comportamenti semplici come non usare sostanze chimiche che danneggiano i coralli.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le barriere coralline sono gli ecosistemi marini più produttivi al mondo,  esse sostengono la pesca commerciale, ricreativa e il turismo. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che la bellezza sott'acqua che vediamo oggi rimanga anche per le generazioni a venire.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://today.ucf.edu/73033-2/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Central Florida', width: 180});" class="imCssLink">http://today.ucf.edu/73033-2/</a></span></span></div><div style="text-align: justify;">Photocredit: Marco Boncompagni</div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 23 Jun 2016 07:34:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6nol3790</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6nol3790</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le orche sono i primi non-umani la cui evoluzione è determinata dalla cultura]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cetacei"><![CDATA[Cetacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_vz8ex1gy"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/orcas-b1_seal_john-durban-1200x800_fsbjm3m5.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 497px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Molti ricercatori concordano sul fatto che le esperienze  culturali abbiano contribuito a determinare l’evoluzione nell’uomo – ora è disponibile una prova che lo stesso principio può valere anche per le orche.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il genoma umano si è evoluto in risposta ai nostri comportamenti culturali: un classico esempio è il modo in cui alcune popolazioni umane hanno sviluppato geni per la tolleranza  al lattosio dopo la nascita dei latticini.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È invece poco chiaro se i genomi e la cultura si sono co-evoluti in altre specie animali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ricercatori dell’Università di Berna ritengono che le orche possano seguire modelli simili a quelli dell’uomo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le orche, come gli uomini, si trovano ovunque, dai tropici ai poli. Ma molte popolazioni sembrano restare in una singola area, dove esse hanno ricavato nicchie specializzate cacciando un particolare target attraverso una sofisticata strategia di caccia. Per esempio, alcune orche mangiano pesci radunandoli in bolle esca, mentre altre hanno come target mammiferi come i leoni marini finendo spiaggiate loro stesse nel punto in cui vivono i leoni marini. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I singoli individui vivono in gruppi stabili per diverse decadi, così i giovanili hanno molte possibilità di apprendere le specializzazioni degli adulti. I biologi usano il termine cultura per descrivere l’apprendimento di tali incredibili comportamenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ma questi gruppi culturali di orche sono geneticamente distinti l’uno dall’altro? Per studiare questo i ricercatori hanno controllato il genoma di 50 orche, di cinque distinte nicchie, due nell’Oceano Pacifico e tre nell’Oceano Atlantico.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I genomi sono caduti nei cinque distinti gruppi che rispecchiavano esattamente le cinque nicchie culturali. Alcuni geni che possono avere specifiche funzioni nella dieta, per esempio, sembravano aver deviato fra i cinque gruppi culturali diversi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In altre parole anche se le orche condividevano un comune antenato di 200,000 anni fa, i singoli gruppi culturali erano diventati geneticamente distinti  - quindi i genomi delle orche e le culture si erano co-evoluti.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali modificati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://www.newscientist.com/article/2091134-orcas-are-first-non-humans-whose-evolution-is-driven-by-culture/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'New Scientist', width: 180});" class="imCssLink">https://www.newscientist.com/article/2091134-orcas-are-first-non-humans-whose-evolution-is-driven-by-culture/</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span style="text-align: left;" class="fs13">Photo credit: John Durban, NOAA Southwest Fisheries Science Center; research authorised by NMFS (US)</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 19 Jun 2016 10:18:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=vz8ex1gy</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/vz8ex1gy</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I coralli indeboliti da inquinamento e cambiamenti climatici possono morire quando morsi dai pesci pappagallo]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3xa0985t"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Parrotfish-predation.jpg"  title="" alt="" style="width:549px; height: 374px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pubblicato su <a href="http://www.nature.com/ncomms/2016/160607/ncomms11833/full/ncomms11833.html " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature Comunications', width: 180});" class="imCssLink">Nature Communications</a> un nuovo studio ideato allo scopo di comprendere le interazioni fra eccesso di pesca, inquinamento da nutrienti e temperatura nei confronti  delle comunità bentoniche dei reef corallini, del microbioma associato ai coralli, le loro malattie e la mortalità. I risultati prodotti dopo tre anni di lavoro sul campo  sono stati assolutamente inattesi: un tipo di interazione, di norma salutare, fra pesci e coralli era diventato mortale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In condizioni tipiche, i pesci pappagallo, come molte altre specie, sono essenziali alla salute del reef quando, mangiucchiando qua e là, rimuovono le alghe senza provocare nessun danno permanente. In questo studio, però, è emerso che il 62% dei coralli, se indeboliti dall’inquinamento da fosforo e azoto, morivano quando erano morsi dai pesci pappagallo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La predazione, di norma benigna, da parte dei pesci pappagallo era diventata mortale per i coralli. Ma la colpa non era dei pesci pappagallo; essi sono come dei custodi dei reef, mantenendoli puliti. Sono stati i nutrienti in eccesso a trasformare i pesci pappagallo in una reale fonte di mortalità, facilitando l’accesso di patogeni nelle ferite lasciate dai loro morsi. L’abbondanza di nutrienti trasformava i partner dei coralli nei rispettivi killer.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori i molteplici stress locali combinati con temperature oceaniche più calde indebolivano i coralli al punto tale che i patogeni opportunisti aumentavano a livelli tali da ucciderli. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando i coralli sono indeboliti, possono non sopportare anche impatti normali. Le migliori opportunità per proteggere i reef corallini stanno in un attento management della pesca e nel mantenimento di una qualità ottimale delle acque. Questo offre ai coralli le condizioni migliori per mantenere un microbioma in salute e resistere all’aumento di temperatura senza soccombere.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="https://theconversation.com/how-fish-and-clean-water-can-protect-coral-reefs-from-warming-oceans-60434" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The conversation', width: 180});" class="imCssLink">https://theconversation.com/how-fish-and-clean-water-can-protect-coral-reefs-from-warming-oceans-60434</a></span></span></div><div>Photo credit: Corinne Fuchs<br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 14 Jun 2016 14:19:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=3xa0985t</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/3xa0985t</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La scialuppa di salvataggio dei coralli potrebbe arrivare da poco al di sotto della superficie del mare]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_tb3o8j52"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/leptoseris-160524124056_1_900x600.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 559px;" /><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; Un ecosistema corallino mesofotico nell’Au‘au Channel, offshore of Maui, Hawai'i, prof. 70m.<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un report commissionato dalle Nazioni Unite offre un nuovo spiraglio a coloro che gestiscono l’impatto del bleaching nei reef corallini del pianeta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il continuo aumento della temperatura ed i sempre più frequenti episodi di El Niño stanno determinando episodi di bleaching dei coralli sempre più gravi, in ogni parte del pianeta. Secondo i 35 autori dello studio, commissionato dallo United Nations Environmental Programme, nel momento in cui i reef che si trovano più in superficie sono minacciati, parte di tali ecosistemi potrebbero sopravvivere in ambienti più profondi, molto meno conosciuti, noti come Ecosistemi Corallini Mesofotici (MCEs).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I reef corallini che vanno dalla superficie a 30-40 metri di profondità sono solo la punta di un iceberg degli estesi ecosistemi corallini degli oceani. I MCEs sono reef a profondità intermedia che iniziano verso i 40 metri di profondità e continuano fino a circa 150 metri. Il report – ‘Mesophotic Coral Ecosystems A lifeboat for coral reefs?’ – studia il ruolo che i MCEs potrebbero avere nella conservazione dei reef meno profondi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il report si domanda se i MCEs possono fornire rifugio alle specie attualmente minacciate degli ecosistemi di reef meno profondi e se potranno essere in grado di rifornire gli stock per favorirne il ripopolamento nel caso in cui dovesse continuare il loro declino. Secondo i ricercatori “gli ecosistemi corallini mesofotici, per alcuni organismi, sono come una banca del seme. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sone necessarie ulteriori ricerche per stabilire con decisione il ruolo di tali ecosistemi nella conservazione dei reef; essi non sono la specifica soluzione ma potrebbero essere capaci di resistere agli impatti più immediati dei cambiamenti climatici – fornendo quindi un rifugio ad alcune specie e aiutando potenzialmente a rifornire i reef distrutti più in superficie, incluse le popolazioni di pesci.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le più fredde e profonde acque negli MCEs potrebbero essere più ospitali per molte specie rispetto a quelle più calde in superficie. Esse sono anche meno soggette a turbolenze e quindi potrebbero potenzialmente offrire un ambiente più stabile.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo le conclusione dello studio alcuni ecositemi corallini mesofotici profondi potrebbero essere meno vulnerabili ai cambiamenti più estremi nel riscaldamento degli oceani, ma altri potrebbero essere altrettanto vulnerabili della loro controparte meno profonda e non si potrà fare affidamento su di essi che possano funzionare come “scialuppe di salvataggio”.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali adattati da <a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2016/05/160524124056.htm" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Science Daily', width: 180});" class="imCssLink">https://www.sciencedaily.com/releases/2016/05/160524124056.htm</a></span><br></div><div style="text-align: justify;">University of Sydney. "Coral bleaching 'lifeboat' could be just beneath the surface: UN report finds part of the ecosystem may survive in barely known deeper environments, known as mesophotic coral ecosystems (MCEs)." ScienceDaily. ScienceDaily, 24 May 2016.&nbsp;<br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">FotoCredit NOAA’s Hawai'i Undersea Research Laboratory</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 13 Jun 2016 09:14:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=tb3o8j52</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/tb3o8j52</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le migrazioni giornaliere dello zooplancton nell’Oceano Antartico]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Plancton"><![CDATA[Plancton]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_91812al6"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/zooplankton-artico-20121228_Verankerung_Eis_FMehrtens.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 497px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Per la prima volta i ricercatori sono stati in grado di documentare il ciclo annuale dello zooplankton nell’Oceano Antartico. Essi hanno anche investigato come singoli parametri ambientali come la luce, il rivestimento di ghiaccio, la disponibilità di cibo, la circolazione e la temperatura dell’acqua, come anche la salinità, influenzassero il  comportamento migratorio dello zooplancton.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">La migrazione giornaliera verticale dello zooplankton – di norma crostacei con una lunghezza del corpo che va da millimetri a centimetri – è principalmente innescata dal ciclo giorno-notte. Allo scopo di sfuggire ai potenziali predatori, questi organismi si tuffano nelle profondità oscure al sorgere del sole dove rimangono durante il giorno. Dopo il tramonto, tornano nuovamente sugli strati superficiali per alimentarsi dove la luce del sole ha permesso alle alghe planctoniche di crescere. Fino ad ora esistevano solo piccoli frammenti dei pattern di migrazione dello zooplancton nel’Oceano Antartico. A causa della copertura stagionale di ghiaccio, molte aree durante l’nverno non sono raggiungibili con le imbarcazioni. In questo periodo dell’anno, i campionamenti biologici possono essere fatti solo a intermittenza. Basandosi su misurazioni  a lungo termine i ricercatori hanno esaminato non solo giornalmente, ma anche stagionalmente i pattern di migrazione verticale delle singole comunità di zooplancton. Una delle cose che hanno scoperto è che lo zooplancton interrompe il suo comportamento migratorio per alcune settimane all’inizio dell’estate. Sembra che l’abbondanza di cibo in superficie sia così invitante per gli animali che essi non ritornano a maggiori profondità durante il giorno per nascondersi dai predatori.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ulteriori prove a sostegno di questa ipotesi sono fornite dalla misurazione dello strato di ghiaccio e della distribuzione della clorofilla. Quando il ghiaccio inizia a sciogliersi si formano i cosiddetti bloom algali nel bordo del ghiaccio. Essi costituiscono la fonte principale di cibo per lo zooplancton antartico in questo periodo dell’anno.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">Materiali modificati da:</span><span style="text-align: left;" class="fs10"><a href="http://www.awi.de/nc/en/about-us/service/press/press-release/taegliches-auf-und-ab-der-plankton-tiere-im-meer.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Alfred Wegener Insitute', width: 180});" class="imCssLink">http://www.awi.de/nc/en/about-us/service/press/press-release/taegliches-auf-und-ab-der-plankton-tiere-im-meer.html</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 07:54:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=91812al6</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/91812al6</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’invecchiamento è inevitabile? Non necessariamente per i ricci di mare]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Echinodermi"><![CDATA[Echinodermi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_aar2n36r"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/The-red-sea-urchin-is-one-of-the-worlds-longest-lived-organisms-300x260.jpg"  title="" alt="" style="width:365px; height: 316px;" class="fright" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In uno studio pubblicato su “<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27095483" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Aging Cell', width: 180});" class="imCssLink">Aging Cell</a>” gli studiosi gettano nuova luce sui processi di invecchiamento nei ricci di mare, prospettando che il declino fisico che tipicamente accompagna l’invecchiamento non sia inevitabile.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricci di mare sono organismi notevoli. Essi sono capaci di far ricrescere le spine danneggiate e i pedicelli. Alcune specie vivono anche straordinariamente a lungo e, in modo anche più notevole, lo fanno senza mostrare segni di scadimento della salute, come un declino nella capacità rigenerativa o un incremento nella mortalità correlata all’età. Essi sono addirittura in grado di riprodursi come se fossero ancora giovani.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studiando la capacità rigenerativa dei ricci di mare i ricercatori sperano di conoscere più a fondo i processi di rigenerazione, quelli  che governano la rigenerazione dei tessuti che invecchiano come pure delle parti del corpo perse o danneggiate. Questo dovrebbe portare a una mglior comprensione dei processi di invecchiamento negli umani, con i quali i ricci di mare condividono una stretta relazione genetica.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno studiato la capacità rigenerativa di tre diverse specie di ricci di mare con lunga, intermedia e breve aspettativa di vita: il riccio di mare del Mar Rosso, <i>Mesocentrotus franciscanus</i>, uno degli organismi più longevi con un’aspettativa di vita di oltre 100 anni, il riccio di mare viola, <i>Strongylocentrotus purpuratus</i>, con un’aspettativa di vita di oltre 50 anni e il riccio di mare variegato <i>Lytechinus variegatus</i>, con un’aspettativa di vita di soli 4 anni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Con loro grande sorpresa i ricercatori hanno scoperto che la capacità rigenerativa non era influenzatata dall’età: come nei ricci molto longevi, la capacità rigenerativa delle specie con aspettativa di vita più breve non declinava con l’età.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La teoria prevalente dell’evoluzione dell’invecchiamento sostiene che l’invecchiamento è un effetto collaterale dei geni che promuovono la crescita e  lo sviluppo degli organismi che hanno una bassa probabilità di sopravvivenza in natura, una volta che si sono riprodotti. Molti organismi con bassa aspettativa di sopravvivenza in natura vanno incontro a un rapido declino una volta che hanno raggiunto la maturità riproduttiva.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa scoperta va contro tale teoria. Sebbene il riccio variegato abbia una aspettativa di vita molto più bassa in natura delle altre due specie esso non ha dato nessuna prova di un declino nella capacità rigenerativa con l’età, il che suggerisce che la senescenza può non essere legata a una breve aspettativa di vita in natura.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali adattati da:   <a href="https://mdibl.org/press-release/is-aging-inevitable-not-necessarily-for-sea-urchins/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'MDI Biological Laboratory', width: 180});" class="imCssLink">https://mdibl.org/press-release/is-aging-inevitable-not-necessarily-for-sea-urchins/</a></span><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 05 Jun 2016 16:42:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=aar2n36r</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/aar2n36r</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il recupero della tartaruga di Kemp (Lepidochelys kempii) è più a rischio di quanto si pensasse. ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Rettili"><![CDATA[Rettili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ng7m9sw0"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/kemp-turtleecs21244-fig-0003-m.png"  title="" alt="" style="width:746px; height: 318px;" /></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il recupero della tartaruga di Kemp (<i>Lepidochelys kempii</i>), la tartaruga marina più minacciata al mondo, è più a rischio di quanto si pensasse.&nbsp;</span><span class="fs12">I dati ricavati dalla valutazione di uno storico video amatoriale.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il film mostra un massivo evento di deposizione di uova, che coinvolgeva decine di migliaia di tartarughe, in un solo giorno. I risultati di questo studio costituiranno un utile confronto per la valutazione delle dimensioni storiche delle popolazioni di questa specie prima che diventasse minacciata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le persone che videro l’originale film in bianco e nero, stimarono che vi fossero più di 40000 tartarughe di Kemp che deponevano le loro uova in quella spiaggia. Il recente studio ha calcolato che il giorno in cui fu realizzato il filmato vi fossero 26000 tartarughe lungo un tratto di  1-2 miglia. Le conclusioni dello studio, pubblicato su  Ecosphere march 2016, valutano che vi fossero approssimativamente da 120.000 a 180.000 nidi, in confronto ai 14000 della più recente stagione di deposizione.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Queste nuove informazioni sulle dimensioni storiche delle popolazioni incrementano grandemente il mistero che dal 2009 circonda il rapido declino nel recupero di questa specie. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il numero di nidi di deposizione osservati nella stagione di deposizione 2015 rappresenta una riduzione del 34% in confronto al 2009, e questo è avvenuto in un periodo in cui ci si attendeva una crescita esponenziale della popolazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Intensi sforzi di conservazione stanno continuando e questa specie, criticamente minacciata, è ora protetta in tutto il suo areale. Essendo la tartaruga così protetta, fra le varie ipotesi, gli scienziati pensano che i principali fattori che limitano il suo recupero siano associati all’habitat. Un’altra idea riguarda l’inquinamento ambientale in particolare lo sversamento di petrolio della Deepwater Horizon, nel 2010, potrebbe aver impattato significativamente la popolazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Per risolvere il mistero saranno necessari un monitoraggio continuo dei siti di deposizione, una miglior comprensione dell’ecologia della tartaruga e una valuatazione dei potenziali cambiamenti nell’ecosistema del Golfo del Messico a partire dall’anno in cui il film fu realizzato. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.newswise.com/articles/world-s-most-endangered-sea-turtle-species-in-even-more-trouble-than-we-thought" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'NewsWise', width: 180});" class="imCssLink">http://www.newswise.com/articles/world-s-most-endangered-sea-turtle-species-in-even-more-trouble-than-we-thought</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><span style="line-height: 23px;"><a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ecs2.1244/full" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'UAB News', width: 180});" class="imCssLink">http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ecs2.1244/full</a></span><br></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10"><i> (Photo Credit: Toni Torres, Gladys Porter Zoo). </i></span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 17:11:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=ng7m9sw0</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/ng7m9sw0</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Scoperta la spugna più grande del mondo?]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Poriferi"><![CDATA[Poriferi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_apt14d2h"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/largest-sponge-CjVBYhJWEAEp0gf.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 356px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le spugne (phylum Porifera) sono componenti essenziali delle comunità bentoniche marine, esse possono competere con i coralli costruttori dei reef in termini di abbondanza e diversità.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Si sa che diverse spugne possono raggiungere dimensioni enormi, fornendo servizi ecosistemici fondamentali, come la filtrazione di grandi quantità d’acqua oppure provvedendo un importante habitat per una miriade di invertebrati e specie microbiche. La spugna di maggiori dimensioni, fino ad oggi, era rappresentata da una colonia di <i>Aphrocallistes vastus</i> Schulze, 1887, trovata in acque poco profonde (&lt;25 m) al largo del Canada occidentale. La colonia misurava 3,4 metri in lunghezza, 1,1 m in altezza e 0,5 m in ampiezza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le grandi spugne si sa che esistono anche in acque profonde, ad esempio <i>Monorhaphis chuni</i>, un esemplare che produce spicole basali giganti, che può raggiungere una lunghezza di 3 metri. Durante una recente spedizione nelle Northwestern Hawaiian Islands a bordo dell’ Okeanos Explorer, i ricercatori della NOAA hanno trovato una spugna massiva, la cui lunghezza, altezza e ampiezza superava le dimensioni delle specie più grandi conosciute in letteratura. Le dimensioni della spugna sono risultate essere di oltre 3,5 metri lunghezza e 1,5 metri in ampiezza, superando quindi quelle della spugna più grande finora conosciuta. Basandosi sull’esame microscopico delle spicole di un campione, la specie è stata identificata come appartenente alle Esattinellidi,  famiglia Rossellidae, sottofamiglia Lanuginellinae. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Poco si sa sulla durata di vita delle spugne in generale, alcune specie massive, trovate in acque poco profonde (&lt;30 m), si pensa che possano vivere per oltre 2300 anni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scoperta di un organismo così grande e presumibilmente molto vecchio, come quello segnalato in questo caso, sottolinea quanto possiamo imparare studiando gli ambienti profondi ancora largamente inesplorati e non intaccati da attività umane.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali adattati da:</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://link.springer.com/article/10.1007/s12526-016-0508-z#Bib1" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Springer Link', width: 180});" class="imCssLink">http://link.springer.com/article/10.1007/s12526-016-0508-z#Bib1</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://noaasanctuaries.tumblr.com/post/144968737791/where-is-the-worlds-largest-known-sponge" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Noaa Sanctuaries', width: 180});" class="imCssLink">http://noaasanctuaries.tumblr.com/post/144968737791/where-is-the-worlds-largest-known-sponge</a><br></div><div style="text-align: justify;">Photo credit courtesy of NOAA Office of Ocean Exploration and Research</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 28 May 2016 08:51:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=apt14d2h</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/apt14d2h</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Con l’aiuto di un post su Twitter uno studente universitario segnala il rilascio di una specie aliena in Giappone]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Specie_aliene"><![CDATA[Specie aliene]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_hlo57076"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/twitter-alien-species.jpg"  title="" alt="" style="width:596px; height: 455px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le specie aliene possono rappresentare una grave minaccia per le popolazioni native.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In Giappone alcune specie aliene di pesci come ad esempio il bluegill (<i>Lepomis macrochirus</i>) possono rappresentare una minaccia per gli insetti acquatici. Per questo motivo in quel paese tutte le attività, potenzialmente in grado di introdurre queste specie, sono punite con una multa fino a 25.000 euro per i cittadini e fino a oltre mezzo milione di euro per le società. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel giugno 2015, uno studente universitario giapponese ha twittato due fotografie del pesce invasivo <i>Lepomis macrochirus</i>, sia forme adulte sia giovanili, insieme a due pesci rossi, anch’essi non appartenenti alla locale fauna. In questo post egli ha identificato le specie e condiviso la sua sorpresa per la irresponsabilità delle persone che avevano rilasciato i pesci. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il caso è stato riportato e discusso dallo studente e due scienziati nella rivista open access  <a href="http://zookeys.pensoft.net/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'ZooKeys', width: 180});" class="imCssLink">ZooKeys</a>. Il report rappresenta un esempio di estrazione dati dalla rete nella disciplina  Citizen Science, un’attività che si sta rapidamente sviluppando negli ultimi anni e il cui potenziale è in continua espansione. La consapevolezza delle persone su questi temi deve essere migliorata, e l’ampia diffusione di casi come questo rappresentano un enorme aiuto.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="text-align: left; line-height: 23px;"><a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-02/pp-ust022916.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-02/pp-ust022916.php</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 May 2016 13:10:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=hlo57076</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/hlo57076</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Una Grande Area Marina Protetta nel Mar Adriatico? Un’opportunità da cogliere con urgenza]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Mediterraneo"><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_33vxc957"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/LMPA-Adriaticc.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 490px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un recente articolo pubblicato su “<a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308597X1630094X" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Marine Policy', width: 180});" class="imCssLink">Marine Policy</a>”&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">e commentato in questi giorni da “<a href="http://us2.campaign-archive2.com/?u=7a3773faca58223b0ec19be06&id=b948c04539&e=f4e910ec2b" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Lenfest Ocean News', width: 180});" class="imCssLink">Lenfest Ocean News</a>”</span></div></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">evidenzia le attuali opportunità e i benefici attesi della creazione di una Grande Area Marina Protetta (LMPA) transfrontaliera, con specifico divieto di pesca a strascico, in una delle aree più sfruttate del Mediterraneo: il Mar Adriatico.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il Mar Mediterraneo possiede habitat unici ed ecologicamente significativi che lo rendono uno dei mari a maggior biodiversità nel mondo. Pur coprendo solamente lo 0,92% della superficie globale degli oceani, esso contiene più di 17.000 specie marine descritte, più del 20% endemiche. Ma secoli di sfruttamento del Mar Mediterraneo hanno impattato negativamente alcune di queste risorse marine.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il Mar Adriatico settentrionale e centrale rappresenta una priorità nel Mediterraneo riguardo alla necessità di protezione. È questa una delle aree più produttive di tutta la regione ma la inusuale topografia del suo bacino, a nord e al centro, ha creato condizioni favorevoli per uno sfruttamento che ha causato un ampio degrado degli habitat marini, perdita di servizi ecosistemici e un declino di numerose specie, non solo quelle di interesse commerciale. La creazione di una Grande Area Marina Protetta (LMPA) con divieto di strascico può preservare la biodiversità e i servizi ecosistemici lungo la parte orientale del Mar Adriatico e promuovere il recupero delle aree con habitat degradati e migliorare la produttività a vantaggio dei pescatori stessi, come ampiamente dimostrato ovunque si sia stata intrapresa questa esperienza. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La creazione di una LMPA nel Mar Adriatico porterebbe benefici ecologici, socio-economici e politici, ad esempio:</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">- si prevede un incremento della biodiversità, aiuto nel recupero degli stock ittici eccessivamente sfruttati, ripristino delle funzioni e dei servizi ecosistemici (ed es. maggiore stabilità del fondale con conseguente miglioramento dei processi di mineralizzazione della sostanza organica e del ciclo dei nutrienti, di filtrazione, …) in aree dove questi sono stati compromessi. Ad esempio, la pesca a strascico ha drammaticamente ridotto le popolazioni di filtratori, incluse vongole, ostriche e spugne.  Rimuovendo la pressione e consentendo un ritorno alla normalità di queste popolazioni potrebbe incrementare la qualità dell’acqua e limitare le anomalie nei bloom di fitoplancton. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La regione Adriatica è una delle aree più visitate del Mediterraneo. Importanti interessi economici, come il turismo, sono legati al mare e sono compromessi da uno stato ambientale non ottimale. Una LMPA potrebbe promuovere il recupero di specie carismatiche, in passato abbondanti, come i delfini, le balene e gli squali e permettere un riequilibrio della catena trofica, privata prevalentemente dell’importante ruolo di controllo esercitato dai predatori apicali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una LMPA transfrontaliera potrebbe facilitare la cooperazione internazionale fra paesi confinanti, e fornire nuove opportunità progettuali. Direttive internazionali, come la Strategia Europea per la regione Adriatico-Ionica, la  Marine Strategy Framework Directive, i programmi di Cooperazione Italia-Croazia creano le condizioni ottimali per sviluppare proposte sulla conservazione dell’ambiente marino, su una lungimirante gestione delle attività di pesca, sul raggiungimento di una buona qualità ambientale, per garantire prospettive di “Blue Growth” seriamente sostenibili.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0308597X1630094X" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Marine Policy', width: 180});" class="imCssLink"><span class="fs13">Bastari, A., Micheli, F., Ferretti, F., Pusceddu, A., &amp; Cerrano, C. (2016). Large marine protected areas (LMPAs) in the Mediterranean Sea: The opportunity of the Adriatic Sea. Marine Policy, 68, 165-177. DOI:10.1016/j.marpol.2016.03.010</span><br></a></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 23 May 2016 11:40:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=33vxc957</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/33vxc957</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La biodiversità protegge i pesci dai cambiamenti climatici]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Citizen_Science"><![CDATA[Citizen Science]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_xj0y9a5l"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Cape-Kri_Raja-Ampat--Rick-Stuart-Smith-.jpg"  title="" alt="" style="width:666px; height: 444px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio, realizzato con la partecipazione di subacquei volontari, offre una delle prove più complete che preservare la biodiversità marina non è solo una questione estetica o spirituale, ma è fondamentale per la salute e il funzionamento degli ecosistemi e gli importanti servizi che fornisce all’uomo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio si basa su più di 4000 indagini subacquee e proviene da Reef Life Survey, un programma  onnicomprensivo che ha condotto indagini di oltre 3000 specie di pesci, in 44 paesi, in tutto  il mondo, con un’ampia copertura dei reef del pianeta, dai tropici alle aree polari. Molti dei partecipanti erano volontari (citizen scientists), un terzo dei quali senza una formazione scientifica. I subacquei volontari, provenienti da 11 diversi paesi, sono stati addestrati dagli autori del programma presso la University of Tasmani, al fine di raccolgliere dati usando metodi standardizzati.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricercatori hanno monitorato l’influenza che che 11 diversi fattori ambientali esercitavano sulla biomassa totale dei pesci nei reef corallini e rocciosi, in tutto il mondo. Sorprendentemente uno dei fattori più influenti è risultato la biodiversità. Il numero di specie (ricchezza di specie) e la varietà di come esse usano il loro ambiente (diversità funzionale) incrementavano la biomassa dei pesci. L’incremento in risorse di pesci prodotto dalla biodiversità era secondo solo a quello delle temperature calde.</span><div><span class="fs16">La relazione della temperatura con la biomassa dei pesci è risultata più complessa; temperature oceaniche più calde, in media, tendevano a incrementare la biomassa dei pesci, mentre più ampie fluttuazioni di temperatura la ostacolavano. Ma la biodiversità rendeva le comunità di pesci più resiliente ai cambiamenti climatici. In comunità con solo poche specie la biomassa dei pesci tendeva a incrementare all’aumento della temperatura fino a che i mari si riscaldavono sopra i 20 gradi Celsius – a quel punto la biomassa cominciava a scendere. Ma le comunità con molte specie rimanevano stabili anche alle temperature più alte.</span></div><div><span class="fs16">Pur essendo tutte le comunità, sia a bassa sia a elevata diversità, meno produttive durante fluttuazioni di temperatura, le comunità ad alta diversità soffrivano la metà di quelle a minore diversità. I ricercatori suggeriscono che comunità con più specie sono meglio attrezzate per gestire i cambiamenti di temperatura perché hanno una maggiore copertura di base. Quando la temperatura oscilla, una comunità con numerose specie ha migliori probabilità che almeno alcune di esse possano prosperare nella nuova normalità.</span></div><div><span class="fs16">Lo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, rappresenta un fondamentale passo avanti nel collegare esperienze in ambiti ristretti con ambienti estremamente più vasti. Questa esperienza mostra che gli ecologi sperimentali hanno percorso la strada giusta per 20 anni e che la biodiversità è fondamentale per un buon funzionamento degli ecosistemi.</span></div><div><br></div><div><span class="fs13"><a href="http://newsdesk.si.edu/releases/biodiversity-protects-fish-climate-change" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Smithsonian', width: 180});" class="imCssLink">http://newsdesk.si.edu/releases/biodiversity-protects-fish-climate-change </a></span><div><span class="fs13">Foto credit: Rick Stuart-Smith</span></div><div><br></div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 20 May 2016 09:44:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=xj0y9a5l</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/xj0y9a5l</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[300.000 ricci di mare utilizzati per ripulire i reef corallini delle Hawaii dalle alghe aliene invasive]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecologia"><![CDATA[Ecologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ub8w2353"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Urchin-Release.png"  title="" alt="" style="width:746px; height: 417px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La presenza di erbivori nei reef corallini è ritenuta di fondamentale importanza per il mantenimento in salute del reef.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una moria di ricci diadema, nel 1983,  fu ritenuta responsabile della scomparsa di gran parte della copertura corallina in numerosi reef dell’Atlantico, a causa della proliferazione indiscriminata di diverse macroalghe di cui i ricci si cibano. Ora gli scienziati del Department of Land and Natural Resources in Honolulu (Hawaii) hanno pensato di ricorrere ai ricci allo scopo di tenere sotto controllo due tipi di alghe invasive (<i>Kappaaphycus</i> e <i>Eucheuma</i>), introdotte nella Baia di Kaneohe dopo un esperimento fallito per produrre carragenina, una gelatina di uso alimentare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per fare questo sono ricorsi al trapianto  di 300.000 ricci di mare hawaiani (<i>Tripneustes gratilla</i>). Il progetto, iniziato sei anni fa,  è ora considerato di grande successo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I ricci di mare sono idealmente adatti al lavoro che svolgono. Essi sono nativi delle Hawaii. Hanno relativamente pochi predatori, si riproducono in cattività e, a differenza dei pesci, non nuotano via in altre aree.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La vita di ognuno di questi ricci, destinati alla Baia di Kaneohe, inizia quando il team raccoglie, una volta al mese, animali in fase riproduttiva. Nel tempo in cui raggiungono l’incubatrice i ricci sono di solito pronti alla deposizione delle uova. Le uova vengono fertilizzate, le larve nuotano liberamente entro 24 ore e sono alimentate con una dieta a base di fitoplancton coltivato. Dopo circa 3-4 settimane le larve si trasformano in ricci che vengono trasferiti dall’incubatrice al vivaio. Nelle loro vasche di allevamento i ricci si cibano di biofilm, un’aggregazione di microrganismi che cresce naturalmente. Quando raggiungono la dimensione di poco più di mezzo centimetro i ricci, in aggiunta al biofilm, vengono alimentati con alghe coltivate. Dopo circa 5 mesi sono pronti per essere rilasciati nel reef a masticare alghe. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Materiali tratti da: <a href="http://dlnr.hawaii.gov/blog/2016/04/25/nr16-070/ " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Hawaii Department of Land and Natural Resources', width: 180});" class="imCssLink">http://dlnr.hawaii.gov/blog/2016/04/25/nr16-070/</a></span><br></div><div style="text-align: justify;"><a href="https://vimeo.com/159137753" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Video', width: 180});" class="imCssLink">https://vimeo.com/159137753</a><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 May 2016 13:13:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=ub8w2353</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/ub8w2353</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La simbiosi con un’alga (Symbiodinium thermophilum)  recentemente scoperta potrebbe essere la chiave per la sopravvivenza delle scogliere coralline]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_wac5zpxb"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/DSC_0177.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 494px;" /><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studi sulla partnership simbiotica tra il corallo ospite e le loro alghe simbionti negli ambienti dei reef corallini più caldi del mondo - il Gofo Persico e Arabico (PAG) e mari limitrofi -  hanno portato gli scienziati a concludere che la selezione naturale della biodiversità esistente nei reef, sarà la chiave per facilitare un rapido adattamento di tali ecosistemi ai cambiamenti climatici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le comunità coralline del Golfo Persico/Arabico (PAG) tollerano livelli di salinità elevati e temperature estive massime superiori ai 35°C che ucciderebbero specie simili altrove. A causa della formazione recente del PAG e il suo susseguente passaggio a un clima caldo, questi coralli hanno avuto solo meno di 6000 anni per adattarsi a queste condizioni estreme e possono quindi fornire informazioni su come i reef corallini possono rispondere al riscaldamento globale. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una chiave della sopravvivenza dei coralli nei reef più caldi del mondo è la simbiosi con un alga recentemente scoperta: <i>Symbiodinium thermophilum</i>.  Attualmente non si sa se questo simbionte sia originato altrove o sia emerso da una improvvisa rapida evoluzione catalizzata dall’ambiente estremo. Analizzando la diversità genetica delle alghe simbiotiche lungo più di 5000 km del PAG, il Golfo dell’Oman e le coste del Mar Rosso gli autori dello studio hanno mostrato che <i>Symbiodinium thermophilum</i> è un membro di un antico gruppo altamente diverso di simbionti distribuiti al di fuori del PAG. Secondo gli autori l’adeguamento allle estreme temperature dei coralli del PAG è stato facilitato dalla positiva selezione di simbionti preadattati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scoperta evidenzia l’importanza di proteggenre la biodiversità esistente allo scopo di conservare il pool di genotipi potenzialmente tolleranti lo stress il più ampio possibile. Questo favorirebbe  un più rapido adattamento ai cambiamenti climatici odierni, non solo per  le scogliere coralline ma per tutti gli ecosistemi in generale.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.southampton.ac.uk/news/2016/04/coral-reef-biodiversity.page" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Southampton', width: 180});" class="imCssLink">http://www.southampton.ac.uk/news/2016/04/coral-reef-biodiversity.page</a></span></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><a href="http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.1601910113" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'pnas', width: 180});" class="imCssLink">http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.1601910113</a>&nbsp;</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">Foto credit: <a href="http://www.marcoboncompagni.it/" target="_blank" class="imCssLink">Marco Boncompagni</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 13 May 2016 15:11:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=wac5zpxb</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/wac5zpxb</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Scoperti per la prima volta in Mediterraneo i vermi mangia-ossa (Osedax sp.)]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_d14ykoyw"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/osedax-0.jpg"  title="" alt="" style="width:540px; height: 405px;" /></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: left;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati hanno trovato per la prima volta, nel Mar Mediterraneo, una nuova specie di <i>Osedax</i>, un genere di vermi che si cibano di tessuto osseo e che fino ad oggi erano stati osservati solo in acque più fredde e profonde.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>Osedax</i>, comunemente conosciuto come verme mangia-ossa, appartiene a un gruppo di anellidi (vermi marini) che rappresentano un importante esempio di adattamento evolutivo ad habitat specializzati: le ossa dei vertebrati che finiscono sul fondo del mare. Il fatto di aver trovato <i>Osedax</i>&nbsp;per la prima volta in Mediteraneo, prova che questi organismi possono vivere anche a latitudini temperate, in acque relativamete poco profonde, anche se normalmente sono correlati ad acque più profonde.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La temperatura dell’acqua dove <i>Osedax</i> veniva solitamente trovato, era bassa, tra -1 e 15°C, mentre in Mediterraneo, a bassa profondità, la temperatura oscilla fra 11,8 e 22,2°C. La rapida decomposizione dei lipidi, in ossa trovate in acque più calde, potrebbe spiegare l’assenza di <i>Osedax</i>&nbsp;in Mediterraneo a profondità inferiori ai 50 metri. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando la carcassa di un vertebrato raggiunge il fondo nel Mediterraneo, e rimane a basse profondità, sono i batteri a vita libera a degradare le ossa e a decomporre il materiale organico. A maggiore profondità il numero di batteri si riduce a causa delle basse temperature dell’acqua, ma troviamo anche <i>Osedax</i> che, insieme ai suoi batteri endosimbionti, si ciba del materiale organico trattenuto nelle ossa, aiutando quindi a decomporlo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fino ad ora erano state descritte sei specie di <i>Osedax</i>. Questi vermi mangia-ossa, descritti per la prima volta undici anni fa, hanno caratteristiche particolari. I maschi sono microscopici (dell’ordine di 100-500 micron) e vivono all’interno di tubi costruiti dalle femmine, dove esse hanno solo una funzione riproduttiva. Le femmine, al tempo stesso, vivono in simbiosi con batteri che permettono loro di degradare la materia organica trattenuta nelle ossa. Essi non hanno bocche o tratti digestivi, per tale motivo si cibano direttamente dei batteri. Così, questi piccoli organismi, dalle dimensioni di pochi millimetri ad alcuni centimetri, facilitano il ritorno della materia organica immagazzinata nelle ossa, nell’ecosistema.  In linea di massima, parte del corpo delle femmine rimane al di fuori delle ossa e comprende tronco e testa, alla quale sono attaccati i palpi (le appendicci tattilo-sensitive collegate alla bocca); essi hanno generalmente un colore rosastro per la presenza di vasi sanguigni. I palpi agiscono come branchie ed è qui dove avviene lo scambio dei gas. Le radici, dove sono immagazzinati i batteri simbionti, sono localizzate dentro le ossa.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href="http://www.alphagalileo.org/ViewItem.aspx?ItemId=162874&CultureCode=en" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Alpha Galileo', width: 180});" class="imCssLink">http://www.alphagalileo.org/ViewItem.aspx?ItemId=162874&amp;CultureCode=en</a></span></span></div><div style="text-align: justify;">Journal Reference:<div>Taboada, S.; Riesgo, A.; Bas, M.; Arnedo, M. A.; Cristobo, J.; Rouse, G. W., y Àvila, C. Bone-eating worms spread: Insights into shallow-water Osedax (Annelida, Siboglinidae) from antarctic, subantarctic, and mediterranean waters. PLOS ONE, 2016 DOI:10.1371/journal.pone.140341</div><div><span class="fs13">Credit: Image courtesy of Universidad de Barcelona</span><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 11 May 2016 15:02:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=d14ykoyw</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/d14ykoyw</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Gli squali tagliatori strappano pezzi di carne mordendo il corpo di balene vive]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_pnb0gp39"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/isistius-gettyimages-57504241-1200x800.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 497px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Le balene, che migrano attraverso le zone tropicali, spesso presentano ferite simili a crateri i cui responsabili si pensava fossero gli squali tagliatori (Isistius brasiliensis), detti anche squali stampo da biscotto. Mancavano però dati su quanto frequenti fossero gli attacchi degli squali alle balene e dove e quando questi si manifestavano.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Ora due ricercatori sudafricani hanno analizzato i dati sulle ferite di oltre 1700 carcasse di balena e le caratteristiche osservate confermano che i responsabili sono gli squali tagliatori. Chiamati anche squali stampo da biscotto per le ferite che lasciano, simili a quelle che potrebbe lasciare uno stampo da biscotto, questi squali, durante il giorno, vivono a oltre 3000 di profondità, in acque calde, in un’area compresa fra le  latitudini 40° nord e 40° sud. Di notte risalgono in superficie per azzannare carne fresca tranciando pezzi di carne da balene vive, un compito non da poco visto che misurano meno di un metro di lunghezza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">Il fatto che gli animali fossero morti ha consentito ai ircercatori di analizzare l’intero corpo delle balene e non solamente la parte visibile quando gli animali emergono in superficie per respirare. Ciò significa che gli studiosi hanno potuto osservare dove si trovavano i morsi sulle balene, lo stadio della guarigione delle ferite indicava quando gli attacchi erano avvenuti. I risultati mostrano che gli squali infliggono molte ferite, dalla testa alla coda, alle balene che attraversano il loro habitat. Una singola balena boreale presentava 138 segni di morsi non guariti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">La combinazione di questi dati, con la conoscenza della distribuzione di squali e balene, ha permesso di dedurre come  la frequenza e il periodo dei morsi erano correlati con la migrazione delle balene.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I ricercatori hanno scoperto che le balene vengono morse regolarmente durante l’autunno, l’inverno e ad inizio primavera (nell’emisfero sud) e questo indica che a metà primavera le balene migrano lontano dalla zona dove vivono gli squali. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">I risultati combaciano con quello che sappiamo sulla migrazione della balena boreale e la balenottera comune, ma rivelano anche qualcosa di nuovo sui capodogli. Il basso numero di ferite recenti in capodogli maturi suggerisce che essi spendono meno tempo a basse latitudini, dove si trovano gli squali, rispetto alle balene mature. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;">Materiali tratti da:&nbsp;<a href="https://www.newscientist.com/article/2084505-mysterious-deep-sea-sharks-biting-chunks-out-of-migrating-whales/ " target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'New Scientist', width: 180});" class="imCssLink">https://www.newscientist.com/article/2084505-mysterious-deep-sea-sharks-biting-chunks-out-of-migrating-whales/ </a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 08 May 2016 11:15:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=pnb0gp39</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/pnb0gp39</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Trovato in spiaggia, da una coppia di cittadini britannici, un blocco di ambra grigia dal potenziale valore di oltre 50.000 sterline]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cetacei"><![CDATA[Cetacei]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_diras3st"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/ambra-grigia7.jpg"  title="" alt="" style="width:620px; height: 372px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una coppia di abitanti del Lancashire, mentre passeggiavano in spiaggia, attratti da un intenso odore hanno scoperto un blocco di ambra grigia poco più piccolo di una palla da rugby. La massa di questa sostanza, del peso di 1,57 kg,  potrebbe valere circa 50.000 sterline.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’ambra grigia, talvolta conosciuta come vomito di balena, è usata in profumeria per produrre profumi a lunga durata. La riduzione del numero di capodogli, causata da una pesca eccesiva, ha reso l’ambra grigia estremamente rara per cui le industrie di profumi sono disposte a pagare somme elevate per assicurarsi questa sostanza. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’ambra grigia viene espulsa dai capodogli attraverso le feci e, nei casi in cui l’accumulo ne impedisse l’escrezione, può essere rigurgitata. Una volta espulsa, galleggiando, trasportata dalle correnti, può finire spiaggiata, come in questo caso. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’ambra grigia è secreta dal condotto biliare e nell’intestino dei capodogli e si pensa venga prodotta per facilitare il passaggio di oggetti duri e taglienti che la balena potrebbe aver ingerito. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sebbene l’ambra grigia non sia più raccolta necessariamente da balene morte molti paesi, inclusi Australia e Stati Uniti, hanno bandito il commercio come parte di un divieto generale di sfruttamento delle balene.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><a href="http://www.theguardian.com/uk-news/2016/apr/13/lancashire-couple-whale-vomit-ambergris-middleton-sands" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Guardian', width: 180});" class="imCssLink">http://www.theguardian.com/uk-news/2016/apr/13/lancashire-couple-whale-vomit-ambergris-middleton-sands</a></span></div><span class="fs16">&nbsp;<br></span><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 04 May 2016 14:01:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=diras3st</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/diras3st</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[“Coral on a Chip” un nuovo metodo di studio della crescita dei coralli in laboratorio per conoscere le loro complesse vite]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_m9boy125"><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/Polyp-mouth-with-symbiotic-algae-and-bacterial-pathogens.jpg"  title="" alt="" style="width:660px; height: 465px;" /><br></div><div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span><span class="fs8">&nbsp; &nbsp;La bocca di un polipo corallino (al centro): Le alghe simbiotiche sono etichettate in rosso, i batteri patogeni che&nbsp;</span><span class="fs8">entrano attraverso questa&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs8">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; regione sono etichettati in blu.</span></div><div style="text-align: justify;" class="fs16"><br></div><div style="text-align: justify;" class="fs16"><br></div><div style="text-align: justify;" class="fs16"><span class="fs16">Scienziati del Weizmann Institute (Israele) hanno creato un sistema, da essi chiamato  “coral on a chip”, che ha reso possibile esaminare polipi viventi di coralli in laboratorio. Il sistema è stato sviluppato per tracciare i processi cellulari in condizioni simili a quelle in vivo. Con osservazioni continue al microscopio è stato possibile osservare come i micro-esemplari crescono e si comportano in condizioni differenti.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Utilizzando questo sistema il team ha registrato per la prima volta la crescita dei singoli cristalli di aragonite –  i blocchi su cui si basa la crescita dello scheletro del corallo.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È stato inoltre possibile visualizzare la fase iniziale delle malattie dei coralli, mostrando un percorso poco conosciuto dell’infezione.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sottoponendo i coralli a condizioni di luce ad alta intensità, note per indurre il coral bleaching, i ricercatori hanno potuto seguire l’espulsione delle alghe simbiotiche, una cellula alla volta. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La nuova metodologia può aiutare i ricercatori ad investigare moltissimi aspetti della vita del corallo, dai geni che interessano la sopravvivenza, alle strategie che i coralli usano per costruire il reef, ai loro effetti sul ciclo marino del carbonio. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><a href="http://wis-wander.weizmann.ac.il/life-sciences/coral-chip-cracks-coral-mysteries" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Weizmann Institute of Science', width: 180});" class="imCssLink">http://wis-wander.weizmann.ac.il/life-sciences/coral-chip-cracks-coral-mysteries</a></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 02 May 2016 09:30:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=m9boy125</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/m9boy125</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Gli scienziati scoprono un nuovo sistema di reef alla foce del Rio delle Amazzoni]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_fa58hx8f"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/lead_960.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 528px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: right;"><span class="fs11">M-Sat Planetobserver / Science Photo Library / Corbis</span></div><div><br></div></div><div style="line-height: 23px;"><div style="text-align: justify;" class="fs16"><span class="fs16">Tutti i principali paradigmi che fino ad oggi hanno definito la crescita dei reef corallini: la presenza di acque trasparenti, la luce del sole, la sedimentazione, il grado di salinità e pH  delle acque potrebbero essere messi nuovamente in discussione.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un team internazionale di ricercatori ha scoperto che un tipo di vita strettamente associata ai reef corallini può fiorire anche alla foce del fiume Rio delle Amazzoni, nelle acque più fangose del mondo. Un’area di oltre 3600 miglia quadrate, dove i reef si distendono lungo 600 miglia, fra i 30 e i 100 metri di profondità, dalla Guiana Francese a  Maranhão in Brasile.  Nonostante le condizioni sfavorevoli, gli scienziati hanno trovato, nel punto in cui le acque dolci  del fiume si mescolano con le acque salate degli oceani (un’area conosciuta con il nome di plume), una vita rigogliosa, basata sulla struttura carbonatica  creata da diverse specie di coralli costruttori del reef e che include oltre  60 diversi tipi di spugne, 73 specie di pesci, aragoste stelle marine e altri tipi di vita marina. Alla costruzione di tali reef da un contributo fondamentale la presenza di letti di rodoliti, alghe rosse fotosintetiche che, accumulando anch’esse carbonato di calcio, modellano habitat ideali per una grande varietà di specie.</span><div class="fs16"><span class="fs16">Campionamenti dell’acqua hanno mostrato un’incredibile varietà e numero di microbi. Secondo gli scienziati sarebbero questi microbi ad alimentare spugne, coralli e gli altri organismi costituendo un ecosistema che potrebbe essere considerato un nuovo bioma, ovvero una nuova comunità complessa mantenuta dalle condizioni ambientali proprie di quella regione.</span></div><div class="fs16"><span class="fs16">L’aspetto più incredibile è che la vita fiorisce nel punto preciso in cui, lungo tutte le piattaforme tropicali, quando sono presenti dei fiumi, si crea un gap nella distribuzione dei reef. </span></div><div class="fs16"><span class="fs16">Purtroppo queste aree, nel momento stesso in cui sono state scoperte, sono già considerate in grave pericolo. Il governo brasiliano ha autorizzato le concessioni per ricerche petrolifere nella zona. Le compagnie avranno la possibilità di effetture le loro esplorazioni alla foce del fiume, precisamente nella zona in cui lo standard di riferimento ambientale, prodotto dalle stesse compagnie, era stato descritto come largamente basato su poche specie, di scarso interesse.</span></div><div class="fs16"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs11">Materiali tratti da:<a href=" http://www.theatlantic.com/science/archive/2016/04/scientists-discover-a-new-coral-reef-at-the-amazons-mouth/479259/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'The Atlantic', width: 180});" class="imCssLink">&nbsp;http://www.theatlantic.com/science/archive/2016/04/scientists-discover-a-new-coral-reef-at-the-amazons-mouth/479259/</a></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs11"><a href="http://advances.sciencemag.org/content/2/4/e1501252.full" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Science Advances', width: 180});" class="imCssLink">http://advances.sciencemag.org/content/2/4/e1501252.full</a></span><br></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 10:42:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=fa58hx8f</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/fa58hx8f</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il caldo batte il freddo nel trattamento delle punture di meduse]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Cnidari"><![CDATA[Cnidari]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_5jkc729q"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/WP_20151105_001.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 419px;" /><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli avvelenamenti da cnidari sono un importante problema di salute pubblica responsabile ogni anno  di un numero di morti superiore a quelle dovute ad attacchi da parte di squali. Anche punture lievi possono causare dolore per più giorni e lasciare cicatrici durature. Per questa ragione l’ottimizzazione delle cure di primo soccorso è essenziale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le persone pensano che il freddo può essere utile perché le punture bruciano e il ghiaccio è freddo, ma le ricerche disponibili hanno mostrato che tutti i veleni marini sono molto sensibili al caldo, sostenendo l’uso di immersione in acqua calda dell’area punta. Gli impacchi freddi sono comunque spesso raccomandati e utilizzati dal personale di emergenza. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studiosi dell’Università delle Hawaii hanno condotto una rassegna sistematica di oltre 2000 articoli pubblicati sulle principali riviste scientifiche, per trovare ogni studio che ad oggi avesse esaminato gli effetti di trattamenti di punture di cnidari basati sulla temperatura. Gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista Toxins, sostengono che l’immersione in acqua calda a temperature comprese fra i 40°C e 50°C, per circa 20 minuti, ha dimostrato di inattivare le componenti velenose e dare sollievo dal dolore e risultati clinici migliori.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La difficoltà di mantenere l’acqua calda ad una temperatura idonea può essere superata attraverso diversi metodi, inclusi l’utilizzo di impacchi caldi, o uso di acqua calda in continuo (per mezzo di una doccia o un innaffiatore regolati alla corretta temperatura).</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs15"><span style="line-height: 23px;">Materiali tratti da:<a href=" http://www.hawaii.edu/news/2016/04/14/heat-trumps-cold-in-the-treatment-of-jellyfish-stings/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Hawaii', width: 180});" class="imCssLink">&nbsp;</a></span><span style="line-height: 23px; text-align: left;"><a href=" http://www.hawaii.edu/news/2016/04/14/heat-trumps-cold-in-the-treatment-of-jellyfish-stings/" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Hawaii', width: 180});" class="imCssLink">http://www.hawaii.edu/news/2016/04/14/heat-trumps-cold-in-the-treatment-of-jellyfish-stings/</a></span></span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs15"><span style="line-height: 23px; text-align: justify;"><a href="http://www.mdpi.com/2072-6651/8/4/97/html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Hot-Water Immersion or Ice Packs as First Aid for Cnidarian Envenomations?', width: 180});" class="imCssLink">http://www.mdpi.com/2072-6651/8/4/97/html</a></span><br></span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs15">Toxins 2016, 8(4), 97; doi:10.3390/toxins8040097</span><div><span class="fs15">Review: Heated Debates: Hot-Water Immersion or Ice Packs as First Aid for Cnidarian Envenomations?</span></div><div><span class="fs15">Christie L. Wilcox and Angel A. Yanagihara (University of Hawaiʻi) </span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 23 Apr 2016 08:12:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=5jkc729q</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/5jkc729q</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Pastinaca rosa (Himantura fai), la razza che cavalca altre razze]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_gqw4nqwd"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/piggyback-338_2016_1429_MOESM1_ESM--1-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 496px;" /><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La pastinaca rosa (<i>Himantura fai</i>) è una grande  razza, appartenente alla famiglia dei Dasiatidi, che vive in habitat di sedimenti soffici. Dal punto di vista del comportamento questa specie è unica perché molteplici individui spesso cavalcano altri membri della stessa specie e di altre specie più grandi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le osservazioni pubblicate in questo studio, sul numero di marzo 2016 della rivista Coral Reefs, sono state fatte nel relitto dello Yongala, al largo diTownsville, nella Great Barrier Reef australiana. Le immagini mostrano esemplari di Pastinaca rosa a cavallo di due diverse specie di maggiori dimensioni: <i>Dasyatis microps</i> e <i>Taeniurops meyeni</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le ragioni di questo comportamento sono sconosciute, sebbene sia già stato osservato per questa specie in altre occasioni, in Indonesia e alle Maldive. Una possibilità è che potrebbe essere una strategia di difesa dai predatori, poichè permette alle razze più piccole di sembrare più grandi di quanto realmente siano e spezzare la silhouette sulla quale i predatori potrebbero focalizzarsi. Spostarsi in questo modo, con specie più grandi, potrebbe rappresentare un vantaggio idrodinamico, o ai fini dell’alimentazione, nei confronti delle razze più piccole. Questo però non spiega perché queste razze stiano a cavallo di altre razze che riposano sul fondo o in stazioni di pulizia. Report di comportamenti interattivi fra specie tra gli elasmobranchi, diversamente del contesto della predazione, sono relativamente rari. Una miglior comprensione di questo comportamento e dei vantaggi associati che esso fornisce alla Pastinaca rosa (e possibilmente anche alla specie ospite), potrebbe aiutare a identificare drivers evolutivi chiave del comportamento e dell’ecologia delle razze.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><a href="http://link.springer.com/article/10.1007/s00338-016-1429-9/fulltext.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Springer', width: 180});" class="imCssLink">http://link.springer.com/article/10.1007/s00338-016-1429-9/fulltext.html</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Reference<div>Last PR, Stevens JD (2009) Sharks and rays of Australia. CSIRO Publishing, Melbourne</div><div><span class="fs13">© Springer-Verlag Berlin Heidelberg 2016</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 15:00:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=gqw4nqwd</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/gqw4nqwd</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le oloturie, gli aspirapolvere degli oceani, sono molto vulnerabili all’inquinamento e all’eccesso di pesca.]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_fq87x6om"><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/2_holothuria_edulis_c_keoki_stender.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /><br></div><div class="fs16"><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nonostante somigli ad un hot dog bruciacchiato, <i>Holothuria edulis</i> vanta un importante ruolo negli oceani.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio di genetica analizza il  valore di questi organismi negli ecosistemi marini delle isole di Okinawa (Giappone), la loro elevata sensibilità agli stress ambientali e l’eccessivo sfruttamento da pesca.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Al pari di altre oloturie, gli esemplari di <i>H. edulis</i>, durante le ore notturne, aiutano a ripulire il fondo marino  e i reef corallini grazie al loro intestino. Questi invertebrati  restano al riparo durante le ore del giorno aspettando la notte per avanzare, lentamente, lungo il fondo sabbioso, in cerca di cibo. I tentacoli, usati per alimentarsi, aiutano l’animale a spingere sabbia e ciotoli attraverso l’apparato digerente che  assorbe nutrienti dal detrito (piante morte, materiale animale) ed espelle sabbia più pulita e ossigenata. I sistemi marini in salute si basano sugli animali che forniscono questo tipo di servizio di pulizia: senza di loro, una quantità di detrito potrebbe impattare la salute di animali e piante, riducendo la salute del sistema in toto.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un rapido incremento nel sud est asiatico nella domanda di consumo dei &nbsp;cetrioli di mare, sia come cibo, sia come medicine, ha incrementato la pressione di pesca in molte parti del mondo. L’eccesso di pesca, a sua volta, potrebbe significare l’estinzione per queste specie già soggette a inquinamento e distruzione degli habitat ovunque. Oggi almeno 16 specie di oloturie  sono considerate dallo IUCN a rischio di estinzione. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio ha esaminato lo scambio genetico fra diverse popolazioni di <i>Holothuria edulis</i>. Quando viene catturata, <i>H. edulis</i> viene preparata e seccata per ottenere cibo, medicine o esportarla in altre aree.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">A Okinawa, gli scienziati erano interessati a confrontare la diversità genetica delle  popolazioni di <i>H. edulis&nbsp;</i></span><span style="text-align: left;" class="fs16">lungo una varietà di habitat costieri</span><i style="text-align: left;" class="fs16">&nbsp;</i><span class="fs16">– un fattore estremamente importante nel determinare se le popolazioni possono sopravvivere in sicurezza in caso di stress  -.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una popolazione di organismi privi di diversità è più vulnerabile alle minacce, incluse le malattie, che possono facilmente spazzare via una popolazione troppo geneticamente simile (e vulnerabile a particolari patogeni).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel loro studio, che valutava habitat marini da relativamente integri a profondamente industrializzati,  i ricercatori hanno osservato in alcune popolazione di oloturie lungo le coste orientali di Okinawa, dove l’acqua era inquinata dalle vicine industrie, scarichi fluviali e sviluppo costiero, una bassa diversità genetica. In contrasto le popolazioni in siti più integri, nella costa occidentale dell’isola, erano geneticamente più diverse.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Dal momento che le popolazioni apparivano separate le une dalle altre, molto probabilmente l’eccesso di pesca potrebbe essere il colpo finale per le popolazioni di oloturie vulnerabili  e mal equipaggiate per riprendersi.</span><div><span class="fs16">I ricercatori concludono sottolineando che esortare i paesi a porre restrizioni alla pesca di oloturie aiuterà ad assicurrare il futuro di innumerevoli specie vulnerabili, che aiutano a mantenere puliti e in salute  gli ecosistemi marini. Ma come prima cosa dovrebbero essere Okinawa e il Giappone a dare l’esempio.</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;</span></div><div><span class="fs16"><a href="https://www.calacademy.org/press/releases/new-study-on-%E2%80%9Cburnt-hot-dog%E2%80%9D-sea-cucumbers-raises-red-flags-for-threatened-global" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'California Academy of Sciences', width: 180});" class="imCssLink">https://www.calacademy.org/press/releases/new-study-on-%E2%80%9Cburnt-hot-dog%E2%80%9D-sea-cucumbers-raises-red-flags-for-threatened-global</a></span><br></div><div><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Apr 2016 07:49:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=fq87x6om</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/fq87x6om</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I mixozoa - stretti parenti delle meduse - primo caso di estrema degenerazione evolutiva del corpo di un animale.]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_eg5h3dzf"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/mixozoa-jellyfish_225x225.jpg"  title="" alt="" style="width:225px; height: 225px;" class="fright" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un gruppo di ricerca dell’Università di Tel Aviv, attraverso il  sequenziamento del genoma,  ha scoperto che i mixozoa, un gruppo differenziato di microscopici parassiti che infettano vertebrati e invertebrati, sono in realtà cnidari altamente degenerati. &nbsp;</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nonostante i radicali cambiamenti nella struttura del corpo e del genoma, nel corso di milioni di anni, i mixozoa hanno conservato alcune delle caratteristiche basilari delle meduse, inclusi i geni essenziali responsabili delle punture delle meduse. </span><div><span class="fs16">I mixozoa hanno dimensioni microscopiche – solo poche cellule che misurano da 10 a 20 micron di diametro – e quindi i biologi ritenevano che essi fossero organismi a singole cellule. Ma sequenziando il loro DNA i ricercatori hanno scoperto il genoma di un animale marino macroscopico estrememente strano.</span></div><div><span class="fs16">La scoperta del drammatico cambiamento da macroscopici animali marini a microscopici parassiti è interessante di per sé, ma potrebbe avere anche applicazioni commerciali, visto che i mixozoa infestano stock di pesca commerciali come la trota e il salmone.</span></div><div><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs12">Materiali tratti da:&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs12"><a href="https://www.aftau.org/news-page-biology--evolution?=&storyid4700=2235&ncs4700=3" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Università di Tel Aviv', width: 180});" class="imCssLink">https://www.aftau.org/news-page-biology--evolution?=&amp;storyid4700=2235&amp;ncs4700=3</a></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Apr 2016 17:01:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=eg5h3dzf</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/eg5h3dzf</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le scogliere coralline disperdono la luce come le foreste]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Scogliere_coralline"><![CDATA[Scogliere coralline]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_f36auzyn"><span class="fs16">Le scogliere coralline sono spesso paragonate alle foreste tropicali per la loro elevata biodiversità ma hanno molto altro in comune, ad esempio il meccanismo di utilizzo delle radiazioni solari.</span><div><br><div><span class="fs16">&nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/scatter-light.png"  title="" alt="" style="width:746px; height: 420px;" /></div></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando la luce solare colpisce un gruppo di piante, alcune parti tendono a ricevere più luce di altre. I tessuti delle foglie,  in un certo senso, compensano disperdendo la luce verso l’esterno, aiutando ad illuminare altre foglie. Una cosa simile accade con i coralli. Quando gli scienziati hanno illuminato un corallo con luce laser i tessuti colorati del corallo hanno diffuso la luce, in genere distribuendola ad altre parti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche lo scheletro bianco di carbonato di calcio ha un suo ruolo. Esso però tende a diffondere di meno la luce, aiutando invece a indirizzarla su aree specifiche che sarebbero altrimenti all’ombra. I coralli possono anche riorganizzarsi, a secondo delle circostanze, espandendosi per incrementare la diffusione della luce o contraendosi per minimizzarla. Tuttavia, nonostante questi espedienti, la luce può penetrare in parte nei tessuti del corallo; essa tende a diminuire andando in profondità, come nelle foreste, rendendo la vita più difficile per le cellule che stanno in fondo ai tessuti. Così come differenti cellule in una foglia contengono differenti quantità di clorofilla, le cellule dei coralli sembrano ospitare differenti quantità di alghe fotosintetiche (<i>Symbiodinium</i>) che costituiscon il loro cibo. Cellule specializzate in scarsità di luce possono produrre ancora discrete quantità di cibo in condizioni di scarsa luminosità, come hanno mostrato misure della fotosintesi. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le persone che fanno snorkeling potrebbero non notare questo tipo di rivestimento al di sotto di loro, un fenomeno molto più piccolo e sottile del grande fogliame delle foreste sulla terra. Ma comprendere questo secondo i ricercatori è cruciale se si vuol comprendere come funziona la vita nel fondo del mare. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da: <a href="http://www.sciencemag.org/news/2016/03/coral-reefs-scatter-light-forests" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Sciencemag', width: 180});" class="imCssLink">http://www.sciencemag.org/news/2016/03/coral-reefs-scatter-light-forests</a></span></div><div style="text-align: justify;">DOI: 10.1126/science.aaf4125&nbsp;<br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 04 Apr 2016 09:51:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=f36auzyn</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/f36auzyn</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Come puoi salvare un reef corallino malato? Somministragli un antiacido]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Acidificazione_Oceani"><![CDATA[Acidificazione Oceani]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_wj1d5a8s"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/OA.png"  title="" alt="" style="width:747px; height: 420px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Si sa che uno degli effetti più importanti esercitati dall’aumento dell’acidità degli oceani riguarda la dissoluzione degli scheletri di organismi dotati di strutture a base di carbonato di calcio. Un nuovo studio, seguendo la medesima pratica adottata dall’uomo per far fronte ai problemi di iperacidità, ha valutato l’assunzione da parte degli oceani di sostanze antiacide.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Numerosi studi hanno documentato una riduzione della calcificazione in tutti i principali sistemi di reef corallini. Nella GBR Australiana la calcificazione dei reef è crollata del 40% in solo tre decadi. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Scienziati della Carnegie Institution for Science, in Stanford (California), hanno pensato di riportare la chimica degli oceani, in un reef della GBR (Australia), nello stato in cui si trovava prima dell’era industriale. Per fare questo hanno rilasciato una soluzione antiacida di idrossido di sodio nella laguna, invertendo il processo di acidificazione. Dopo questo trattamento alcalino essi hanno monitorato la chimica dell’acqua che defluiva dalla laguna. Paragonando i livelli di alcalinità in funzione dell’idrossido di sodio aggiunto, gli scienziati hanno potuto ottenere una misura accurata della calcificazione del reef durante l’esperimento. Per rendere conto della perdita di soluzione dovuta al mescolamento il team ha inoltre rilasciato un colorante nella laguna per misurare il suo deflusso.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I loro calcoli, pubblicati sulla rivista Nature, suggeriscono che l’alterazione del pH degli oceani, dall’era pre-industriale ad oggi, ha ridotto del 12%  la capacità del reef di calcificare. Lo studio ha fornito nuove prove, basate su un’esperienza nel campo, che i cambiamenti provocati dall’acidificazione degli oceani nella crescita dei reef corallini stanno già avvenendo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo il biologo oceanografo Chris Langdon dell’ University of Miami in Coral Gables, Florida, questo “meraviglioso” studio ci aiuta a dimostrare quali sono gli effetti dell’acidificazione che sono molto difficili da isolare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per aiutare a invertire il trend di acidificazione degli oceani su scala globale, alcuni ricercatori hanno proposto sforzi massivi per riprodurre su grande scala l’esperimento di One Tree Reef. Versare grandi quantità di soluzione basica negli oceani. Ma uno degli autori dello studio sostiene che questo approccio non è fattibile. “ Solo per mantenere gli oceani allo stato attuale e compensare il continuo assorbimento di CO2 non sarebbe sufficiente versare venti miliardi di tonnellate di calcare negli oceani ogni anno. Non impossibile ma un lavoro enorme. Per impedire l’acidificazione che è già avvenuta sarebbe necessario aggiungere tremila miliardi di tonnellate di calcare disciolto. Non impossibile, ma altamente improbabile”. Il modo migliore per proteggere i reefs è di smetterla di trattare l’atmosfera come  uno scarico riversando CO2, dove gli inquinanti alterano il clima e acidificano gli oceani. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">How do you save a sick coral reef? Pop an antacid</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">By Eli KintischFeb. 24, 2016 , 1:00 PM</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><a href="http://www.sciencemag.org/news/2016/02/how-do-you-save-sick-coral-reef-pop-antacid?utm_campaign=email-news-latest&et_rid=17045989&et_cid=297119" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Sciencemag', width: 180});" class="imCssLink">http://www.sciencemag.org/news/2016/02/how-do-you-save-sick-coral-reef-pop-antacid?utm_campaign=email-news-latest&amp;et_rid=17045989&amp;et_cid=297119</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 30 Mar 2016 15:40:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=wj1d5a8s</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/wj1d5a8s</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[È la costa l’habitat preferito dalle femmine degli squali pinna nera e i loro piccoli]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_gf14a98q"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/squali-JCU.jpg"  title="" alt="" style="width:360px; height: 240px;" class="fright" /><div class="fs16"><div style="text-align: justify;">Una ricerca della James Cook University ha prodotto risultati inattesi. Gli scienziati hanno scoperto che le femmine degli squali pinna nera e i loro piccoli, contrariamente a quanto si pensava, rimangono vicino a riva per periodi di tempo molto lunghi, mentre gli adulti arrivano solo durante il periodo dell’accoppiamento.&nbsp;</div></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Si pensava che le femmine di squali adulte arrivassero stagionalmente per far nascere i loro piccoli e quindi se ne andassero immediatamente. Ma le femmine adulte sembra che rimangano in quest’area tutto l’anno e facciano nascere i loro piccoli lì, dove crescono in baie costiere fangose, utilizzando i letti di fanerogame e le mangrovie prima di migrare al largo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il team ha taggato più di 100 squali per mezzo di rilevatori tracciabili, che gli hanno permesso di seguire i pattern dei movimenti di 28 individui, per oltre due anni.</span></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È questo un ulteriore studio a sostegno dell’importante ruolo degli habitat costieri e dell’assoluta necessità di gestire queste aree di riproduzione  per assicurare protezione alle femmine adulte di squali del reef.</span></div><div><br></div><div>https://www.jcu.edu.au/news/releases/2016/february/shark-research-produces-the-unexpected</div><div>Journal Reference:</div><div>1.	A Chin, MR Heupel, CA Simpfendorfer, AJ Tobin. Population organisation in reef sharks: new variations in coastal habitat use by mobile marine predators. Marine Ecology Progress Series, 2016; 544: 197 DOI: 10.3354/meps11545</div><div><br></div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 26 Mar 2016 11:43:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=gf14a98q</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/gf14a98q</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Fouling: una soluzione verde a un problema di adesività]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ricerca"><![CDATA[Ricerca]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9xr50pgs"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/fouling.jpg"  title="" alt="" style="width:386px; height: 257px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un rivestimento a base di un polimero ecosostenibile inibisce l’accumulo di batteri e organismi marini.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lavorando in un programma di Soluzioni Antifouling Marine Innovative, scienziati di Singapore hanno creato un rivestimento sicuro a base di un polimero in grado di impedire ai batteri e altri organismi marini di attaccarsi alle superfici degli oggetti immersi in acqua o, quando attaccati, facilitarne il distaccamento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il fouling marino danneggia gravemente le imbarcazioni, i sistemi di filtrazione dell’acqua di mare e le installazioni nei porti, portando a riparazioni costose e a notevoli perdite di tempo. Il fouling inoltre corrode le chiglie delle imbarcazioni aumenta il consumo di carburanti e rovina numerose altre attrezzature dell’industria marittima.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le misure tradizionali per inibire la formazione del fouling includono l’uso di biocidi che uccidono o riducono l’adesione dei vari organismi. Questi composti però risultano molto dannosi anche per l’habitat marino.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella loro ricerca di alternative, scienziati dell’A*STAR Institute of Chemical Engineering Sciences and Institute of Materials Research and Engineering hanno sintetizzato un polimero poly(methyl-oxazoline) (PMOx) che previene l’adesione dei microrganismi alle superfici e, dove c’è contatto, facilita il loro distacco.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il PMOx si gonfia drammaticamente quando immerso in acqua di mare promuovendo il distaccamento di batteri, larve di balani  e alghe.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il rivestimento può avere anche applicazioni biomediche essendo in grado di ridurre l’adesione di batteri come  <i>Staphylococcus aureus</i> e <i>Escherichia coli</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><a href="http://www.research.a-star.edu.sg/research/7478/a-greener-solution-to-a-sticky-problem" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'A*STAR Research', width: 180});" class="imCssLink">http://www.research.a-star.edu.sg/research/7478/a-greener-solution-to-a-sticky-problem</a></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Reference: He, T., Jańczewski, D., Jana, S., Parthiban, A., Guo, S. et al. Efficient and robust coatings using poly(2-methyl-2-oxazoline) and its copolymers for marine and bacterial fouling prevention. Journal of Polymer Science Part A: Polymer Chemistry 54, 275–283 (2016).|</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 21 Mar 2016 13:37:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9xr50pgs</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9xr50pgs</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I piccoli di squali dalle spalline resisteranno alle future condizioni di acidificazione degli oceani ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Acidificazione_Oceani"><![CDATA[Acidificazione Oceani]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_g112e9q3"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/bamboo4.jpg"  title="" alt="" style="width:749px; height: 499px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studiando embrioni di squali dalle spalline (<i>Hemiscyllium ocellatum</i>) in fase di sviluppo, gli autori di uno studio australiano non hanno riscontrato differenze nella crescita e sopravvivenza in squali allevati secondo le condizioni di acidità correnti, verso quelli cresciuti in condizioni di acidità degli oceani previste per la fine di questo secolo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Comunque, considerando l’importante ruolo delle branchie degli squali nella correzione dei disturbi del pH,  il team pensa che il rischio di morte in oceani più acidi potrebbe essere più alto prima che le branchie degli embrioni siano completamente sviluppate, perché questa è la fase cui gli embrioni possono essere più vulnerabili. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Studi precedenti dei medesimi ricercatori suggeriscono che gli squali dalle spalline, dopo prolungate esposizioni ad elevati livelli di CO2, che simulano un'acidificazione degli oceani,  non erano interessati fisiologicamente, in termini di performance metaboliche o, in termini comportamentali, nella ricerca di cibo e riparo. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Anche se, complessivamente,  può sembrare una buona notizia per questa specie,  le condizioni oceaniche previste rappresentano una grande sfida per i coralli costruttori dei reef che forniscono habitat  e riparo a questo genere di squali. Nonostante la loro resistenza,  la scomparsa dei luoghi dove ripararsi li renderà vulnerabili come qualsiasi altra specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;<a href="https://www.jcu.edu.au/news/releases/2016/march/shark-babies-remain-strong-in-future-acidic-oceans" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'James Cook University', width: 180});" class="imCssLink">https://www.jcu.edu.au/news/releases/2016/march/shark-babies-remain-strong-in-future-acidic-oceans</a></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Will ocean acidification affect the early ontogeny of a tropical oviparous elasmobranch (Hemiscyllium ocellatum)? by Martijn S. Johnson, Daniel W. Kraver, Gillian M. C. Renshaw,  and Jodie L. Rummer appears in Conservation Physiology, March 2016.</span><div><br></div><div><span class="fs16"><a href="https://conphys.oxfordjournals.org/content/4/1/cow003.full" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Will ocean acidification affect the early ontogeny of a tropical oviparous elasmobranch (Hemiscyllium ocellatum)?', width: 180});" class="imCssLink">https://conphys.oxfordjournals.org/content/4/1/cow003.full</a></span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/bamboo-3.jpg"  title="" alt="" style="width:305px; height: 203px;" />&nbsp; &nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/bamboo-shark.jpg"  title="" alt="" style="width:305px; height: 204px;" /><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 12:49:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=g112e9q3</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/g112e9q3</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Vermi-batteri – le simbiosi con scambio di partner ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Simbiosi"><![CDATA[Simbiosi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9q3pb6am"><div><br></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/standard_sans_right.jpg"  title="" alt="" style="width:742px; height: 501px;" /><br></div><div><br></div><div class="fs16"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati del Max-Planck-Institute for Marine Microbiology di Brema hanno scoperto che  nelle simbiosi vermi-batteri alcuni microbi rimangono fedeli al loro ospite altri invece alla loro località.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;">Gli inquilini simbiotici dei vermi cilindrici e di quelli segmentati appartengono a un gruppo di batteri strettamente correlati chiamati <i>Candidatus thiosymbion</i>. Questi batteri forniscono all’ospite il loro nutrimento.&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">Nei vermi cilindrici – in una sottofamiglia di batteri chiamati Stilbonematinae - essi vivono sulla superficie del corpo; i batteri coprono il verme come un sacco a pelo, lasciando fuori la testa e l’estremità opposta.  Al contrario, nei vermi segmentati, i batteri vivono sotto la pelle dei vermi, che sono alimentati così bene dai loro ospiti al punto da aver perso bocca e intestino.</div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati dello studio mostrano che i batteri simbiotici, durante il corso della loro evoluzione, sembrano aver cambiato più volte fra vermi cilindrici e segmentati e, di conseguenza, fra stili di vita  ecto e endo-simbionti.  Questa flessibilità  è non comune perché i batteri sono generalmente adattati a un tipo di stile di vita e a un gruppo di ospiti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nonostante questa non comune flessibilità i simbionti sono molto leali verso i loro ospiti. Contrariamente alle attese degli autori dello studio,  i simbionti esterni sembrano mostrare una lealtà maggiore, a lungo termine, ai loro ospiti rispetto ai coabitanti interni. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La relazione ospite simbionte è molto stabile per i vermi cilindrici e i loro batteri. Apparentemente essi si sono co-evoluti, senza cambiare i loro partner. I vermi cilindrici strettamente imparentati erano sempre associati con i loro strettamente correlati simbionti. Questa alta fedeltà fu osservata in ospiti in tutto il mondo.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il quadro è diverso nella simbiosi fra vermi segmentati  e i loro batteri,&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">in queste associazioni</span><span class="fs16">&nbsp;le relazioni erano molto meno stabili.&nbsp;I vermi segmentati strettamente correlati dell’Australia e dei Caraibi, per esempio, non avevano sempre simbionti strettamente imparentati. Questo suggerisce che nei vermi segmentati i batteri originali simbionti erano spesso rimpiazzati da batteri locali.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I risultati di questo studio mostrano chiaramente quanto flessibili e sorprendenti siano le simbiosi marine.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><a href="https://www.mpg.de/10365654/bacteria-worm-partner-exchange" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Max-Planck-Institute for Marine Microbiology', width: 180});" class="imCssLink">https://www.mpg.de/10365654/bacteria-worm-partner-exchange</a></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Closely coupled evolutionary history of ecto- and endosymbionts from two distantly related animal phyla</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Molecular Ecology. DOI: 10.1111/mec.13554</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 12 Mar 2016 17:53:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9q3pb6am</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9q3pb6am</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Un antico pesce chiarisce l’evoluzione dei vertebrati e facilita i confronti fra umani e pesci ossei]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Genetica"><![CDATA[Genetica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_z7s1sp77"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/luccio.jpg"  title="" alt="" style="width:720px; height: 475px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per collegare la biologia umana ai modelli biomedici dei pesci un gruppo di ricercatori ha sequenziato il genoma del luccio maculato (<i>Lepisosteus oculatus</i></span><span class="fs16">) il cui lignaggio iniziò a divergere da quello dei teleostei prima della duplicazione del genoma dei teleostei. Il genoma a lenta evoluzione del luccio ha conservato in contenuto e dimensioni molti cromosomi interi degli antenati vertebrati ossei.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nello studio, pubblicato nella rivista online <a href="http://www.nature.com/ng/journal/vaop/ncurrent/full/ng.3526.html" onclick="return x5engine.imShowBox({ swipeImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imSwipe.png', closeImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imClose.png', loadingImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imLoad.gif', startIndex: 0, media:[{type: 'iframe', url: 'http://www.nature.com/ng/journal/vaop/ncurrent/full/ng.3526.html', width: 800, height: 600, description: ''}]}, 0, this);" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Nature Genetics', width: 180});" class="imCssLink">Nature Genetics</a>,  il genoma del luccio maculato (<i>Lepisosteus oculatus</i>) è risultato simile a quello del pesce zebra e degli umani. Questo fa si che questo pesce possa essere utilizzato come specie ponte allo scopo di trovare nuove vie per importanti avanzamenti nella ricerca biomedica delle malattie nell’uomo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Appena analizzati i dati i ricercatori hanno realizzato che il genoma del luccio maculato era un deposito evolutivo di antichi materiali genetici. Nel luccio sono risultati presenti molti geni trovati nell’uomo ma non nel pesce zebra, un pesce adatto alla ricerca biomedica e, similmente, i geni presenti nel pesce zebra, ma non nell’uomo, si trovavano anche nel luccio. Questa specie relitta mantiene caratteristiche ancestrali perse da altri pesci o dall’uomo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In aggiunta nel luccio si trovano numerosi elementi genetici non codificanti, evolutivamente conservati, che sono spesso legati a malattie dell’uomo, ma  non riscontrabili direttamente nel pesce zebra e che quindi non possono essere studiati nei modelli medici più comuni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La conclusione, secondo gli studiosi, è che le sequenze di elementi non codificanti conservate nell’uomo, nel luccio e nel pesce zebra anche se non codificano per proteine, devono pur rappresentare qualcosa di importante.  Ora, se come prima cosa si confronta l’uomo con il luccio e quindi il luccio con il pesce zebra sarà allora possibile metterli in relazione. Il luccio rappresenta il tramite.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il significato della scoperta è che i ricercatori biomedici dovrebbero essere capaci di identificare una regione genetica associata a malattia nell’uomo, localizzare la regione corrispondente nel luccio maculato, e inserirla nella località appropriata nel pesce zebra o altri modelli di pesci, per poter potenzialmente comprendere lo sviluppo delle malattie.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il genoma del luccio maculato apre uno spiraglio sull’evoluzione dei piani del corpo dei vertebrati, includendo ad esempio come le pinne si sono evolute in arti che hanno permesso di camminare sulla terra. In aggiunta  i lucci hanno denti che contengono smalto e forti scaglie contenenti ganoina, che a lungo si è pensato fosse simile allo smalto trovato nei denti dell’uomo. Lo studio sull’attività di questo gruppo di geni suggerisce che i nostri denti si sono originati da programmi  genetici che formavano le scaglie protettive nella pelle degli antichi gnatostomi.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">CREDIT: PHOTO BY SOLOMON DAVID<div>Materiali tratti da:<a href=" http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-03/uoo-zah030416.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">&nbsp;<span class="fs13">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-03/uoo-zah030416.php</span></a></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 Mar 2016 16:34:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=z7s1sp77</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/z7s1sp77</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La battaglia fra microrganismi durante i bloom algali]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Alghe"><![CDATA[Alghe]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7bl635ed"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/bloomweb.jpg"  title="" alt="" style="width:736px; height: 552px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Due ricercatori della University of Southern California hanno prelevato campioni d'acqua immediatamente dopo ogni episodio di bloom algale e hanno scoperto che la nuvola di microrganismi era tutt’altro che uniforme. Al contrario, essi hanno trovato tracce di una guerra continua fra dozzine di  specie, con il sopravvento di organismi differenti su base giornaliera.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Conoscere le dinamiche del fitoplancton è importante non solo perchè esso rappresenta la base delle reti alimentari negli oceani ma gli organismi che lo compongono sono anche i principali spazzini dell’anidride carbonica proveniente dall’atmosfera.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli scienziati si sono chiesti a lungo cosa fosse ad innescare le fioriture di alghe, incluse le maree rosse causate dai dinoflagellati tossici che avvelenano la vita marina, come ad es. i leoni marini, e possono rendere i bivalvi dell’area insicuri da mangiare. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I dinoflagellati e altre alghe tossiche erano alcuni dei microrganismi che dominavano le fioriture periodicamente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In aggiunta, come variava il fitoplancton, così variavano le specie di batteri e altri microrganismi che si cibavano del materiale organico da essi prodotto. In uno dei campioni,  il team fu sorpreso  di scoprire che le specie dominanti appartenevano a un gruppo chiamato Archea – microrganismi a singole cellule che una volta si pensava vivessero solo in ambienti estremi come le sorgenti calde. Temperatura e contenuto di nutrienti negli oceani hanno mostrato di poter scatenare i bloom di fitoplancton ma le vere cause rimangono ancora largamente imprevedibili.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Materiali tratti da:&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16"><a href="http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-02/uosc-mdi022916.php" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Eurekalert', width: 180});" class="imCssLink">http://www.eurekalert.org/pub_releases/2016-02/uosc-mdi022916.php</a></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Feb 2016 15:29:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=7bl635ed</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/7bl635ed</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’introduzione di nuove specie accelera il processo evolutivo in un lago a Vancouver Island]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Ecologia"><![CDATA[Ecologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_5460s0pf"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/larger-16-EnosLake-stickleback-fish1.jpg"  title="" alt="" style="width:593px; height: 290px;" class="fright" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una nuova ricerca della University of Faculty of Science British Columbia mostra che quando gli uomini accelerano processi evolutivi normalmente lenti, introducendo nuove specie, questo può determinare impatti durevoli nell’ecosistema.  Il fenomeno è conosciuto come speciazione inversa e i ricercatori hanno osservato questo fenomeno nell’ Enos Lake a Vancouver Island dove due specie simili di spinarello sono scomparse nell’arco di tre anni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quando due specie simili vivono nello stesso ambiente, esse svolgono spesso compiti diversi, e la loro estinzione ha gravi conseguenze per l’ecosistema.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Due specie di spinarello vivevano nel lago. Una viveva al centro del lago e si cibava principalmente di zooplancton, mentre l’altra viveva vicino a riva mangiando insetti nel loro stadio larvale in acqua. Verso la metà degli anni ’90 fu introdotto nel lago un tipo di gambero. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fra il 1994 e il 1997 i ricercatori hanno documentato come entrambe le specie siano scomparse come risultato dell’ibridazione, lasciando solo le specie ibride.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In questo studio pubblicato su Current Biology i ricercatori hanno documentato come il passaggio da due distinte specie ad una specie ibrida abbia impattato l’ecosistema del lago. Il nuovo tipo di spinarello non svolge tutte le funzioni dei suoi predecessori. Esso trascorre più tempo vicino alla riva del lago e mangia insetti più grandi. Come risultato il numero di piccoli insetti che escono dal lago è aumentato, mostrando come i cambiamenti nel lago possono causare cambiamenti anche negli ecosistemi terrestri.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Con il nuovo ibrido i ricercatori hanno anche trovato che le foglie che cadono nel lago non si decompongono così velocemente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli autori dello studio dicono che questo è solo un esempio di speciazione inversa e che sta diventando un fenomeno più comune particolarmente in ambienti alterati dall’uomo. Essi dicono inoltre che il Canada è a maggior rischio di questi eventi  perché le “giovani specie” sono inclini alla speciazione inversa.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">http://science.ubc.ca/news/newly-introduced-species-fish-speeds-evolution-bc-lake </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Image Credit: Photo by Ernie Cooper. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(16)00040-3</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Feb 2016 16:36:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=5460s0pf</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/5460s0pf</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’acidificazione degli oceani causa deformità strutturali negli scheletri di forme giovanili di coralli]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Acidificazione_Oceani"><![CDATA[Acidificazione Oceani]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7170s52m"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/F1.large2.jpg"  title="" alt="" style="width:745px; height: 376px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances suggerisce che l’acidificazione degli oceani potrebbe essere la preoccupazione maggiore per il successo del reclutamento delle forme giovanili dei coralli.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le crescenti concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica (CO2), causa dell’aumento sia della temperatura sia dell’acidità degli oceani,  potrebbero ridurre i tassi di calcificazione dei coralli a livello globale. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per garantire un rifornimento  continuo e la massima possibilità di sopravvivenza degli ecosistemi dei reef corallini, il successo del reclutamento e gli alti tassi di calcificazione delle forme giovanili sono di fondamentale importanza.  </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo studio mostra che l’acidificazione degli oceani  non causa solamente una riduzione complessiva della deposizione minerale ma sviluppa anche una struttura scheletrica deformata e porosa in reclute appena insediate. </span><div><span class="fs16">Al contrario, le temperature elevate (+3°C) mostrano un effetto minimo sulla formazione dello scheletro, tranne mitigare parzialmente gli effetti delle pressioni elevate di CO2. </span></div><div><span class="fs16">Le eccezionali deformità scheletriche osservate evidenziano che, alle pressioni di CO2 previste per la fine di questo secolo, le nuove reclute sono a rischio significativo di essere incapaci di costruire efficacemente i loro scheletri.</span></div><div><br></div><div><span class="fs13">Materiali tratti da <a href="http://advances.sciencemag.org/content/2/2/e1501130" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Science Mag', width: 180});" class="imCssLink">http://advances.sciencemag.org/content/2/2/e1501130 </a></span></div><div><span class="fs13">Ocean acidification causes structural deformities in juvenile coral skeletons</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><div>Science Advances  19 Feb 2016:</div><div>Vol. 2, no. 2, e1501130</div><div>DOI: 10.1126/sciadv.1501130</div><div><br></div></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Feb 2016 13:59:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=7170s52m</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/7170s52m</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le farfalle di mare volano sott’acqua allo stesso modo degli insetti nell’aria]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Molluschi"><![CDATA[Molluschi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_721n5403"><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/c0216802-sea_butterfly-spl-1200x800.jpg"  title="" alt="" style="width:730px; height: 487px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Quale eccellente esempio di convergenza evolutiva, gli scienziati dell’Università di Baltimora sono riusciti per la prima volta a descrivere, in modo  dettagliato, il movimento delle ali delle farfalle di mare (<i>Limacina helicina</i>), appartenenti ai Tecosomata, un sott’ordine di molluschi Opistobranchi. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista <a href="http://jeb.biologists.org/content/219/4/535" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Underwater flight by the planktonic sea butterfly', width: 180});" class="imCssLink">Journal of Experimental Biology</a>  Sebbene gasteropodi e insetti si siano differenziati 550 milioni di anni fa, le lumache di mare usano lo stesso meccanismo degli insetti, che consiste nel riunire le loro ali e allontanarle rapidamente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">È molto sorprendente trovare  un organismo dello zooplankton che imita il volo degli insetti considerando che, in questo tipo di ambiente, quasi tutto lo zooplankton  nuota utilizzando le appendici come remi invece che come ali.</span></div><div><br></div><div>Materiali tratti da: https:<a href="https://www.newscientist.com/article/2078092-sea-butterflies-fly-underwater-just-like-insects-do-in-the-air/" onclick="return x5engine.imShowBox({ swipeImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imSwipe.png', closeImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imClose.png', loadingImg: 'http://www.scubamonitor.it/res/imLoad.gif', startIndex: 0, media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.newscientist.com/article/2078092-sea-butterflies-fly-underwater-just-like-insects-do-in-the-air/', width: 800, height: 600, description: ''}]}, 0, this);" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'New Scientist', width: 180});" class="imCssLink">//www.newscientist.com/article/2078092-sea-butterflies-fly-underwater-just-like-insects-do-in-the-air/</a><br></div><div>Journal reference: Journal of Experimental Biology, DOI: 10.1242/jeb.129205<br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 Feb 2016 17:50:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=721n5403</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/721n5403</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le complesse interazioni fra spugne e coralli – Un interessante caso dal Sulawesi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Poriferi"><![CDATA[Poriferi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_52n0h80x"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/20-aprile-echinopora-chalinula-P1060261--6-.jpg"  title="" alt="" style="width:746px; height: 560px;" /><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><i class="fs16">Chalinula nematifera</i><span class="fs16"> è una spugna incrostante comune nell’Indo-Pacifico, capace di crescere su coralli vivi. Dati di distribuzione di </span><i class="fs16">C. nematifera</i><span class="fs16"> sono frammentari; la sua presenza è stata documentata come potenziale minaccia per i reef corallini della costa messicana del Pacifico (Ávila and Carballo 2009). Attraverso indagini visive standardizzate, ricavate nel mese di aprile 2012, lungo 830 miglia nautiche nella costa orientale del Sulawesi (Indonesia), la presenza della spugna è stata registrata frequentemente in diversi siti: nello Stretto di Lembeh,  Tanjung Flesko, Pangkalsian, Karang Vesuvius, Wakatobi. C. nematifera è stata osservata mentre si diffondeva sia su parti morte dei coralli, sia su colonie viventi di corallo. Diversamente da lungo la costa messicana del Pacifico, dove la spugna è stata segnalata quasi esclusivamente solo sul corallo ramificato Pocillopora verrucosa (Ávila and Carballo 2009) e mai su coralli massivi, noi abbiamo trovato </span><i class="fs16">C nematifera</i><span class="fs16"> anche su: coralli massivi-incrostanti come </span><i class="fs16">Mycedium elephantothus, Platygira daedalea, Echinopora</i><span class="fs16"> sp., </span><i class="fs16">Favia</i><span class="fs16"> sp., </span><i class="fs16">Pachyseris</i><span class="fs16"> sp. e </span><i class="fs16">Goniastrea</i><span class="fs16"> sp.; laminari come </span><i class="fs16">Pectinia</i><span class="fs16"> sp.; ramificati come </span><i class="fs16">Pocillopora</i><span class="fs16"> sp., </span><i class="fs16">Stylophora </i><span class="fs16">sp. e </span><i class="fs16">Seriatopora</i><span class="fs16"> sp..</span><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/chalinula-bangka.jpg"  title="" alt="" style="width:257px; height: 343px;" class="fright" /></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nelle fasi iniziali di rivestimento dei coralli un bordo di colore bianco è molto evidente nel punto di contatto con la spugna. Queste fasce di corallo spoglio suggeriscono chiaramente la produzione di allelochimici capaci di uccidere il tessuto corallino. Il muco viscido prodotto dalla spugna potrebbe essere coinvolto in questo tipo di interazione competitiva.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La crescita della spugna, valutata su ramificazioni di <i>Acropora</i>, è veloce, circa 60 mm al mese. Questi tassi sono più alti di quelli osservati in altre specie di spugne. Pur essendo questa specie comune in tutto l’Indo-Pacifico, il suo ruolo nei reef corallini non è stato ancora ben studiato. I nostri dati suggeriscono chela diffusione  <i>C. nematifera</i> potrebbe rappresentare una minaccia da monitorare attentamente in futuro, per comprendere meglio gli standard di distribuzione, le dinamiche di crescita e reclutamento negli ecosistemi dei reef corallini dell’indo-Pacifico.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">References</span><div><span class="fs16">Ávila E, Carballo JL (2009) A preliminary assessment of the invasiveness of the Indo-Pacific sponge Chalinula nematifera on coral communities from the tropical Eastern Pacific. Biological Invasions 11 (2):257-264</span></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;">G. Rossi, S. Montori, C. Cerrano &amp; B. Calcinai<br><div>Italian Journal of Zoology</div><div><span class="fs13">Volume 82, Issue 1, 2015</span><br></div><div><span class="fs13"><a href="http://www.tandfonline.com/eprint/aPJp2VAkC6ds7HcJrhH9/full" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Italian Journal of Zoology', width: 180});" class="imCssLink">http://www.tandfonline.com/eprint/aPJp2VAkC6ds7HcJrhH9/full</a></span><br></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 19 Dec 2015 10:29:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=52n0h80x</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/52n0h80x</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le capacità di caccia degli squali distrutte dai cambiamenti climatici]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0hrg2553"><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/news-banner-r-port-jackson-shark.jpg"  title="" alt="" style="width:732px; height: 239px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Esperimenti a lungo termine effettuati da ricercatori dell’Università di Adelaide (Australia) hanno dimostrato che il riscaldamento delle acque e l’acidificazione degli oceani avranno effetti nocivi sulla capacità degli squali di andare incontro alle loro richieste di energia, questo porterà ad effetti a cascata su interi ecosistemi oceanici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo lo studio, pubblicato su <a href="http://www.nature.com/articles/srep16293" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Ocean acidification and global warming impair shark hunting behaviour and growth', width: 180});" class="imCssLink">Scientific Reports</a>,  lo sviluppo dell’embrione è più veloce a temperature più elevate. Ma la combinazione di acque più calde e aumentate concentrazioni di CO2 accrescono le richieste energetiche riducendo l’efficienza metabolica e rimuovendo la capacità degli squali di localizzare il cibo attraverso l’olfatto. Questi effetti portano ad una notevole riduzione del tasso di crescita  degli squali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Secondo i ricercatori in acque più calde gli squali sono più affamati ma, a causa dell’incremento di CO2, non riescono a trovare il cibo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Con una ridotta capacità di cacciare gli squali non saranno più capaci di esercitare lo stesso controllo top-down sulle reti alimentari marine, cosa essenziale per mantenere in salute gli ecosistemi oceanici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Molti studi che hanno esaminato gli effetti dell’acidificazione degli oceani e dei cambiamenti climatici sul comportamento dei pesci si sono concentrati sulla predazione di piccoli pesci. Studi a lungo termine sul comportamento e la fisiologia dei grandi predatori a lunga vita mancavano grandemente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Oggi un terzo delle specie di squali e razze sono minacciati a causa dell’eccesso di pesca. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I cambiamenti climatici e l’acidificazione degli oceani aggiungeranno un nuovo livello di stress che accelererà i loro tassi di estinzione.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">Materiali tratti da: <a href="http://www.adelaide.edu.au/news/news81662.html" target="_blank" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'University of Adelaide', width: 180});" class="imCssLink">http://www.adelaide.edu.au/news/news81662.html</a>&nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 12 Nov 2015 09:04:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=0hrg2553</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/0hrg2553</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'invasione degli Pterois]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Specie_aliene"><![CDATA[Specie aliene]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_b23j5a7a"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010038.jpg"  title="" alt="" style="width:540px; height: 389px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le invasioni biologiche consistono nell’arrivo, sopravvivenza, riproduzione e dispersione di una specie in un ecosistema dove la specie non esisteva in precedenza (Carlton 1989).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’invasione degli <i>Pterois</i> nelle acque della Regione Atlantico-Caraibica rappresenta il primo caso di invasione di una pesce tropicale dal Pacifico occidentale all’Atlantico.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli <i>Pterois</i> sp., comunemente chiamati pesci scorpione o pesci leone, appartengono alla famiglia degli Scorpenidi. Questi pesci hanno un aspetto zebrato costituito da strisce bianche e marroni e si caratterizzano per la presenza di raggi spinosi disposti a ventaglio nelle pinne dorsali, pettorali e anali, le loro dimensioni possono raggiungere i 50 cm. Si tratta di specie native dell’Indo-Pacifico ma che presentano un areale di distribuzione eccezionalmente ampio che va dal Mar Rosso all’Australia. Fino a pochi anni orsono l’unica zona non colonizzata dai pesci leone era la regione Atlantico-Caraibica. Questo fino a quando alcuni esemplari, di probabile provenienza da acquari marini tropicali, non hanno iniziato a diffondersi anche in quella regione. Esistono diverse specie che appartengono al genere <i>Pterois</i>, nei Caraibi la prima specie identificata fu <i>Pterois volitans</i> ma in seguito sono stati individuati anche esemplari di <i>Pterois miles</i>.</span><br></div><div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/manado-9-073.jpg"  title="" alt="" style="width:311px; height: 234px;" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010057.jpg"  title="" alt="" style="width:389px; height: 235px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Piuttosto rari nei loro territori nativi gli <i>Pterois</i> hanno avuto una diffusione enorme nell’area caraibica. In pochi anni, essi si sono moltiplicati al punto tale da essere considerati una vera e propria minaccia per gli organismi nativi dell’ecosistema dei reef corallini caraibici. In esperimenti controllati effettuati nel 2005 un singolo <i>Pterois</i> dimostrò di poter ridurre il numero degli altri pesci del 79% nell’arco di 5 settimane. I ricercatori hanno testimoniato che pesci cardinale, donzelle, pesci pappagallo venivano tutti mangiati dagli <i>Pterois</i>. Uno solo di questi esemplari era in grado di consumare 20 piccoli pesci nell’arco di 30 minuti. Sembra che i pesci nativi non riconoscano il pesce leone come un potenziale pericolo e quindi si avvicinino incautamente fino a finire ingoiati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Una delle cause principali di questa invasione è molto probabilmente legata alla produzione di uova delle femmine mature. Queste possono deporre migliaia di uova ogni ciclo, che può essere ripetuto ogni 55 giorni, in tutte le stagioni dell’anno. I ricercatori pensano che quello che tiene sotto controllo il proliferare di questi organismi in altre aree sia dovuto alla presenza di alcuni predatori naturali di tali uova, che però risulterebbero assenti nella regione atlantica.</span></div></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Un altro motivo è probabilmente legato alla mancanza di predatori di organismi adulti. Le cernie, conosciute come predatori naturali degli <i>Pterois</i>, sono state oggetto di uno sfruttamento che ha depauperato i reef locali ad un livello tale da non essere assolutamente in grado di tenere sotto controllo questi invasori. Inoltre la presenza di numerose spine velenose non rendono gli <i>Pterois</i> un boccone particolarmente appetibile neanche agli stessi squali.</span><div><span class="fs16">Il problema principale è legato invece proprio all’appetito dei pesci leone. In un’analisi del contenuto gastrico di alcuni <i>Pterois</i> sono stati riscontrati fino a 22 grugnitori. Un pesce leone di circa 40 cm aveva nello stomaco un pesce lungo 23 cm.</span></div><div><span class="fs16">La rapida colonizzazione della regione caraibica da parte dei pesci leone costituisce oggi una della principali minacce alle risorse marine di quell’area a causa dell’alto tasso di predazione che questi pesci esercitano su pesci e crostacei, che rappresentano una risorsa vitale per la locale industria della pesca e del turismo.</span><br></div><div><span class="fs16">Nel Mar Mediterraneo, ad oggi, secondo il CIESM (Commissione Scientifica del Mediterraneo) esiste un’unica segnalazione di un avvistamento di <i>Pterois miles</i> e risale al 1992 quando è stata riscontrata la sua presenza di fronte alle coste di Israele.</span></div><div><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">Riferimenti </span></div><div><br></div><div><span class="fs16"><i>The western Pacific red lionfish, Pterois volitans (Scorpaenidae), in Florida: Evidence for reproduction and parasitism in the first exotic marine fish established in state waters</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Ramon Ruiz-Carusa, Richard E. Matheson, Jr.a, Daniel E. Roberts, Jr.a and Paula E. Whitfieldb</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Biological Conservation: Volume 128, Issue 3, March 2006, Pages 384-390</i></span></div><div><br></div><div><span class="fs16"><i>Biological invasion of the Indo-Pacific lionfish Pterois volitans along the Atlantic coast of North America</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Paula E. Whitfield1, Todd Gardner, Stephen P. Vives, Matthew R. Gilligan, Walter R. Courtenay Jr., G. Carleton Ray, Jonathan A. Hare</i></span></div><div><span class="fs16"><i>MARINE ECOLOGY PROGRESS SERIES: Vol. 235: 289–297, 2002</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>PATTERNS OF TRANSOCEANIC MARINE BIOLOGICAL INVASIONS IN THE PACIFIC OCEAN</i></span></div><div><span class="fs16"><i>James T. Carlton</i></span></div><div><span class="fs16"><i>BULLETIN OF MARINE SCIENCE, 41(2): 452-465, 1987</i></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 12:58:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=b23j5a7a</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/b23j5a7a</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Una proposta di legge che farà discutere]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Subacquea"><![CDATA[Subacquea]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_537hmyx4"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">A fine anno 2010 è iniziato l’iter legislativo alla camera di due Proposte di legge, la n. 3943 (Primo firmatario Di Stanislao, IdV) e 3626 (Chiappori ed altri, Lega Nord), su:</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">"Disposizioni in materia di affondamento di navi radiate dai ruoli del naviglio militare per il ripopolamento della fauna ittica e la promozione del turismo subacqueo".</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Come sempre accade in questi casi, numerosi saranno i sostenitori di questa proposta come altrettanto cospicua sarà la quantità di persone che avranno invece da obiettare. Da subito mi schiero con quest’ultima categoria.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Che i vari relitti sparsi in giro per il Mediterraneo rappresentino delle importanti mete subacquee non si discute. Prendiamo atto che, anche se involontariamente, questi relitti hanno sviluppato a volte una fauna particolarmente rigogliosa, difficile da riscontrare anche nei migliori siti subacquei: inoltre un grande numero di persone è interessato a visitare i relitti rendendo questo genere di immersioni un importante business per tutti i gestori di diving. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ma tutto questo non è certamente sufficiente per giustificare l’idea di affondare volontariamente le navi dismesse. Un principio basilare, da non mettere assolutamente in discussione, è che il Mediterraneo come tutti gli altri mari del pianeta ha trovato nella sua lunga storia degli equilibri che l’uomo è riuscito fino ad oggi a modificare solamente in peggio e questo è un dato incontrovertibile. Quindi meno interventi tesi a modificare questi equilibri facciamo, meglio è. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Si può obiettare che l’iniziativa ha finalità positive e che le risorse destinate a questo scopo produrranno risultati favorevoli nel senso già descritto sopra.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Purtroppo è altrettanto vero che ormai da tempo le risorse destinate a promuovere attività finalizzate alla conoscenza dell’ambiente marino mediterraneo e al coinvolgimento delle persone alla sua protezione e conservazione sono pressoché inesistenti e lasciate all’iniziativa di pochi appassionati, che nonostante tutto dedicano buona parte del loro tempo libero e risorse a questo scopo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il Mediterraneo, in confronto agli oceani occupa una superficie assolutamente irrisoria del pianeta, ciononostante è considerato uno degli ecosistemi marini più importanti in assoluto. Pur avendo dimensioni relativamente ridotte, le conoscenze che noi abbiamo di questo mare sono però inconsistenti. Non siamo neanche in grado di decidere cosa eventualmente meriti protezione ai fini della conservazione proprio perché non abbiamo dati sufficienti per prendere questo tipo di decisioni. Ecco perché, se vogliamo investire seriamente per il futuro del “Nostro Mare”, è in questo senso che dobbiamo impegnarci e non certamente su proposte che possono sembrare suggestive e accattivanti ma che all’atto pratico produrrebbero il classico buco nell’acqua che non possiamo sperare di chiudere gettandovi dentro le navi da demolire.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Invito tutti a scrivere il proprio parere</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Al seguente indirizzo internet è possibile consultare, relativamente alle proposte di legge, quanto di seguito riportato: http://documenti.camera.it/Leg16/dossier/Testi/DI0295_0.htm </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">“In relazione alla proposta di legge in esame si segnala che, sia al fine di promuovere il turismo subacqueo, sia al fine di favorire la creazione di vere e proprie oasi biologiche ed il ripopolamento ittico, si è sviluppata negli ultimi anni, in diversi Paesi, la pratica dello scuttling, l’affondamento intenzionale di relitti, opportunamente preparati e bonificati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Lo scuttling genera il ripopolamento ittico e realizza barriere antistrascico che consentono di ricostruire le risorse biologiche costiere degradate da un intenso sfruttamento di pesca. Il relitto crea una barriera artificiale sommersa che ha la capacità di richiamare grandi quantità di pesci ed altri organismi marini, soprattutto offrendo appiglio alle forme sessili (quali spugne, gorgonie, ecc.) e di proporre nuovi e suggestivi scenari per la subacquea ricreativa.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Tutte le strutture poste in mare possono fungere da barriere artificiali, ma si sta sviluppando, in particolare, lo scuttling delle navi da guerra, previa operazione di bonifica e nel rispetto delle condizioni di massima sicurezza ambientale. Tra i Paesi che hanno già realizzato simili operazioni si segnalano gli Stati Uniti e l’Australia. </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel 2006 gli Stati Uniti hanno proceduto all’affondamento intenzionale della ex portaerei della US Navy “Oriskany”, nell’ambito di un programma di costruzione di reef artificiali (barriere artificiali). La nave è il primo esempio di riconversione “ambientalista” di una nave da guerra ed è diventata il più grande reef artificiale del mondo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La Oriskany ha una stazza di 30.000 tonnellate ed è lunga 276 metri; fu varata nel 1945 e radiata nel 1989 ed è stata affondata, tramite 230 Kg. di esplosivo, al largo di Pensacola, in Florida, il 17 maggio 2006, dopo che la Marina aveva provveduto, d’intesa con l’Agenzia per la Protezione Ambientale USA, a completare il lavoro bonifica necessario per il naufragio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La nave si è adagiata sul fondo in posizione di navigazione ad una profondità di 41 metri (ponte di volo); dopo l’uragano Gustav (2008) la nave si è ulteriormente inabissata di 3 metri.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nel maggio 2009 è stata affondata, allo stesso scopo, al largo dell’isola di Key West, In Florida, la nave da trasporto militare USA “Gen. Hoyt S. Vandenberg” (10.000 tonnellate), dismessa nel 1993. Le operazioni di preparazione ambientale e di bonifica per la conversione in un reef artificiale sono costate circa 8,5 milioni dollari.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’Australia ha proceduto all’affondamento provocato della ex fregata militare HMAS Canberra da 4.100 tonnellate, vicino Barwon Heads, sulla penisola Bellarine per trasformarla in attrazione per le immersioni subacquee. La riserva marina è stata inaugurata nel dicembre 2009.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nello specifico, l’articolo unico della proposta di legge in esame autorizza il Ministero della difesa a definire, d'intesa con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e con le regioni territorialmente competenti, un piano di affondamento delle navi radiate dai ruoli del naviglio militare, con l'obiettivo di costituire zone di ripopolamento ittico, di incrementare il patrimonio culturale sommerso e di incentivare il turismo subacqueo (comma 1).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Al riguardo, si segnala che, il 21 luglio 2009, la Commissione difesa della Camera dei deputati ha esaminato, in sede consultiva, l’A.C. 2411, recante ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, adottata a Parigi il 2 novembre 2001. Il relatore, nel proporre l’espressione di un parere favorevole sul provvedimento, ha messo in evidenza l’opportunità di “comprendere se le Forze Armate non possano fare di più per il mare e l'ambiente marino, ad esempio considerando anche l'idea di produrre, con affondamenti di navi radiate dal registro militare ed opportunamente «ripulite», futuri beni culturali sommersi, che, tra l'altro, con il tempo si potrebbero trasformare in zone di interesse turistico subacqueo”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il relatore auspicava, quindi, un'apposita iniziativa legislativa”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La Commissione ha condiviso all’unanimità la citata proposta di parere favorevole dopo che anche il Governo ha dichiarato la piena disponibilità a favorire iniziative legislative che vadano nella direzione auspicata dal relatore. </span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il successivo comma 2 specifica che tali affondamenti sono eseguiti dalla Marina militare previa bonifica delle navi, dalle quali sono asportati tutti gli elementi potenzialmente inquinanti e i materiali ritenuti pericolosi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il comma 3 precisa che il perfezionamento della bonifica deve essere certificato dalle competenti autorità del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Relativamente alla bonifica delle navi da affondare e alle conseguenti procedure di affondamento, si osserva che le disposizioni previste dalla proposta di legge in esame potrebbero risultare in concreto eccessivamente generiche, anche alla luce del fatto che trattasi di un tipo di attività finora non previsto in modo specifico dalla normativa. Andrebbe, pertanto, valutata, l’opportunità di prevedere una disciplina più dettagliata, magari demandandone la definizione ad apposito decreto interministeriale di attuazione che indichi in modo dettagliato i criteri e le norme tecniche da seguire.”</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 19:32:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=537hmyx4</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/537hmyx4</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Tra compatta e reflex, scelgo EVIL]]></title>
			<author><![CDATA[Marco Boncompagni]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=FotoSub"><![CDATA[FotoSub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_a08h45r3"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L’avvento del digitale innegabilmente ha portato molti cambiamenti nel mondo della fotografia.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In campo fotosub, se mi si passa la facile battuta, direi che i cambiamenti sono stati veramente profondi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Rispetto al mondo della pellicola, semplificazione nell’uso, caduta dei prezzi, crescita della qualità e aumento dell’offerta, hanno rapidamente fatto proseliti tra i sub. Persino tra quelli che per una vita hanno sostenuto il più fermo disinteresse, magari anche per nascondere la difficoltà di misurarsi con un mondo, come quello della pellicola, spesso avaro di soddisfazioni per chi non poteva praticare con continuità, dedizione e convinzione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Oggi è assai raro quando ci si immerge non vedere nel gruppo almeno una fotocamera al seguito, magari una compatta con custodia in policarbonato, piuttosto che un’ingombrante DSLR (Digital Single Lens Reflex) con lunghi bracci e flash esterni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il fatto è che le compatte digitali hanno raggiunto una qualità che quelle analogiche nella maggior parte dei casi non potevano neanche lontanamente vantare, costano poco, sono semplicissime da usare e fanno persino ottime riprese video. Siamo al punto in cui, salvo rarissime eccezioni, ogni casa produttrice di compatte preveda per le proprie macchine programmi “underwater” nel menù. Addirittura molte commercializzano custodie subacquee in policarbonato dedicate ai loro apparecchi, cosa assolutamente impensabile prima dell’avvento del digitale.</span></div><div><span class="fs16">La platea di interessati si allarga, il tempo passa, si accrescono le esperienze e conseguentemente comincia il processo di evolu</span><span class="fs16">zione.</span></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fotocamererid2.jpg"  title="" alt="" style="width:600px; height: 228px;" /><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Così da Fotosub habilis dotati di compatta, diventiamo Fotosub erectus dotati di compatta e flash esterno e da qui la strada verso il Fotosub sapiens che lascia la compatta per la DSLR è spianata.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Alzi la mano chi dopo due anni di scatti più o meno riusciti con la compatta, non abbia pensato almeno una volta al “passaggio di categoria”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per i fotografi consapevoli, il passaggio alla DSLR avviene con l’aspettativa dell’ampliamento delle possibilità creative principalmente per due motivi:</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">• possibilità di sostituire le ottiche;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">• un sensore più prestante (che non significa necessariamente più megapixel, ma sicuramente dimensioni maggiori). </span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il discorso delle ottiche è probabilmente più immediato da comprendere, l’ottica più adatta al caso e la maggiore risoluzione, definizione e luminosità di una lente di diametro maggiore, possono fare sicuramente la differenza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Per il sensore la questione potrebbe essere meno immediata, dopotutto anche le compatte oggi hanno i loro bravi 12-14 Mpixel e allora perché farlo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Spesso si pensa che la qualità di un sensore e a volte dell’intera fotocamera, dipenda dal numero di pixel, “più ce ne sono e meglio è”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In realtà non è proprio così, è più corretto dire che è il rapporto tra il numero di pixel e la dimensione del sensore, a determinare le performance di quest’ultimo (ovviamente fatte salve tutta una serie di altre condizioni sulle quali non vale la pena di dilungarsi in questo momento). In altre parole, la qualità dell’immagine è anche conseguenza dal fatto che non si cerchi un’eccessiva risoluzione (numero di pixel) su una superficie troppo piccola di sensore (cosa che spesso accade nelle compatte e raramente nelle reflex). Si sente spesso dire che questo è un falso problema a meno della necessità di stampare dei poster, ma in realtà è una banalizzazione, perché intanto anche un profano riuscirebbe a vedere delle differenze di nitidezza senza arrivare ad ingrandimenti eccessivi, poi la fotografia subacquea spesso sfrutta la tecnica del “crop”. Croppare (ignobile italianizzazione di un termine inglese) significa ritagliare con un programma di fotoritocco, una porzione dello scatto originario, ricavando così un’immagine più leggibile e/o significativa per il fine desiderato. Capite bene che questo concetto se estremizzato, in pratica potrebbe anche equivalere alla “stampa di un poster” (meglio avere e non usare che necessitare e non avere).</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Visto che ci sono delle ragioni solide che inducono al cambiamento, magari esistono anche dei motivi per non farlo. Direi che intanto possiamo cominciare dal più intuibile e marcato, il costo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Passando a situazioni meno venali, ma pur sempre pratiche, va citato l’ingombro in immersione e il peso e la conseguente difficoltà di trasporto in viaggio. Infine in termini più tecnici, inquadrare in un display o farlo attraverso un oculare con la maschera calzata, fa una certa differenza (è pur vero che alcune DSLR sono dotate di Live View ma per quel che ho potuto vedere si tratta ancora di sistemi abbastanza rudimentali).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fino ad oggi, sulla base di questi elementi, il Fotosub sapiens ragionava e si contorceva sulla decisione di fare il grande passo. Personalmente ritengo che sia tempo di modificare questo schema, introducendo un nuovo elemento.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Eccoci arrivati finalmente (dopo questa lunga ed estenuante premessa) all’oggetto del contendere, ovvero l’irruzione sul mercato da un paio di anni, delle fotocamere “mirrorless” (letteralmente senza specchio) o EVIL, acronimo inglese di Electronic Viewfinder Interchangeable Lens .</span></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fotocamere_2.jpg"  title="" alt="" style="width:600px; height: 331px;" /><br></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Chi macina un po’ di inglese e/o segue la fotografia sotto l’aspetto tecnico/evolutivo ha già capito di che parliamo. Macchine senza specchio (e relativo pentaprisma) tipico del sistema reflex, ma con eguale capacità di cambiare le ottiche e di vedere nell’inquadratura ciò che effettivamente verrà fotografato (attraverso un sistema elettronico di ripresa anziché un rimando ottico). In effetti non è nulla di stravolgente, verrebbe da dire che è stata scoperta l’acqua calda.</span><div><span class="fs16">Ai tempi dell’analogico si diceva che la Leica M fosse la migliore macchina 24x36 del mondo, con un solo neo, non inquadrava ciò che effettivamente sarebbe stato fotografato. Con le compatte digitali si aveva una comodità senza precedenti, peccato per la qualità e i limiti delle ottiche e il sensore sparagnino. Ecco la soluzione, le dimensioni di una compatta con le capacità di una reflex.</span></div><div><span class="fs16">D’incanto le opzioni di scelta per il ns. Fotosub sapiens non sono più due (compatta e reflex) ma tre, quindi verrebbe da dire che il problema si complica. In realtà per le ragioni che cercherò di spiegare nelle righe seguenti, il problema secondo me si semplifica.</span></div><div><span class="fs16">Questa nuova categoria di apparecchi, si sta gradualmente ricavando uno spazio nel mercato, con grande gioia dei sostenitori e notevole resistenza dei detrattori.</span></div><div><br></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fotocamere_3.jpg"  title="" alt="" style="width:600px; height: 258px;" /><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Effettivamente anche chi scrive è annoverabile tra i detrattori, ma solo per l’uso della macchina all’asciutto. </span><div><span class="fs16">A livello ergonomico ritengo questi apparecchi abbastanza scomodi e scarsamente maneggevoli; c’è poi il solito problema della difficoltà di scattare senza oculare in caso di forte illuminamento dell’ambiente (il monitor quando il sole batte forte è praticamente illeggibile se non ombreggiato). Alla fine dei conti, ridurre tanto la dimensione quando comunque a causa dell’ottica non posso infilare la macchina nel taschino a che serve?</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Facciamo però un attimo mente locale alle condizioni subacquee, l’attrezzatura va scafandrata, il che comporta da un lato l’inconsistenza del fattore ergonomico e dall’altro una forte riduzione di ingombro. Evitiamo di tornare sul discorso inquadrare attraverso l’oculare con la maschera o dover addirittura scattare alla cieca (quando la situazione o il soggetto non consentono di allineare la macchina all’occhio) ricordiamo semplicemente che sott’acqua non si verificherà mai una condizione di illuminamento tale da mettere in crisi il monitor LCD.</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Ecco la ragione della semplificazione del problema, le EVIL possono essere non un’alternativa alle DSLR, ma il loro sostituto, riducendo la schiera dei fattori negativi che potevano spostare l’ago della bilancia. Solitamente costano meno di una reflex, sono meno ingombranti e più facili da adoperare, tutto questo pur mantenendo un ottimo livello prestazionale, sensibilmente superiore a quello delle compatte.</span></div><div><span class="fs16">Prima di uscire di casa per l’acquisto però, visto che avete resistito fino ad ora, perdiate ancora un minuto per un ultima riflessione.</span></div><div><br></div></div><div> </div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fotocamere_4.jpg"  title="" alt="" style="width:600px; height: 154px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sul mercato sono già disponibili vari modelli di marchi come Olympus, Panasonic, Samsung, e Sony (spero di non aver omesso nessuno) ma secondo me siamo ancora nella fase di avvio del comparto, prova ne sia il fatto che produttori del calibro di Nikon e Canon, non si sono ancora cimentati e se avete già in casa una reflex di queste marche, avrete anche delle ottiche, sarebbe stupido non poterle sfruttare.<br></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/fotocamere_5.jpg"  title="" alt="" style="width:600px; height: 223px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Comunque se vi siete decisi, vi consiglio prima di innamorarvi di verificare quali modelli dispongono sul mercato di una custodia subacquea (quasi tutti ma non tutti ce l’hanno) poi farei anche attenzione ad alcune funzionalità non indispensabili, ma molto utili come:</span><div><span class="fs16">• capacità di montare ottiche della linea DSLR magari con adattatori, al posto di ottiche dedicate (le linee dedicate solitamente sono più costose e consentono minore scelta);</span></div><div><span class="fs16">• monitor basculante (lasciato inclinato di un 15-20 ° può essere molto utile in condizioni logistiche difficili, sempre che l’alloggiamento custodia lo consenta);</span></div><div><span class="fs16">• doppio slot per le memory card (utilissimo se oltre a fotografare si fanno video e non si vuole chiudere i lavori prima di fine immersione per memoria piena e non dite basta comprare una card più grande)</span></div><div><span class="fs16">• capacità di girare video in full HD</span></div><div><span class="fs16">• flash incorporato (è molto più comodo comandare dei flash esterni in TTL ottico piuttosto che elettrico)</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Buoni scatti a tutti. </span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 19:37:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=a08h45r3</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/a08h45r3</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La Laguna di Truk]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_771u1h53"><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image.jpg"  title="" alt="" style="width:740px; height: 259px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I relitti della laguna di Truk sono una delle mete più famose al mondo per gli appassionati di questo genere di immersioni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La località di Truk (Chuuk in linguaggio indigeno), è situata nel Pacifico occidentale e appartiene insieme a Yap, Kosrae e Pohnpei agli Stati Federati della Micronesia.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Durante la seconda guerra mondiale una significativa parte della flotta dell'Impero Giapponese si trovava nella laguna di Truk. Tale collocazione, altamente strategica per il predomino di tutta l'area del Pacifico, indusse gli americani, nel febbraio del 1944, ad un attacco aereo massiccio in quella che fu soprannominata "Operation Hailstone" che portò all'affondamento dell'intera flotta giapponese, costituita da oltre 50 navi e più di 400 aerei.&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs16">Oggi, dopo un periodo di venticinque anni, in cui le autorità americane dichiararono la laguna "off limits", più di 60 relitti restano a testimonianza di quell'evento e possono essere regolarmente visitati dai subacquei.</span><br></div><div><span class="fs16">Questa storia era già nota da diverso tempo, come pure la bellezza dei relitti che, riposando indisturbati per così tanti anni, potevano vantare ancora una integrità assoluta. Purtroppo il punto di vista più comune che mi era capitato di leggere riguardo alle immersioni a Truk era più spesso legato ad una descrizione dei vari relitti con dettagli sui vari percorsi che riferivano di armi, munizioni, mitragliatrici, bombe, mine e così via. Se per molti appassionati di relitti questa descrizione poteva risultare particolarmente attraente, nel mio caso portava invece ad una riduzione di interesse. </span></div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--1-.jpg"  title="" alt="" style="width:335px; height: 223px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--6-.jpg"  title="" alt="" style="width:399px; height: 221px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La mia esperienza personale lega i relitti ad immersioni spesso piuttosto complicate, ad elevate profondità, dove la discesa nel blu richiede già essa stessa una discreta concentrazione. Molti relitti, a causa della scarsa visibilità, compaiono all'improvviso solo una volta raggiunta una distanza da essi di pochi metri e raramente consentono un accesso al loro interno. Un secondo fatto è legato alla particolare atmosfera che avvolge qualsiasi relitto che spesso è fatta di sensazioni spettrali, a volte angoscianti, che aumentano lo stato di difficoltà descritto in precedenza. Il mio interesse è invece maggiormente legato alla vita nell'ambiente marino per cui sono portato a privilegiare maggiormente tutte quelle sensazioni che in qualche modo derivano dalla biologia ed ecologia propri di questi ecosistemi.&nbsp;<br></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--8-.jpg"  title="" alt="" style="width:228px; height: 152px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--5-.jpg"  title="" alt="" style="width:230px; height: 153px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--7-.jpg"  title="" alt="" style="width:247px; height: 154px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fatta questa lunga, ma doverosa premessa è per i suddetti motivi che, nella programmazione del mio viaggio in Micronesia, ho pensato che fosse doveroso comunque visitare questa famosa località, ma che fosse sufficiente un periodo di tre giorni, con previste 6 immersioni.Ora che questa esperienza è terminata devo confessare che è bastato poco tempo per rendersi conto che Truk è una località speciale. Il paesaggio della laguna è fantastico, attorno spazi enormi con isole interamente ricoperte di verde talvolta circondate da una lingua di sabbia, con un mare costantemente calmo, acque calde e limpide e siti di immersione facilmente raggiungibili a volte in pochi minuti. Ma questa è solamente la descrizione dello scenario di preparazione alla vera sorpresa che è quella che ci attende sott'acqua. I relitti sono in genere facilmente raggiungibili: anche a profondità di oltre 50 metri l'immersione potrebbe essere classificata come facile. Immediatamente l'attenzione viene catturata dalle sagome delle gigantesche navi o dalle carcasse degli aerei che invitano ad una osservazione sia dall'esterno, e in molti casi anche dall'interno. Se si esclude il relitto dello Yongala in Australia, a mio parere una delle immersioni più affascinanti in assoluto, per la prima volta devo dire che la combinazione del relitto con la grande varietà di organismi che in tutti questi anni hanno trovato qui un substrato dove insediarsi, ha facilitato il proliferare di un'abbondanza di vita presente solo nelle scogliere coralline all'esterno della laguna. Le larve di organismi sessili, che non avrebbero potuto trovare un substrato idoneo nel fondale prevalentemente sabbioso della laguna, hanno trovato nei relitti un habitat ideale per la loro sopravvivenza.  </span><div><span class="fs16">Queste vere e proprie oasi attraggono poi tutta una serie di animali, a loro volta capaci di uno spostamento autonomo, che visitano la laguna allo scopo di trovare facili prede e al riparo in genere da grandi predatori che ovviamente non frequentano la laguna. Questa enorme varietà ha reso in questo caso una serie di immersioni, tutte programmate su dei relitti, alla stregua di immersioni effettuate nei migliori reef che io abbia visitato in precedenza. Chi non è attratto solo dalla vista dei grandi pesci scoprirà che i numerosi organismi che hanno popolato i relitti li hanno resi più vivi e vitali di molti reef ormai in grave decadenza. L'assenza di schiere di subacquei che si immergono nel medesimo punto mantiene le immersioni a Truk ancora ad un livello ideale che è ormai andato perduto in diverse località ancora più famose di questa straordinaria laguna.</span></div><div><span class="fs16">L'assenza di schiere di subacquei che si immergono nel medesimo punto mantiene le immersioni a Truk ancora ad un livello ideale che è ormai andato perduto in diverse località ancora più famose di questa straordinaria laguna.</span></div><div>&nbsp;</div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--2-.jpg"  title="" alt="" style="width:238px; height: 357px;" />&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--3-.jpg"  title="" alt="" style="width:237px; height: 356px;" />&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/image--4-.jpg"  title="" alt="" style="width:238px; height: 357px;" /><br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 09:59:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=771u1h53</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/771u1h53</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Ongeim'l Tketau - Le meduse del Jellyfish lake]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6s67ml58"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060662.jpg"  title="" alt="" style="width:700px; height: 467px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Conoscevo già l'esistenza di alcuni laghi in cui era possibile nuotare fra migliaia di meduse senza nessun rischio di essere punti dalle loro urticanti nematocisti, un'esperienza riferita come unica nel suo genere, indimenticabile. Purtroppo qualche amico mi aveva anche parlato della totale scomparsa di queste strane meduse, prive delle loro micidiali armi, utili sia per predare che per non essere predate.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il Jellyfish lake di Palau, Ongeim'l Tketau, come lo chiamano i locali, esiste ancora, le meduse, a milioni, continuano a pulsare durante il loro continuo trasferimento da una parte all'altra del lago e nuotare in mezzo ad esse resta un'esperienza straordinaria, senza uguali. Numerosi turisti ogni giorno si recano in questo lago situato fra le Rock Islands dell'Arcipelago di Palau, uno dei paesaggi più caratteristici del Pacifico Occidentale. Fortunatamente l'impatto umano è ridotto dal fatto che è proibito immergersi con autorespiratori, anche se l'uso delle pinne può certamente arrecare un danno alle fragili strutture delle meduse.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scomparsa delle meduse non dipese comunque dall'impatto dell'uomo; fu un riscaldamento eccessivo delle acque del lago in seguito al fenomeno di El Niño, avvenuto nel 1998, a provocare la morte di tutte le meduse. Per comprendere i motivi del loro ritorno e dei continui spostamenti da una parte all'altra del lago è necessario capire alcune nozioni relative alla biologia di questi strani organismi. Le meduse del Jellyfish Lake appartengono ad una specie comune nel Pacifico, si tratta di Mastigias papua, chiamata anche medusa dorata. La medusa di questo lago è una sottospecie (Mastigias papua etpisoni) derivata da un lungo isolamento del lago dall'ambiente marino circostante, che ha determinato la formazione di un ecosistema originale, con una catena alimentare estremamente semplificata. Le meduse sono avvantaggiate dalla simbiosi con alghe microscopiche (zooxantelle) che vivono all'interno dei loro tessuti e che le riforniscono di gran parte degli alimenti necessari; il resto proviene dal debole potere urticante ancora presente, sufficiente per catturare microorganismi dello zooplancton ad integrazione della loro dieta.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060629.jpg"  title="" alt="" style="width:357px; height: 536px;" />&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060643.jpg"  title="" alt="" style="width:358px; height: 536px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questa simbiosi spiega anche il continuo migrare delle meduse durante il giorno, allo scopo di mantenere il più a lungo possibile le alghe esposte all'energia solare, indispensabile per l'attuazione della fotosintesi clorofilliana.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><div><span class="fs16">Un'altra interessante curiosità è legata al fatto che le meduse terminano sempre i propri spostamenti giornalieri nel punto d'ombra che il sole crea, sia all'alba che al tramonto, ad una certa distanza dal bordo del lago. Il motivo per il quale il sole non raggiunge i margini del lago è dovuto alla collocazione di quest'ultimo al centro di un avvallamento, circondato da alte vette che impediscono ai raggi solari di raggiungere il bordo del lago, sia ad inizio che a fine giornata. Ma il vero motivo per cui le meduse hanno preso come riferimento questo confine dipende dal fatto che oltre questo limite, attaccato al substrato, vive l'anemone Entacmaea medusivora; fermandosi prima del bordo le meduse evitano il contatto con questo loro pericoloso predatore, dal quale finirebbero per essere divorate.</span></div><div><span class="fs16">Tornando invece alle motivazioni che hanno provocato la scomparsa ed il ritorno delle meduse nel lago, è invece necessario aver ben chiaro il seguente originale meccanismo di riproduzione delle meduse.</span></div><div><span class="fs16">La classe degli Scifozoi, alla quale le meduse appartengono, si caratterizza per un ciclo vitale che comprende due principali distinte fasi, una fase di polipo attaccato al substrato ed una planctonica di medusa che costituisce anche la fase in cui avviene la loro riproduzione sessuale.</span></div><div><span class="fs16">Tutto inizia con l'incontro nel plancton dei gameti femminili e maschili (uova e spermatozoi) prodotti dalla medusa, da questi originerà una larva, chiamata planula, ad iniziale vita planctonica ed una successiva, bentonica, fissata a un substrato, sotto forma di polipo.</span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/jelly-P1060656.jpg"  title="" alt="" style="width:343px; height: 515px;" />&nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060657.jpg"  title="" alt="" style="width:347px; height: 519px;" /><br></div><div><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">Il polipo ad un certo punto della sua vita inizia a dividersi in tante piccole efire che rappresentano lo stadio antecedente alla definitiva trasformazione in meduse. A questo punto il ciclo ricomincia. </span><div><span class="fs16">L'episodio di El Nino avvenuto nel 1998, determinò un notevole aumento della temperatura delle acque del lago per un periodo troppo prolungato e questo portò all'espulsione delle alghe dai tessuti delle meduse e alla loro successiva morte. Nel frattempo i polipi sospesero la loro fase di produzione delle efire per cui venne a mancare il continuo apporto di nuove meduse. Fortunatamente, quando le condizioni di temperatura tornarono alla normalità, i polipi lentamente ripresero le loro funzioni e in un arco di tempo di circa un anno le meduse tornarono nuovamente ad affollare le acque del lago. </span></div><div><span class="fs16">Oggi le meduse hanno raggiunto di nuovo livelli paragonabili a quelli precedenti l'episodio di moria. I turisti possono tornare ogni giorno in questa straordinaria località e godere di questa esperienza assolutamente unica. </span></div><div><span class="fs16">Un insegnamento va comunque tratto da questa storia: i cambiamenti climatici a volte possono essere considerati al di sopra delle possibilità di intervento dei singoli individui, ma è utile riflettere che, se a questi si fosse aggiunto anche l'impatto negativo dell'uomo, i tempi di ripresa dei polipi si sarebbero certamente allungati, e difficilmente questi avrebbero potuto sopravvivere così a lungo. Il lago sarebbe rimasto spoglio e privo di questi affascinanti organismi capaci di rendere pulsante la vita dell'intero lago.</span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060624.jpg"  title="" alt="" style="width:735px; height: 490px;" />&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<span class="fs16">&nbsp;</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 18:43:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6s67ml58</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6s67ml58</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Immersioni a Palau (Micronesia)]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_mp84nqm6"><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/paesaggio-P1050667.jpg"  title="" alt="" style="width:749px; height: 131px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">L'Arcipelago di Palau è costituito da un raggruppamento principale di alcune isole più grandi, abitate, e di numerosissime altre piccole isole, tra queste le famose Rock Islands, che formano uno dei paesaggi marini più belli e caratteristici dell'Oceano Pacifico occidentale. Il sistema di reef corallini di Palau è ampio e particolarmente vario, caratterizzato principalmente da un reef di barriera nella parte occidentale, lungo oltre 170 km, che dall'isola di Peleliu a sud va fino a Kossol reef a nord. Sono presenti anche atolli e reef di frangente anche se in alcune località, come ad esempio Peleliu, è difficile parlare di reef veri e propri.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Questo sistema vanta una biodiversità quasi paragonabile a quella di località limitrofe come Indonesia, Filippine e Papua Nuova Guinea. Secondo le valutazioni di alcuni autori la varietà di coralli duri a Palau supera le 400 specie mentre quella dei pesci è di oltre 1200 specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Presso i subacquei di tutto il mondo Palau è nota soprattutto per la notevole facilità di incontro con i grandi pesci pelagici, questa fama non è certamente usurpata, infatti è difficile uscire da varie immersioni senza aver almeno intravisto alcuni squali, a volte assieme a carangidi, barracuda, pesci napoleone e aquile di mare. Un po' più difficile è accontentare gli appassionati di macro, anche se qui sono presenti siti come la laguna dei Mandarin fish che costituisce una delle località al top per fotografare questi variopinti e timidi pesciolini.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span style="text-align: left;" class="fs16">Palau è una località poco minacciata dalla serie di impatti legati alla presenza dell'uomo. Questo soprattutto perché i siti di immersione sono abbastanza lontani dai centri abitati e non esistono altre potenziali minacce. L'unico vero pericolo è rappresentata proprio dalla notevole presenza di subacquei che, nei periodi di alta stagione, possono raggiungere il numero di diverse centinaia al giorno. Per questo motivo a tutt'oggi il principale rischio per i reef corallini di Palau è rappresentato dal riscaldamento globale. Il maggiore episodio di bleaching dei coralli a Palau avvenne nel 1998 in seguito al noto fenomeno di El Niño. In quell'occasione circa il 90% dei coralli reagirono al prolungato riscaldamento delle acque espellendo le alghe simbionti dai loro tessuti, cosa che ne determinò lo sbiancamento e in molti casi la morte.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1050524.jpg"  title="" alt="" style="width:356px; height: 237px;" />&nbsp;&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1070231.jpg"  title="" alt="" style="width:358px; height: 238px;" /></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Ancora oggi, dopo circa 12 anni, immergendosi in questi fondali è evidente il danno subito dal reef. Altrettanto evidente è però il lento recupero e, se non interverranno altri episodi del genere, nei prossimi dieci anni forse Palau potrà nuovamente vantare la presenza di una varietà di coralli seconda solo a quella dell'adiacente area del "Triangolo dei coralli".<br></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Fra i principali siti di immersione a Palau meritano sicuramente di essere citati German Channel e Ulong Channel: in entrambi si finisce l'immersione in modo spettacolare, dentro grandi canaloni, trasportati da una corrente più o meno forte. Lungo il percorso è possibile osservare una varietà di coralli di dimensioni enormi, fra questi una incredibile distesa di Turbinaria mesenterina che domina incontrastata per diverse decine di metri. Mentre su un fondale per lunghi tratti sabbioso, alcuni squali attendono immobili che i pesci pulitori portino a termine il loro lavoro&nbsp;</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Turbinaria-mesenterina-P1060770.jpg"  title="" alt="" style="width:343px; height: 515px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1070291.jpg"  title="" alt="" style="width:342px; height: 514px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Pratica comune in diversi siti a Palau è quella di trascorrere buona parte dell'immersione ancorati a quelli che vengono localmente chiamati "reef hook". Si tratta di semplici uncini legati ad una cima lunga un paio di metri agganciata al jacket che vengono ancorati alle rocce o ai numerosi spunzoni di coralli morti.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Attraverso una leggera insufflazione d'aria nel jacket, si rimane sollevati dal fondo sul bordo di pianori dove le forti correnti che risalgono dalle profondità attraggono grandi quantità di pesci. Con un po' di fortuna è possibile che qualcuno dei numerosi squali presenti possa avvicinarsi anche a distanza di pochi metri.&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/hook.jpg"  title="" alt="" style="width:370px; height: 211px;" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/squali-2.jpg"  title="" alt="" style="width:338px; height: 211px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La scena a cui si assiste normalmente mostra diversi predatori impegnati nella loro quotidiana caccia alle prede e la sensazione che deriva di fronte ad alcune di queste scene è forte e coinvolgente. Fra le località principali dove la pratica del reef hook viene maggiormente sfruttata vi sono l'isola di Peleliu, rinomata per la forza delle correnti che rendono a volte molto pericolose le immersioni, e uno dei siti subacquei più conosciuti al mondo che è Blue Corner.</span><div><br></div><div><span class="fs16">Blue Corner</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Ho effettuato a Blue Corner diverse immersioni e devo dire che la più emozionante è stata certamente l'unica senza l'utilizzo del "reef hook". Nelle altre occasioni buona parte del tempo era trascorsa restando ancorato in un punto, allineato con diversi altri subacquei. La pratica di restare agganciati presenta indubbiamente alcuni vantaggi, come ad esempio il non dover pinneggiare contro corrente oppure evitare di arrecare un maggior danno al reef rispetto al semplice ancoraggio, ma allo stesso tempo rischia di rendere il subacqueo un semplice spettatore passivo in attesa degli eventi. Questa tecnica è comunque rigorosamente e giustamente rispettata sia dalle locali guide che dagli stessi subacquei. Ben diversa è stata però l'immersione in cui sia per le correnti non particolarmente forti che per la elasticità della nostra guida subacquea l'immersione è proseguita percorrendo per intero tutto il bordo del Blue Corner in libertà. Non ricordo un momento di questa immersione in cui non vi sia stato un susseguirsi continuo di incontri ravvicinati con squali, aquile di mare, tonni, tartarughe, pesci napoleone, cernie, banchi di carangidi e grandi aggregati di pesci come lutianidi, emulidi, barracuda. Difficile trattenere un'esclamazione di entusiasmo all'emersione che, come in tutte le altre immersioni, avviene nello straordinario paesaggio delle Rock Islands uno degli scenari più spettacolari di tutto l'Indo-Pacifico.</span></div><div><br></div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1070283.jpg"  title="" alt="" style="width:234px; height: 156px;" />&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/napoleon-1050790.jpg"  title="" alt="" style="width:234px; height: 156px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/emulidi.jpg"  title="" alt="" style="width:247px; height: 155px;" /><br></div><div><br></div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1060137.jpg"  title="" alt="" style="width:233px; height: 155px;" /><span class="fs13">&nbsp; &nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/mandarin-P1070007.jpg"  title="" alt="" style="width:235px; height: 156px;" /><span class="fs13">&nbsp; &nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1050798.jpg"  title="" alt="" style="width:238px; height: 159px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><span style="text-align: left;" class="fs16">&nbsp;</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 18:24:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=mp84nqm6</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/mp84nqm6</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Dimmi come mangi e ti dirò……]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Subacquea"><![CDATA[Subacquea]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_v0lo7488"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Molti subacquei amano immergersi accontentandosi di osservare l’ambiente che li circonda semplicemente come parte della loro esperienza nel mondo sottomarino restando quasi indifferenti al desiderio di conoscere maggiormente quali siano le forze che originano questo particolare tipo di ambiente. Gran parte di coloro che sentono in qualche modo l’esigenza di arricchire le proprie conoscenze cercano di apprendere il maggior numero possibile di nomi di organismi marini arrivando, immersione dopo immersione, ad identificarne talvolta un numero incredibile ma restando completamente all’oscuro sul ruolo che tali organismi svolgono nelle loro comunità. Senza voler ignorare l’enorme importanza che ha l’assegnazione di un nome a qualsiasi cosa è altrettanto vero che la semplice conoscenza di un nome, se non accompagnata, almeno in parte, dall’enorme mole di dati raccolti da chi quel nome ha provveduto ad assegnarlo la nostra conoscenza rimarrebbe pressoché vuota.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Alcuni sostengono che per poter conoscere veramente la vita sulla terra bisogna studiare attentamente il comportamento sessuale degli esseri viventi, questo è indubbiamente vero ma è altrettanto vero che la riproduzione dei vari organismi è frutto della loro cosiddetta fitness che fa riferimento in pratica alle condizioni fisiche di tali individui e quindi al loro stato di nutrizione. Se lo studio dei singoli processi che regolano la vita degli esseri viventi può essere ritenuto estremamente complesso altrettanto non lo è la semplice osservazione di alcune caratteristiche associate ai singoli individui correlate alle loro strategie alimentari. Quindi il segreto principale per qualsiasi persona che si avvicini all’ambiente marino e che non sia uno studioso ma semplicemente desideroso di conoscere maggiormente gli ambienti in cui si immerge consiste nel cercare di cogliere tutti quei dettagli, a volte estremamente semplici, che ci aiutano a comprendere il ruolo che ognuno di questi individui può ricoprire nella catena alimentare degli ecosistemi marini. Prendiamo in considerazione ad esempio i pesci, se ci riproponessimo di comprendere vari aspetti della loro vita solo attraverso la conoscenza del loro nome saremmo di fronte ad un’impresa pressoché impossibile. Al contrario la relazione fra il loro aspetto e il modo di vivere diventano invece estremamente logici. Ad esempio osserviamo il piano basilare del loro corpo. E’ affusolato, idrodinamico oppure no? Un corpo fusiforme è un buon indizio per farci pensare ad un individuo dotato di una capacità di nuoto estremamente veloce, in questo caso potrebbe essere utile accostare a queste caratteristiche i carangidi la cui elevata idrodinamicità consente loro movimenti idonei per attacchi improvvisi a mezz’acqua. Al contrario la forma di un pesce farfalla, appiattita e poco idrodinamica, fa pensare a una bassa capacità di sferrare attacchi altrettanto rapidi ma questi pesci non necessitano di essere cosi veloci perché il loro ambiente naturale di caccia è fra i coralli in mezzo alle varie spaccature del reef dove in genere i pesci farfalla trovano le loro prede costituite anche dagli stessi polipi dei coralli. Quello che serve loro è quindi un corpo con elevate capacità di manovra in mezzo alla struttura del reef non solo allo scopo di poter trovare le loro prede ma anche dove potersi rifugiare di fronte all’attacco di eventuali predatori.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 19:46:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=v0lo7488</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/v0lo7488</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La gorgonia rossa dello scoglio segato (Isole Tremiti)]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Mediterraneo"><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_03ls3n34"><div><br></div><span class="fs16">Le gorgonie rosse (<i>Paramuricea clavata</i>) sono gli organismi strutturanti principali del più importante e caratteristico degli ambienti del Mediterraneo: il coralligeno. L’habitat del coralligeno è considerato un substrato duro di origine biogenica principalmente prodotto dall’accumulo di alghe calcaree incrostanti che crescono in condizioni di scarsa luminosità. Le concrezioni del coralligeno si sviluppano sempre su pareti quasi verticali, in canali profondi, o su sporgenze, in condizioni di bassa luminosità e in siti con forte movimento delle acque.</span><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/gorgonia-scoglio-segato-2008.jpg"  title="" alt="" style="width:371px; height: 231px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1040080.jpg"  title="" alt="" style="width:346px; height: 230px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La crescita in ambienti a scarsa luminosità è una delle caratteristiche principali che differenziano i gorgonacei del coralligeno da quelli muniti di alghe simbionti (come ad esempio la gorgonia Eunicella singularis) che privilegiano invece zone meno profonde per sfruttare al meglio la radiazione solare. Molti gorgonacei sono inoltre accomunati dalla preferenza per ambienti a scarsa sedimentazione, i polipi corallini soffrono particolarmente i regimi sedimentari elevati come nel caso del corallo rosso. Un ulteriore requisito per uno sviluppo ottimale dei gorgonacei è legato alla presenza di correnti che trasportano il plancton dal quale i polipi traggono i loro alimenti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Gli habitat che presentano le caratteristiche descritte favoriscono la formazione di notevoli aggregati di gorgonie che rendono il paesaggio uno dei preferiti da tutti i subacquei che si immergono nel Mediterraneo. La conferma di tutto ciò è evidente anche alle Isole Tremiti dove l’immersione considerata più spettacolare è quella degli Archi di Punta Secca caratterizzati da una presenza massiccia di gorgonie.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Non tutti gorgonacei privilegiano però gli habitat con le caratteristiche del coralligeno. Un tipo di gorgonia in grado di crescere su fondali detritico-fangosi e in acque relativamente torbide, caratterizzate da importanti processi di risospensione, appartiene alla specie Leptogorgia sarmentosa. Essa ha un aspetto arborescente con ramificazioni sottili e un colore che può variare dal bianco all’arancio fino al rosso. Queste colonie crescono normalmente isolate e possono raggiungere una altezza massima di circa un metro. Il loro areale di distribuzione può andare dai 15 ai 300 metri di profondità.</span><div><span class="fs16">Scopo di questa premessa era quello di riferire su un trasferimento di Leptogorgia sarmentosa avvenuto alle Isole Tremiti in un sito di immersioni subacquee chiamato Scoglio Segato. Qui la profondità massima raggiungibile è di circa 24 metri ed è lungo questo percorso che troviamo la gorgonia in oggetto. Sono passati dieci anni da quando Roberto, chiamato più comunemente Sandokan per l’abitudine di portare una bandana nera sulla testa che ricorda il personaggio dei racconti di Salgari, decise di trasferire una gorgonia da una profondità di circa 60 metri nel punto in cui si trova attualmente.</span></div><div><span class="fs16">Tra i subacquei nasce spesso l’esigenza di “abbellire” i fondali che generalmente frequentano, personalizzandoli con statue per il culto religioso o aggiungendo organismi vari.</span></div><div><span class="fs16">Lo abbiamo fatto da sempre sulla terraferma, trasferendo piante da un posto all’altro e arricchendo i nostri giardini con piante esotiche, che oggi teniamo normalmente in casa.</span></div><div><br></div><div>&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1040084.jpg"  title="" alt="" style="width:165px; height: 247px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1040111.jpg"  title="" alt="" style="width:165px; height: 247px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1040088.jpg"  title="" alt="" style="width:382px; height: 248px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">Possiamo dire che è una cosa sbagliata? Per alcuni lo è senz’altro per altri meno. Le piante tipiche della foresta amazzonica stanno bene anche nel nostro salotto se messe in condizioni di luce ed umidità ottimali.</span><br></div><div><span class="fs16">Tra i principali problemi conseguenti ad un trapianto di gorgonie vi è la scarsa possibilità di rimanere saldamente ancorate ai nuovi substrati, in questo caso sembra che la gorgonia sia stata trasportata insieme al grosso masso al quale era attaccata in precedenza e questo ha contribuito notevolmente a mantenere in vita la gorgonia nel nuovo habitat.</span><div><span class="fs16">Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente riguarda però la presenza di uno strato mucillaginoso che riveste quasi interamente la gorgonia. La produzione di muco è in genere una risposta che gli cnidari danno in caso di stress (termico, eccesso di sedimentazione, disturbo meccanico).</span><br></div><div><span class="fs16">Nell’impatto immediato la tentazione è quella di rimuovere questi fiocchi dalla superficie della gorgonia soprattutto pensando alle conseguenze di un possibile soffocamento dei polipi, ed è quello che fa Roberto ripulendo delicatamente la superficie della gorgonia ogni volta che accompagna dei subacquei. Questo gesto non offre però nessun contributo alla sopravvivenza della gorgonia visto che gli aggregati visibili attorno alla colonia non sono altro che muco prodotto dai polipi allo scopo di agglutinare e liberarsi dai sedimenti.</span></div><div><span class="fs16">Il muco è anche usato da alcuni coralli come meccanismo per catturare prede e per alimentarsi. In alcuni casi (come ad esempio negli idroidi del genere Eudendrium) il muco può fungere da trappola per i sedimenti su cui poi vivono da commensali numerosi organismi come batteri, protozoi, copepodi.</span></div></div><div><span class="fs16">In uno studio effettuato nelle scogliere coralline (Benson, e Muscatine, 1974) è stato ipotizzato che gli aggregati mucosi prodotti dai coralli rappresentino una importante fonte di cibo per numerosi organismi bentonici filtratori e pesci.</span><br></div><div><span class="fs16">In conclusione dopo tutti questi anni la gorgonia non solo è viva e vegeta ma, come è possibile osservare dal confronto fra le due immagini, cresce anche rigogliosamente ed attualmente si presenta in uno stato di salute eccellente.</span><div><span class="fs16">Insomma, l’idea di Roberto di arricchire, con la presenza della gorgonia, un percorso subacqueo che altrimenti non offrirebbe scenari particolarmente accattivanti, si è rivelato adeguato, la colonia che ha cambiato casa forse stava meglio laggiù ma anche dove è adesso riesce a sopravvivere. In altri casi (come dicevamo i subacquei di tutto il mondo sviluppano idee simili a questa) gli organsimi sono andati incontro ad una morte molto lenta (anni) ma inesorabile.</span></div></div><div><span class="fs16">Sempre più spesso, purtroppo, l‘esagerata pressione esercitata dai subacquei nei confronti delle guide dei diving center, con la pretesa di fare incontri spettacolari ad ogni immersione, può spingere a trovare soluzioni non proprio condivisibili. La speranza è che in futuro queste persone comprendano che se un percorso subacqueo non offre grossi interessi a volte è sufficiente cambiare marcia, andare molto molto lentamente, aumentare l’ingrandimento ed iniziare ad osservare le piccole cose. Ecco che potremmo vedere cose come un cavalluccio per esempio e scoprire che quello che a noi sembra un posto povero ospita in realtà un mesocosmo tutto da esplorare</span><div><br></div><div><span class="fs16">Riferimenti</span></div><div><br></div><div><span class="fs16"><i>Restoration of threatened red gorgonian populations: An experimental and modelling approach</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Cristina Linares, Rafel Coma, Mikel Zabalac</i></span></div><div><span class="fs16"><i>journal homepage: www.elsevier.com/locate/biocon</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Effects of a mucilage event on the Mediterranean gorgonian Paramuricea clavata. I - Short term impacts at the population and colony levels</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Michele Mistri; Victor Ugo Ceccherelli</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Ital. J. Zool,. 63: 221-230 (1996) </i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Mediterranean coralligenous assemblages: a synthesis of present knowledge</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Enric Ballesteros Centre d’Etudis Avançats de Blanes</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Oceanography and Marine Biology An Annual Review, 2006, 44, 123-195</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>A catastrophic mass-mortality episode of gorgonians and other organisms in the Ligurian Sea (North-western Mediterranean), summer 1999</i></span></div><div><span class="fs16"><i>C. Cerrano , G. Bavestrello , C.N. Bianchi , R. Cattaneo-vietti , S. Bava , C. Morganti , C. Morri , P. Picco , G. Sara , S. Schiaparelli , A. Siccardi &amp; F. Sponga</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Ecology Letters - Volume 3 Issue 4, Published Online: 5</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Ingestion and incorporation of coral mucus aggregates by a gorgonian soft coral</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Mary Alice Coffroth</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Rosenstiel School of Marine and Atmospheric Science, University of Miami, 4600 Rickenbacker Causeway,</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Miami, Florida 33149. USA</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Mar. Ecol. Prog. Ser. Vol. 17: 193-199, 1984</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>BENSON, A. A. , and L. MUSCATINE. 1974.</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Wax in coral mucus: Energy transfer from corals to reef fishes.</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Limnol. Oceanogr. 19: 810 814.</i></span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 09:03:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=03ls3n34</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/03ls3n34</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La scomparsa dei grandi predatori]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Squali"><![CDATA[Squali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6b5ba704"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020596mod.jpg"  title="" alt="" style="width:739px; height: 554px;" /><br><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Recenti immersioni effettuate alle Isole Galapagos mi inducono ad alcune considerazioni relative alla presenza dei grandi predatori nelle scogliere coralline. Mi immergo ormai da quasi venti anni e credo di poter affermare che, sommando tutte le immersioni fatte in precedenza, non mi sembra di ricordare di aver mai osservato un numero di squali così elevato come quelli incontrati in questa località. Ricordo di aver visto i primi squali a Rocky Island, nella mia prima crociera in Mar Rosso all'inizio degli anni novanta e, fatta eccezione per una immersione nel Mar dei Coralli, da quella volta gli incontri con gli squali sono stati sempre delle rarità. E non credo solo per il sottoscritto perché l'avvistamento anche di un singolo squalo rimane un evento che crea enorme entusiasmo e monopolizza il racconto di qualsiasi subacqueo. Tale discorso vale non solo per gli squali ma per i grandi pesci in genere, che si tratti di tonni, grandi cernie o pesci napoleone, raiformi ecc. E' quindi scontato poter affermare che nelle scogliere coralline i grandi pesci sono ormai delle rarità, ma la domanda che ci si può porre è se questa sia la normalità oppure se qualcosa sia avvenuto che ha determinato la quasi scomparsa di questi organismi dagli ambienti dei reef corallini. Stando ai racconti di chi ha avuto occasione di conoscere a fondo questi habitat, soprattutto da lungo tempo, sembra proprio che negli anni si sia assistito ad un vero e proprio degrado che ha portato quasi all'estinzione alcuni di questi grandi predatori.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Il punto è, come afferma Sheppard nel suo articolo “The Shifting Baseline”, che le generazioni si abituano a considerare normale quello che esse sono abituate a conoscere e che quindi i cambiamenti che avvengono lungo un determinato periodo di tempo vengono percepiti come normalità a meno che non si manifestino attraverso eventi traumatici.</span><div><span class="fs16">E' noto che i grandi predatori rappresentano il vertice della catena alimentare; in ecologia, tale catena viene raffigurata in genere con una piramide dove al vertice stanno i predatori apicali, con una biomassa inferiore a quella costituita dagli organismi che stanno alla base della stessa piramide. Questa struttura è legata al fatto che man mano che si sale nella piramide la biomassa si riduce perché gran parte viene persa come energia.</span></div><div><br></div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020741.jpg"  title="" alt="" style="width:409px; height: 231px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020588mod.jpg"  title="" alt="" style="width:307px; height: 230px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">In studi recenti effettuati in atolli del Pacifico, lontani dalla presenza dell'uomo, e quindi considerati ancora naturalmente integri, gli autori hanno dimostrato che la biomassa costituita dai grandi predatori risulta maggiore rispetto a quella dei pesci che occupano i livelli inferiori e quindi, relativamente ai pesci, la piramide assumerebbe una conformazione quasi invertita (Stevenson et al 2007).</span><div><span class="fs16">L'inversione non va interpretata come una eccezione alla regola, non è semplice trovare spiegazioni a questo fenomeno ma una potrebbe essere legata al fatto che i grandi predatori non dipendono interamente dal reef per il loro sostentamento, essi sono infatti in grado di ricavare le loro risorse alimentari anche in aree totalmente staccate dagli stessi reef. Non va inoltre dimenticata l'attrazione che i reef sono in grado di esercitare su numerose specie che di norma si cibano in acque aperte, come ad esempio carangidi, scombridi.&nbsp;</span></div></div><div><span class="fs16">Tutti i reef corallini sono stati oggetto di un indiscriminato prelievo degli organismi di maggiori dimensioni che da sempre rappresentano le prede principali del vero predatore apicale che è l'uomo. Questo sta portando queste aree ad una situazione probabilmente senza ritorno.</span><div><span class="fs16">I riscontri negli atolli del Pacifico dimostrerebbero che la presenza dell'uomo potrebbe aver inciso con ogni probabilità sul normale equilibrio dell'ecosistema dei reef corallini evidenziando che nei reef in salute, contrariamente a quanto sembra la norma, il numero di grandi pesci è assolutamente elevato.</span></div><span class="fs16">Un recente documentario, ancora non disponibile in Italia ma consultabile in internet all'indirizzo: http://endoftheline.com/ evidenzia in maniera disarmante che nel 2050 in tutti gli oceani del pianeta i pesci potranno essere considerati virtualmente estinti. La medesima sorte potrebbe capitare anche alle scogliere coralline che, secondo i maggiori ricercatori del campo, saranno uno degli ecosistemi destinati a scomparire per primi. Soprattutto se gli attuali fenomeni, come il riscaldamento globale o lo sfruttamento eccessivo della pesca, solo per citarne alcuni, dovessero procedere ai ritmi attuali.</span><div><span class="fs16">Quali soluzioni è quindi possibile proporre a tale problema? In primo luogo incentivare un utilizzo sostenibile dei reef attraverso l'educazione delle popolazioni locali ad una gestione basata su tecniche non distruttive. Ad esempio, invece di catturare squali al solo scopo di rivenderli nei mercati orientali, dove la richiesta supera già di gran lunga le attuali possibilità di prelievo, si potrebbe incentivare il turismo subacqueo, favorendo le compagnie che svolgono la propria attività dando lavoro alle popolazioni locali. Come è già ampiamente dimostrato dal business di alcuni tour operator che, promettendo l'incontro con grandi predatori, vedono aumentare notevolmente i propri profitti offrendo al tempo stesso alla popolazioni locali nuove opportunità di sviluppo. Un'altra soluzione consiste nel monitorare costantemente i reef allo scopo di aver una visione nel tempo che ci consenta di avere sempre una corretta percezione del reale stato di salute di questi ecosistemi.</span></div><div><br></div><span class="fs16">Riferimenti </span><div><br></div><div><span class="fs16"><i>Sheppard, C.1995.The shifting baseline syndrome.</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Marine Pollution Bulletin 30: 766-767</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Stevenson, C., Katz, L. S., Micheli, L. F., Block, B., Heiman, K. W., Perle, C., Weng, K., Dunbar, R., Witting, J.2006.High apex predator biomass on remote Pacific Islands.</i></span></div><div><i><span class="fs16">Coral Reefs 26: 47-51.</span><span class="fs16">&nbsp;</span></i></div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 13:13:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6b5ba704</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6b5ba704</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Area Marina Protetta Isole Egadi]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Mediterraneo"><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6lf504w4"><div><br></div><span class="fs16">L’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, istituita nel 1991 ed attualmente la più estesa in Europa, è costituita dalle isole di Favignana, Levanzo e Marettimo oltre agli scogli di Maraone e Formica. I fondali delle isole dell’intero arcipelago siciliano si caratterizzano per le estese praterie di posidonie che dominano quasi ovunque il paesaggio marino sommerso. L’eccezionale limpidezza delle acque favorisce la crescita della Posidonia oceanica anche a profondità molto elevate che superano i 30/40 metri. Dove non compare posidonia, in particolare nelle pareti che degradano dolcemente, si assiste ad un ricoprimento algale fittissimo che offre habitat differenziati in grado di ospitare una grande varietà di popolamenti animali sia fotofili che sciafili.</span><div><br><div>&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/asparagopsis-2-P1030711.jpg"  title="" alt="" style="width:233px; height: 350px;" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/astroides-P1030712.jpg"  title="" alt="" style="width:232px; height: 349px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030653.jpg"  title="" alt="" style="width:231px; height: 347px;" /><br></div><div>&nbsp; Foto sx:<i> Asparagopsis</i> sp. L'alga <i>Asparagopsis armata</i> è un esempio di introduzione di una specie invasiva nel Mediterraneo. &nbsp;</div><div>&nbsp; Apparsa la prima volta nel 1923 ha una probabile provenienza australiana<br></div><div><div style="text-align: justify;">&nbsp; Foto centro: Fin dai primi metri di profondità le pareti presentano una fitta ricopertura del madreporarario <i>Astroides calicularis        </i></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; Foto dx:&nbsp;<span style="text-align: left;" class="fs10">Fitti ventagli di<i> Paramuricea clavata</i> rivestono le pareti dei fondali di Marettimo</span></div><div>                                                                                    </div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella fascia del circalitorale sono presenti aree di coralligeno con fitte popolazioni di cnidari, poriferi, briozoi, anellidi. In particolare spicca la presenza di numerosi ventagli di Paramuricea clavata che formano un paesaggio, a prima vista di colore scuro bluastro, che si accende di una varietà di colori incredibile di fronte alla luce di una torcia. Il bianco dei numerosi polipi aperti delle gorgonie risalta sullo sfondo rosso delle ramificazioni della colonia. Questo spettacolare paesaggio è interrotto da tratti ancora più colorati dove risplende l’arancione delle madrepore coloniali Astroides calicularis, affiancate da spugne rossastre incrostanti e briozoi, soprattutto ciuffi di Sertella septentrionalis altrimenti conosciuta come pizzo di mare.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030738.jpg"  title="" alt="" style="width:359px; height: 239px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030727.jpg"  title="" alt="" style="width:357px; height: 238px;" /><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;Le antenne di un'aragosta al centro di una parete rivestita di &nbsp; &nbsp;L'alga <i>Caulerpa racemosa</i>, originaria del Mar Rosso (specie&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp;&nbsp;<i class="fs10">Astroides calicularis</i><span class="fs10">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs10">lessepsiana)</span><span class="fs10">&nbsp;</span><span class="fs10">è stata segnalata per la prima volta in&nbsp;</span><span class="fs10">Mediterraneo&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs10">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; nel 1950.</span><span class="fs10">&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: left;"><span style="text-align: justify;" class="fs16">Purtroppo anche questi habitat, a prima vista apparentemente incontaminati, presentano alcuni segnali di un degrado che accomuna oggi gran parte delle aree dell’ambiente costiero del litorale della nostra penisola.</span></div><div style="text-align: justify;"><div><span class="fs16">Quasi ovunque è presente l’alga Caulerpa racemosa che ha colonizzato i fondali sia a profondità medio-basse che a quelle più elevate. Il controllo dello sviluppo di questi vegetali di origine tropicale è un compito che dovrebbe interessare tutti coloro che in qualche modo hanno la possibilità di effettuarlo, sia che si tratti di ricercatori o operatori di diving fino ai subacquei, che qui si immergono per apprezzare la bellezza di questi fondali.&nbsp;</span></div><div><span class="fs16">&nbsp;</span></div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/gorgonie-marettimo-P1030715.jpg"  title="" alt="" style="width:355px; height: 236px;" />&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/cratene-P1030695.jpg"  title="" alt="" style="width:374px; height: 239px;" /><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; Gorgonie (<i>Paramuricea clavata</i>) quasi completamente &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; Quello che all'apparenza può sembrare vegetazione sono in raltà &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp; rivestite di alghe <span class="fs10">ed altri epifiti</span><span class="fs10">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;idrozoi dei&nbsp;</span><span class="fs10">cui polipi si cibano nudibranchi come</span><span class="fs10">&nbsp;</span><i class="fs10">Cratena peregrina</i><span class="fs10">&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;">&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</div><div style="text-align: left;"><br></div><div>&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030684.jpg"  title="" alt="" style="width:236px; height: 355px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/gorgonie-marettimo-P1030708.jpg"  title="" alt="" style="width:235px; height: 353px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/pappagallo-P1030764.jpg"  title="" alt="" style="width:236px; height: 354px;" /><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; Foto a sx: Le reti da pesca costituiscono una delle numerose    minacce all'integrità dei   posidonieti                                                                                                   </div><div style="text-align: left;">&nbsp; Foto centro: Colonia di <i>Eunicella cavolini</i> ricoperta da alghe        </div><div>&nbsp; Foto dx: La migrazione di specie come i pesci pappagallo, provenienti dai mari tropicali, rappresenta uno dei segnali del&nbsp;</div><div>&nbsp; &nbsp;riscaldamento in atto del Mediterraneo  </div><div><span class="fs16">In alcune zone sono particolarmente evidenti le morie di gorgonie che hanno interessato in primo luogo quelle a minore profondità, dove gran parte delle ramificazioni sono ormai completamente ricoperte da alghe o altri organismi parassiti.</span><br></div><div><div><span class="fs16">Questi segnali non vanno assolutamente ignorati se si vuole proteggere e conservare un patrimonio di così alto valore per le generazioni attuali e soprattutto quelle future.&nbsp;</span></div></div><div><span class="fs16">Recentemente alcuni pescatori di Marettimo hanno osservato in alcune zone attorno all’isola la presenza di alcuni esemplari di foca monaca. Questa specie che i locali chiamano “mammarino” è il mammifero più raro in tutto il Mediterraneo. La sua ricomparsa va sostenuta al pari di tutte le altre specie che popolando i fondali marini. Infatti anche se queste ultime hanno un impatto minore, da un punto di vista emotivo, sulla popolazione umana, esse hanno comunque un ruolo della medesima importanza nel mantenimento della biodiversità in toto dell’intera Area Marina Protetta.</span><br></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030688.jpg"  title="" alt="" style="width:238px; height: 358px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1030746.jpg"  title="" alt="" style="width:239px; height: 359px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/paguro-.jpg"  title="" alt="" style="width:240px; height: 361px;" /><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;Foto sx: La limpidezza delle acque consente una visibilità  di decine di metri                                               </div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;Foto centro: Popolamenti, dal caratteristico colore arancio     vivo, del madreporario <i>Astroides calicularis</i>               &nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;Foto a dx: Il paguro Bernardo (<i>Dardanus</i> sp) ricoperto di attinie (prevalentemente <i>Calliactis parasitica</i>)&nbsp;</div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;<br></div><div><br></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 09:16:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=6lf504w4</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/6lf504w4</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I coralli delle Isole Galapagos]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7g67w7ut"><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I coralli delle Isole Galapagos non rappresentano certo una delle attrazioni principali per i visitatori subacquei. E' in effetti difficile aspettarsi il contrario viste le incredibili emozioni che le acque di questo mare sono in grado di suscitare. In ogni immersione è pressoché sicuro incontrare squali, a volte centinaia, aquile di mare, leoni marini, mante, delfini, tartarughe marine. Gli occhi del subacqueo sono sempre proiettati nel blu, durante tutta l'immersione, e quindi difficilmente ci si può accorgere della presenza di sporadiche formazioni coralline attorno a noi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Sarebbe invece utile che ogni subacqueo acquisisse la consapevolezza del valore che anche in questo ambiente potrebbero avere i coralli considerato l'elevato tasso di diversità che essi sostengono.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/wolf-P1020709mod.jpg"  title="" alt="" style="width:345px; height: 258px;" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/darwin-P1020810mod.jpg"  title="" alt="" style="width:388px; height: 258px;" /><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; Wolf e Darwin: <i>Pocillopora</i> sp e <i>Porites</i> sp sono due dei principali coralli costruttori di reef alle Galapagos, la loro presenza è comunque diffusa anche in altre<span class="fs10">&nbsp;isole. Le incrostazioni di colore rosa sono alghe coralline rosse (</span><i class="fs10">Corallina </i><span class="fs10">sp.), esse svolgono un ruolo di fondamentale importanza nello sviluppo dei reef</span><span class="fs10">&nbsp;corallini.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/wolf-P1020696mod.jpg"  title="" alt="" style="width:361px; height: 271px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/seymour-P1020594mod.jpg"  title="" alt="" style="width:359px; height: 269px;" /><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;Wolf e Seymour: <i>Tubastrea coccinea</i> e <i>Tubstrea tagusensis</i> sono sclerattine appartenenti alla famiglia Dendrophylliidae. Le <i>Tubastree</i> non hanno<span class="fs10">&nbsp;zooxantelle, l'alimentazione avviene attraverso la cattura dello zooplancton tramite le nematocisti distribuite nei tentacoli dei polipi. Esse si trovano spesso&nbsp;</span><span class="fs10">in zone al riparo dalla luce diretta. Nella prima immagine, in secondo piano, incrostazioni di spugne appartenenti al genere </span><i class="fs10">Aplysina</i><span class="fs10">.</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">E' noto che la biodiversità del Pacifico vede la sua massima espressione nelle aree occidentali, prima fra tutte il triangolo dei coralli, che rappresenta il cuore della biodiversità marina del pianeta. E' altrettanto noto che il Pacifico orientale presenta invece un tasso di biodiversità molto ridotto. La crescita dei coralli in questa parte è limitata da alcuni parametri in primo luogo la bassa temperatura.</span><div><span class="fs16">Le condizioni uniche delle Galapagos sono il risultato di un complicato mix di correnti che, per citarne alcune, originano contrasti come quello fra le calde acque tropicali della corrente di Panama proveniente dalle coste dell’America Centrale e le fredde acque provenienti da sud attraverso la Corrente del Perù (Corrente di Humboldt). E’ questa la corrente che ha portato alle Galapagos i pinguini e le otarie. Questo mescolamento provoca variazioni di temperatura di mese in mese oltre che da isola ad isola.</span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Gordon.jpg"  title="" alt="" style="width:224px; height: 336px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/wolf-P1020706mod.jpg"  title="" alt="" style="width:252px; height: 335px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/floreana-P1030254mod.jpg"  title="" alt="" style="width:225px; height: 337px;" /><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp;Foto sx: Gordon Rock: <i>Mopsella</i> sp. è un ottocorallo   gorgonaceo appartenente alla famiglia  Melithaeidae.&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp;Foto centro: Wolf: la striscia nera centrale potrebbe rappresentare  il punto di contatto fra due colonie e quindi di        competizione per lo spazio &nbsp;disponibile oppure una          patologia in atto di probabile origine infettiva   chiamata   black band desease&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp;Foto dx:&nbsp;<span style="text-align: justify;" class="fs10">Floreana: Colonia di <i>Porites sp</i>. con in primo piano l'idroide <i>Macrorhynchia philippina</i>. Queste&nbsp;</span><span style="text-align: justify;" class="fs10">colonie, come diversi alri idrozoi, hanno nematocisti particolarmente urticanti.</span></div><div><span style="text-align: left;" class="fs10">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I coralli per poter crescere necessitano di un gamma di condizioni ambientali molto ristrette e anche piccole variazioni, per periodi prolungati, possono determinare la loro scomparsa. Una di queste fluttuazioni prolungate, in seguito a due episodi di El Niño avvenuti nel 1982/83 e 1997/98, ha causato un riscaldamento eccessivo delle acque provocando la morte del 95- 99% dei coralli nelle isole di Wolf e Darwin.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Indagini effettuate in seguito hanno mostrato che Darwin e Wolf ospitano ancora più del 95% delle specie di coralli che tuttora rimangono nella Riserva Marina delle Isole Galapagos, fra essi sono inclusi coralli rari endemici a rischio di estinzione (es. <i>Leptoseris</i> sp). La maggior concentrazione di coralli in queste isole è legata alla presenza di acque più calde rispetto alle altre isole dell’Arcipelago.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">La maggioranza dei coralli che crescono alle Galapagos non formano veri e propri reef strutturati ma costituiscono semplici comunità coralline o macchie sparse di densità variabile. Sono comunque presenti, soprattutto a Wolf, formazioni che possono essere considerate scogliere coralline.</span><span style="text-align: right;" class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/cousin-rock-P1020987.jpg"  title="" alt="" style="width:453px; height: 301px;" /><span class="fs16">&nbsp;&nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/cousin-cavalluccioP1020996.jpg"  title="" alt="" style="width:200px; height: 300px;" /><span class="fs16">&nbsp;&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">Cousin's Rock: Il corallo nero delle Galapagos (<i>Antipathes galapagensis</i>) è presente in grandi quantità, nell'immersione di Cousin's rock&nbsp;</span></span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">presso l'isola di &nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">Santiago. Qui, strati di roccia vulcanica formano diversi cornicioni completamente rivestiti di corallo nero. Fra i rami di&nbsp;</span><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">corallo è facile avvistare cavallucci marini di cospicue dimensioni.</span><span style="line-height: 23px;">&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span class="fs16"><span style="line-height: 23px; text-align: justify;">Secondo Glynn e altri, i coralli ermatipici, ovvero quelli in grado di costruire reef corallini, alle Galapagos sono all’incirca una ventina di specie. Altri Cnidari non ermatipici popolano comunque questi fondali, fra essi alcuni idrozoi, ottocoralli gorgonacei, anemoni di mare, il corallo nero delle Galapagos (<i>Antipathes galapagensis</i>) e tre nuove specie dei generi <i>Hydrozoanthus</i>, <i>Parazoanthus</i> e <i>Antipathozoanthus</i> scoperte recentemente da alcuni ricercatori del Southampton University e alcuni scienziati dell’Università di Miami. La scoperta di queste nuove specie è importante perché apre nuovi spiragli sulle possibilità dei coralli di presentare una maggiore capacità di ripararsi a seguito di un danno, come quello ad esempio legato ai fenomeni di bleaching, in conseguenza del crescente riscaldamento globale.</span></span></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/darwin-P1020796mod.jpg"  title="" alt="" style="width:352px; height: 235px;" /><span class="fs16"><span style="line-height: 23px;">&nbsp;&nbsp;</span><span style="line-height: 23px;">&nbsp;</span></span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/darwin-P1020868mod.jpg"  title="" alt="" style="width:349px; height: 232px;" /><span class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span></div><div style="text-align: left;"><span style="line-height: 23px;"><span class="fs16">&nbsp; </span><span class="fs13">&nbsp;&nbsp;</span></span><span class="fs13">Darwin: Due immagini tipiche di immersioni effettuate nel classico ambiente di scogliera corallina. L'abbondante quantità e&nbsp;</span><span class="fs13">varietà di organismi è </span>direttamente correlata al grado di sviluppo del reef.</div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp;</span><span class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span><span class="fs16">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/darwin-P1020815.jpg"  title="" alt="" style="width:357px; height: 239px;" /><span class="fs16">&nbsp; </span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/gordon-rock-P1030137.jpg"  title="" alt="" style="width:358px; height: 239px;" /><span class="fs16">&nbsp; &nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/darwin-P1020902mod.jpg"  title="" alt="" style="width:357px; height: 238px;" /><span class="fs16">&nbsp; &nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/floreana-P1030248mod.jpg"  title="" alt="" style="width:354px; height: 236px;" /><span class="fs16">&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">&nbsp; </span><span class="fs13"><span style="line-height: 23px;">&nbsp;&nbsp;</span><span style="line-height: 23px;">Darwin: Alle Galapagos, a causa del limitato sviluppo di reef corallini, non è presente la stella marina Corona di Spine (<i>Acanthaster planci</i>), noto&nbsp;</span></span><span style="line-height: 23px;">predatore di coralli. Sono invece comuni altri echinodermi come il riccio di mare (</span><i style="line-height: 23px;">Eucidaris thouarsi</i><span style="line-height: 23px;">) che oltre alle alghe si ciba anche dei polipi&nbsp;</span><span style="line-height: 23px;">corallini di <i>Pocillopora</i> sp.&nbsp;</span><span style="text-align: left;">Gli Scaridi, come il pesce pappagallo gibboso (<i>Scarus gobba</i>), utilizzano i loro denti fusi insieme a forma di becco, per&nbsp;</span><span style="text-align: left;">staccare pezzi di corallo misti ad alghe coralline di cui si cibano.</span><span style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Va inoltre considerato che tali fenomeni possono assommarsi ad una già discreta pressione dovuta a predatori naturali dei coralli come alcuni pesci pappagallo, pesci balestra e in particolare il riccio di mare <i>Eucidaris thouarsi</i>, che oltre alle alghe si ciba prevalentemente di coralli dei generi <i>Pocillopora</i> e <i>Pavona</i>.</span></div><div><span class="fs16">E non ultimo l’impatto antropico diretto esercitato anche dagli stessi subacquei, spesso incuranti del grande valore che questi organismi hanno sulla sopravvivenza delle numerose specie ad essi strettamente correlate.</span></div><div><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">Riferimenti</span><br></div><div><br></div><div><span class="fs16"><i>Glynn, P.W. and G.M. Wellington. 1983. Corals and coral reefs of the Galapagos Islands. University of California Press. 331 pages.</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Wellington, G.M. 1997. Field guide to the corals and coral reef of the Galapagos Islands, Ecuador. Proceed. 8th International Coral Reef Symposium. Vol 1:185-202.</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Peter W. Glynn: State of coral reefs in the Galápagos Islands: Natural vs anthropogenic impacts</i></span></div><div><span class="fs16"><i>Marine Pollution Bulletin, 1994, Pages 131-140</i></span></div><div><span class="fs16"><i><br></i></span></div><div><span class="fs16"><i>Galapagos Coral Monitoring</i></span></div><div><span class="fs16"><i>A DEFR Darwin Initiative project No. 14-048</i></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16"><i>http://www.geos.ed.ac.uk/research/globalchange/group4/Galapagoscoral.html<span style="line-height: 20px;">&nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span></i></span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 11:21:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=7g67w7ut</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/7g67w7ut</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[MAC o MUCK]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8p74ra2m"><div style="text-align: justify;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: left;">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1140026.jpg"  title="" alt="" style="width:543px; height: 362px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I termini mac (per macro) o muck, che sta per immersioni nella sporcizia, spesso si sovrappongono, anche perché accomunati da un medesimo suono, ma il loro significato è in realtà ben diverso. Quando si parla di macro diving, come dice il nome stesso, il nostro obiettivo è appunto l'utilizzo di un’ottica fotografica, quella macro, cioè quella che ci consente di fotografare organismi minuscoli alla distanza di appena qualche centimetro. Possiamo dire che ci dedicheremo alla macro se, per esempio, la nostra intenzione è quella di cercare un pigmea sea horse in una gorgonia, o qualche granchio o gamberetto in mezzo ai rami di qualche corallo molle.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Se invece l’immersione ha luogo in ambienti dove l’habitat predominante è addirittura spazzatura o fango (e dove quindi la visibilità può essere notevolmente ridotta) ma la nostra maschera è intenta a rovistare in mezzo a tale spazzatura alla ricerca di organismi spesso minuti, allora possiamo dire che stiamo facendo una muck dive.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Entrambi i tipi di immersione hanno in comune la ricerca di organismi di piccole dimensioni ma nel caso di una muck dive questo non è sempre vero.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Se pensiamo a località come lo stretto di Lembeh, certamente possiamo porci l’obiettivo di fotografare dei pigmea sea horse ma nel corso della nostra immersione è possibile incontrare organismi di ben altre dimensioni, come ad esempio i caratteristici frog fish che ho personalmente osservato divorare pesci istrice delle dimensioni di almeno 15 centimetri.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Se poi facciamo riferimento alle immersioni di Seraya’s Secrets, a Bali, le eccezioni sono ancora diverse. Pur trattandosi di immersioni su sabbia e ciottoli neri, la visibilità è sempre stata eccellente, superando di gran lunga i dieci metri; a parte i gamberetti arlecchino ed altri crostacei, nudibranchi o vermi, lungo il percorso si incontrano murene enormi, banchi di platax di grandi dimensioni che sfiorano incuranti l’obiettivo della macchina fotografica, una quantità incredibile di pesci. E’ quindi difficile affermare, uscendo da una immersione di questo genere, di aver effettuato una muck dive come definito in precedenza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In conclusione non è indispensabile decidere come chiameremo queste immersioni, che siano macro o muck non ha importanza, quello che conta saranno le emozioni che esse ci avranno regalato.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 18:39:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=8p74ra2m</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/8p74ra2m</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Immersioni a Bali ]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_9h6p63e0">&nbsp;<div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020076.jpg"  title="" alt="" style="width:742px; height: 365px;" /><br></div><div><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Confesso che ogni volta che sentivo parlare di Bali, la mia mente immediatamente accostava l’isola ‘gioiello’ a quella che è considerata la sua migliore definizione, data dal primo ministro indiano Pandit Neru, “l’alba del mondo”. Quello che suscitava nella mente era uno scenario terrestre fatto di paesaggi con lussureggianti risaie, un clima mite e la semplicità di una popolazione che, attraverso la sua cultura induista, evidenziava ancora di più il suo distacco dal resto della regione che vanta la maggiore concentrazione di islamici di tutto pianeta. Poi un giorno l’amico Marco mi parla con entusiasmo delle sue immersioni a Bali, e conoscendo bene il suo interesse per la vita negli ambienti marini ecco che nasce in me la curiosità di esplorare un habitat così inusuale per subacquei cresciuti con in mente le destinazioni pubblicizzate dai vari tour operator nei magazine subacquei italiani.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Avendo solo pochi giorni a disposizione, la scelta, sempre su suggerimento dell’amico Marco, cade sulla località di Tulamben, dove programmo due immersioni nel famoso relitto “Liberty wreck” e, sempre dietro sua insistenza, una mac o muck dive.</span><div><span class="fs16">La prima immersione nel relitto, pur avendo un grande fascino, lascia un po’ perplessi, come spesso capita quando le aspettative sono troppo grandi. Forse anche a causa dei numerosi subacquei che ogni giorno si immergono in uno dei relitti più visitati al mondo. Seconda immersione a Seraya’s Secrets, la spiaggia immediatamente antistante il diving.</span></div><div><br></div><div>&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020087.jpg"  title="" alt="" style="width:367px; height: 275px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020013.jpg"  title="" alt="" style="width:372px; height: 279px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">In un primo momento si rimane un po’ dubbiosi su quello che potrebbe attenderci in un fondale che degrada dalla spiaggia su massi di ciottoli e sabbia nera. Mano a mano che si scende il paesaggio si fa sempre più particolare finché iniziano i primi avvistamenti con un paio di gamberi arlecchino, parzialmente nascosti sotto un piccolo masso di acropora, ma impossibili da non scorgere a causa del loro colore bianco sullo sfondo di sabbia nera. Da questo punto in poi l’immersione si rivelerà una scoperta continua, tanto che dopo 70 minuti ci si accorge che bisogna uscire perché la guida indonesiana indica il misuratore della pressione dell’aria e fa un timido cenno verso l’alto suggerendo che forse è ora di riemergere.</span><br></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020130.jpg"  title="" alt="" style="width:346px; height: 461px;" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1020315.jpg"  title="" alt="" style="width:348px; height: 464px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">In un habitat dove di coralli se ne vedono ben pochi la diversità di organismi presenti è incredibilmente elevata. Forse è questa una delle principali dimostrazioni che non è necessaria la presenza di articolati reef corallini per ospitare una biodiversità molto alta. In questa zona dove la spiaggia evidenzia ancora gli effetti dell’ultima eruzione del vicino vulcano Gunung Agung’s avvenuta nel 1963, è difficile per i coralli trovare substrati su cui attecchire, quindi i coralli che crescono sono spesso destinati a morire senza dar luogo a quelle straordinarie strutture biogeniche presenti ovunque in Indonesia. Ma non importa, la comunità che qui si sviluppa somiglia totalmente a quella di reef corallini veri e propri e se nei reef con abbondante presenza di coralli è spesso difficile distinguere questa varietà qui basta avvicinarsi a una spugna barile, che spicca in mezzo a un paesaggio brullo di cenere nera, e osservare in essa dei veri e propri micro habitat in cui convivono murene con le loro colonie di gamberetti e labridi pulitori, pesci farfalla, scorfani, lion fish, crinoidi e numerosi altri organismi.<br></span></div><div><span class="fs16">Alla fine le immersioni in questo habitat sono state tre, interrotte solo da un episodio febbrile e l’aereo in partenza il giorno dopo. Meglio così, adesso ci sono motivi sufficienti per aggiungere Bali al top delle località subacquee e programmare al più presto un nuovo ed entusiasmante viaggio.&nbsp;</span><br></div><div><br></div><div><span class="fs16"><iframe width="420" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/4jHU9U0ioJk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></span><br></div><div>&nbsp;<br></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Nov 2008 19:22:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=9h6p63e0</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/9h6p63e0</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Raja Ampat]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ztbt7c0k"><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: center;"><span class="fs16"><b>Raja Ampat</b></span><div><span class="fs16"><i>a bordo del Pinisi Aurora nel cuore del “Triangolo dei Coralli” l’epicentro globale della diversità e abbondanza di vita marina</i></span></div><div></div></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: center;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/aurora-P1010269.jpg"  title="" alt="" style="width:406px; height: 228px;" /><img src="http://www.scubamonitor.it/images/coral-triangle-map.jpg"  title="" alt="" style="width:322px; height: 227px;" /><br></div><div style="text-align: center;"><br></div><div style="text-align: center;"><span style="text-align: left;" class="fs16">&nbsp;&nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010113.jpg"  title="" alt="" style="width:348px; height: 261px;" /><span style="text-align: left;" class="fs13">&nbsp; &nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1000826.jpg"  title="" alt="" style="width:351px; height: 263px;" /><br></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: left;"><span style="text-align: justify;" class="fs16">Il Triangolo dei Coralli è una regione localizzata lungo l’equatore alla confluenza del Pacifico Occidentale e l’Oceano Indiano. I confini di questa regione sono racchiusi all’interno dei seguenti paesi: Indonesia, Malaysia, Papua New Guinea, Filippine, Isole Solomon e Timor Est. Pur coprendo solo l’1,6% della superficie oceanica del pianeta, c’è un ampio consenso tra gli scienziati che il Triangolo dei Coralli rappresenti l’epicentro globale della diversità e abbondanza di vita marina – con il 76% di tutte le specie di coralli conosciute, il 37% di tutte le specie di pesci corallini conosciute, il 53% dei reef corallini del pianeta e la più grande estensione di foreste di mangrovie del mondo.&nbsp;</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span style="text-align: left;" class="fs16">Nel cuore di questa vasta area si colloca Raja Ampat, che ne rappresenta il centro di eccellenza. Una vasta area di isole remote che formano un arco a nord est e sud della penisola della West Papua, nell'estremo est indonesiano, chiamata ‘Bird's Head’.</span></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;</div><div style="text-align: justify;">&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010664.jpg"  title="" alt="" style="width:243px; height: 323px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010634.jpg"  title="" alt="" style="width:241px; height: 321px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010653.jpg"  title="" alt="" style="width:243px; height: 324px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Nella intera penisola sono state identificate più di 1350 specie di pesci del reef (1223 nel Raja Ampat solamente), più della metà dei coralli molli conosciuti e 600 specie di coralli duri (il 75% delle specie di coralli duri dell’intero pianeta vivono in quest’area).</span><div><span class="fs16">Questi dati rappresentano solamente quanto finora conosciuto e le continue ricerche non fanno altro che accrescerne il valore man mano che esse proseguono.</span></div><div><span class="fs16">Per millenni i reef di queste zone hanno prosperato in un clima relativamente stabile. In nessuna delle isole del Raja Ampat ci sono grandi concentrazioni umane; poco più di 35000 persone vivono in villaggi costieri ampiamente distribuiti.</span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010565.jpg"  title="" alt="" style="width:441px; height: 331px;" />&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1000746.jpg"  title="" alt="" style="width:250px; height: 334px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">La cosa più importante è però l’incredibile varietà di ecosistemi del Raja Ampat costituiti da baie con acque calme, abissi blu, ricchi upwelling planctonici, foreste di mangrovie.</span><div><span class="fs16">Almeno tre quarti delle specie trovate in questa area, sono anche distribuite attraverso l’intero triangolo dei coralli.</span></div></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010658.jpg"  title="" alt="" style="width:332px; height: 442px;" /><span class="fs13">&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span><img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010364.jpg"  title="" alt="" style="width:331px; height: 441px;" /></div><div><br></div><div><span class="fs16">Le caratteristiche peculiari di quest’area rendono il Raja Ampat più resiliente, cioè capace di recuperare più velocemente, alle fluttuazioni di temperatura di qualsiasi altra area ed è quindi molto probabile che questa zona possa sopportare meglio di qualunque altra l’eventuale impatto delle crescenti temperature.</span><div><span class="fs16">Le potenti correnti oceaniche portano le larve dal Raja Ampat ai reef di altre parti dell’Indonesia e del Pacifico, rendendo il Raja Ampat il cuore della “catena di rifornimento” delle specie. Questo trasporto potrà aiutare a rifornire altri reef che siano stati danneggiati da malattie, bleaching, eccessivo sfruttamento da pesca e altre attività nocive.</span></div><div><span class="fs16">Fortunatamente gli sforzi di conservazione hanno seguito un approccio organico sull'intero sistema. Gli aspetti biologici, geopolitici, ecologici e commerciali specialmente come essi si correlano con i bisogni della sua popolazione umana, sono stati integrati nel piano complessivo di conservazione del Raja Ampat.</span></div></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/acropora-by-nightP1010075.jpg"  title="" alt="" style="width:344px; height: 258px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010581.jpg"  title="" alt="" style="width:345px; height: 259px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">La crociera, a bordo dell’eccellente Pinisi Aurora, si è svolta nella parte sud, in particolare nell’area di Misol, dove numerosi sono i punti di immersione. Acque in superficie apparentemente calme celano in profondità correnti più o meno forti ma sempre presenti. E’ questa comunque una costante che rende le acque del Raja Ampat così ricche di forme di vita bentoniche o planctoniche. Il ricoprimento del fondale di coralli è pressoché totale, con distese enormi, a volte a prevalenza di coralli molli altre invece di madreporari, i veri e propri costruttori del reef. Nelle pareti, numerose gorgonie, di dimensioni gigantesche, nascondono spesso i minuscoli cavallucci marini, Bargibanti o Denise, visibili solo agli occhi ben allenati delle locali guide indonesiane o di incalliti fotografi subacquei anche loro ormai perfettamente addestrati al riconoscimento di queste specie.</span><div><span class="fs16">In molte pareti il posto lasciato libero dai numerosi coralli è spesso totalmente ricoperto da spugne, vermi tubicoli, tunicati e briozoi. A volte il fondale si presenta talmente ricco da rendere persino difficile, ad un occhio non abituato, l’individuazione dei numerosi organismi presenti, lasciando sempre comunque una forte sensazione che in questi ambienti la vita rimane ancora incontaminata. Può capitare di terminare alcune immersioni circondati da dense nubi di aterinidi che creano incredibili mulinelli ruotando intorno agli stupefatti subacquei lasciando percepire l’attrazione che possono provare i grandi predatori di fronte a tanta abbondanza.&nbsp;</span></div></div><div><br></div><div>&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010548.jpg"  title="" alt="" style="width:366px; height: 206px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010516.jpg"  title="" alt="" style="width:367px; height: 206px;" /><br></div><div><br></div><div><span class="fs16">In alcune aree come ad esempio Cape Kri sono proprio i pesci i dominatori di questo scenario. Qui è facile terminare in mezzo a banchi costituiti da centinaia di emulidi, mai visti in precedenza così numerosi, o con il classico roteare di carangidi circondati da lutianidi, emulidi, pesci pappagallo, pesci Napoleone e cernie, per terminare con l’incontro in risalita dall’ultima immersione con una delle cinque specie di tartarughe, su sette esistenti, presenti in Raja Ampat. Nonostante una media di quattro immersioni al giorno fatte per 9 giorni di seguito la sensazione è quella di essere già pronti ad iniziarne al più presto una nuova serie altrettanto entusiasmante.<br></span></div><div><br></div><div>&nbsp; &nbsp; &nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/gamberetto-ingrandito-P1010716.jpg"  title="" alt="" style="width:269px; height: 292px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010654.jpg"  title="" alt="" style="width:221px; height: 295px;" />&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/P1010650.jpg"  title="" alt="" style="width:221px; height: 295px;" /><br></div><div><br></div><div>Riferimenti<div><br></div><div><i>http://www.cti-secretariat.net/</i></div><div><i>www.diverajaampat.org&nbsp;</i></div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 12:47:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=ztbt7c0k</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/ztbt7c0k</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Brothers MY Suzanna Mar Rosso]]></title>
			<author><![CDATA[Scubamonitor]]></author>
			<category domain="http://www.scubamonitor.it/blog/index.php?category=Destinazioni_sub"><![CDATA[Destinazioni sub]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8817rrj1"><div><br></div><div><img src="http://www.scubamonitor.it/images/brothers-P1000745.jpg"  title="" alt="" style="width:748px; height: 329px;" /><br></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">Le Brothers sono due piccolissime isole che in realtà rappresentano la sommità esposta di due enormi colonne che emergono da profondità abissali. Esse rappresentano le uniche scogliere nell’area e questo rappresenta per molti pesci pelagici e del reef un vero e proprio punto di attrazione. Esposte alle forti correnti del mare aperto esse presentano una popolazione corallina incredibilmente densa e diversificata con una predominanza netta di formazioni coralline molli quasi ovunque.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">In queste pareti è possibile osservare numerose madrepore, enormi ventagli di Gorgonie, Antipatari ma soprattutto una incredibile ricchezza di coralli molli</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs16">I coralli molli appartengono alla sottoclasse “ottocoralli”. Questo nome si riferisce al fatto che ogni polipo presenta otto tentacoli. Il termine molli potrebbe trarre in inganno poiché fra i coralli che appartengono a questa classe alcuni presentano una consistenza dura. Un esempio potrebbe essere rappresentato dal corallo a canne d’organo (Tubipora musica) o dalle stesse gorgonie. Un’altra caratteristica di molti polipi di coralli molli è la presenza di sottili ramificazioni laterali dette pinnule che danno al polipo un aspetto simile a quello delle piume.</span></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;">&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Acabaria-biserialis.jpg"  title="" alt="" style="width:231px; height: 174px;" />&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Dendronephthya-2.jpg"  title="" alt="" style="width:236px; height: 177px;" />&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Dendronephthya.jpg"  title="" alt="" style="width:243px; height: 182px;" /><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><img src="http://www.scubamonitor.it/images/soft-P1000652.jpg"  title="" alt="" style="width:240px; height: 320px;" />&nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Siphonogorgia-sp.jpg"  title="" alt="" style="width:240px; height: 320px;" />&nbsp; &nbsp;&nbsp;<img src="http://www.scubamonitor.it/images/Acabaria-dendronephthya-3.jpg"  title="" alt="" style="width:243px; height: 324px;" /></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13">&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13"><iframe width="420" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/SsJNaTZoUJk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 May 2008 13:27:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.scubamonitor.it/blog/?id=8817rrj1</link>
			<guid isPermaLink="false">http://www.scubamonitor.it/blog/rss/8817rrj1</guid>
		</item>
	</channel>
</rss>